Lorenzo Beccati.
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Uno di meno.
Thriller storico.
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2022. Oligo Editore, Il Rio. MANTOVA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Ho giurato fedelt perpetua a Genova ma spero che sappiate ci che mi state chiedendo. Io ho solo un modo di risolvere le cose. Si chiama sofferenza.
Io ho in grande considerazione il coltello. Penso sia l'arma migliore. Pistole e fucili sono vigliacchi e colpiscono da distante e sono lenti a caricarsi. Il coltello  sempre pronto.
Era il pi abile dei sicari, addestrato fin da ragazzo per annientare i nemici del Doge. Viveva da decenni nell'ombra di un'altra identit ma, fedele a un giuramento, Grifo  costretto di nuovo a impugnare i suoi coltelli letali. Cosa si nasconde dietro la morte del Doge Gerolamo Chiavari? Chi ricatta il Reggente?
Quante persone dovr uccidere per scoprirlo?
Tra la fine del Cinquecento e l'avvio del Seicento, nello sfarzo dei palazzi e nell'ombra dei carruggi, in una Genova scossa da congiure e intrighi di potere, Lorenzo Beccati ambienta un affascinante thriller storico capace di far respirare l'aria del passato e di provocare forti emozioni, catapultando il lettore in un mondo fatto di misteri, amori, tradimenti e disonore.
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L'AUTORE.
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Nato a Genova (1955) nel quartiere di Cornigliano,  un autore televisivo e scrittore, collaboratore stretto di Antonio Ricci  celebre per i suoi doppiaggi e per aver dato voce al Gabibbo nel programma televisivo Striscia la notizia,  anche la voce dei doppiaggi di Paperissima con il celebre tormentone "ti voglio bene, dobbiamo stare... vicini vicini!".
Ha ricevuto premi quali il Burlamacco e il premio alla satira. Ha dichiarato che non esiste un segreto dietro il suo successo, ma tanto lavoro misto ad una naturale simpatia. E' contrario a una televisione troppo spontaneista, difatti anche se concorda con alcuni atteggiamenti naturali che un personaggio pu avere,  convinto che bisogna prepararsi il lavoro, come ai tempi del Drive in quando si arrivava a lavorare 22 ore consecutive per essere sicuri di avere le giuste battute sui giusti personaggi.
Ha all'attivo molti libri, soprattutto romanzi grotteschi e thriller storici. 
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Dedica: Ad Alessandro, uno di pi.
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Armi perniciose... indegne di essere maneggiate da soldati e persone di honore.
(Grida del 17esimo secolo che vietava l'uso del coltello genovese)
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18 MAGGIO 1584.
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In una radura polverosa sulle alture di Genova, quattro molossi ringhiano e sbavano scrollando la testa massiccia. Altrettanti servi faticano a trattenerli tirandoli per la corda legata al collo. I cani puntano le zampe nel terreno e spingono per cercare di avanzare, ignorando il cappio che gli sega la pelle.
Il doge Gerolamo Chiavari  in sella al cavallo preferito, un baio nero e lucido come ardesia e con la criniera rasata e ispida.  un uomo prossimo alla vecchiaia, dal viso lungo reso ancora pi affilato dal pizzetto a punta che gli prolunga il mento. Indossa un comune abito da caccia, ma non ha rinunciato allo zuccotto di pelliccia e velluto porpora dell'abito ufficiale.
Lo porta come fosse una corona. Ai fianchi, lo scortano due birri in armi, anch'essi a cavallo.
La campagna intorno  silenziosa, soleggiata e odora di erba tagliata da poco e di letame.
Voltandosi appena, il reggente vede Genova accucciata in riva al mare e s'incanta rincorrendo vaghi pensieri di onnipotenza.
L'abbaiare insistente dei molossi lo ridesta.
Direi che possiamo dare inizio alla caccia. I cani hanno gi annusato la presenza dei cinghiali dice il doge.
S, eccellenza conferma non richiesta da parte del soldato pi giovane.
A un cenno, i cani sono liberati e schizzano in direzione del bosco, sollevando zolle di terra con le unghie. Inaspettatamente deviano, virando di lato, verso un contadino che si sbraccia e grida parole d'aiuto che si perdono nel vento e arrivano smozzicate al gruppo di cacciatori che si accorgono solo ora della presenza.
I molossi lo raggiungono in fretta e lo attorniano digrignando i denti e saltellando sul posto, indecisi se attaccare. Il poveretto si sente perduto.
Richiamate i cani ordina il doge.
Con l'affanno, i servi si precipitano dalle bestie e gli infilano di nuovo le corde al collo, e tirano da strozzarli. Con pacche decise sui fianchi e parole dure, riescono a indurli alla calma.
Usando gli speroni, anche i cavalieri raggiungono il contadino, mezzo morto di paura che, quando si accorge che ha disturbato il padrone della Serenissima, non si sente meno in pericolo che con i cani.
Mio signore, perdonate... non avevo visto foste voi, altrimenti non avrei osato e...
Ditemi che  successo.
Con la testa bassa e in fretta gli racconta l'accaduto.
Stamattina presto, con la mia famiglia, sono andato nei campi. Una volta l mi sono accorto che mancava un attrezzo e sono tornato a casa a prenderlo. - l'uomo indica un punto lontano - Io abito in quel casolare l in fondo... si scorge appena il tetto, vedete?
Il birro pi anziano si spazientisce perch immagina che il suo signore voglia dedicarsi al piacere preferito, stanare i cinghiali per poi finirli egli stesso con un colpo di moschetto, invece di dilungarsi in vicende di nessuna importanza.
Ci state facendo perdere tempo.
Persino i molossi capiscono che  un importuno e abbaiano cercando d'arrivare con le mandibole aperte ai polpacci dell'uomo, che si ritrae, ma ben poco sarebbe in grado di fare se i servi non tenessero ben tesi i guinzagli.
Un ladro, eccellenza. Ha preso quel poco che avevamo per sopravvivere ed  scappato. Ho fatto appena in tempo a vederlo.  andato da quella parte
e indica verso monte, dove non ci sono che prati e alberi radi.
Un'idea piacevole fa cambiare espressione al doge e gli strappa un sorriso sollevando una parte della bocca.
Interessante.
Il contadino si preoccupa dell'accondiscendenza e magnanimit del doge. Per quelli come lui i calci sono abitudine, le carezze sospette.
Questo cappellaccio non mi appartiene. Di certo  stato perduto dal ladro.
Dopo uno sguardo al doge, che assente per aver compreso ci che il contadino ha inteso suggerire, un servo gli strappa di mano in malo modo l'indumento e lo fa annusare ai cani prima di liberarli. I molossi si dirigono verso i primi cespugli, mordendosi l'un l'altro quando si scontrano correndo.
Il reggente sprona la cavalcatura e insieme ai birri segue i cani e, una volta spariti alla vista, il loro latrare.
Il doge  contento di aggiungere un piacere imprevisto alla giornata e di dedicarsi alla caccia pi eccitante: la caccia all'uomo.
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LA CACCIA.
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Il ringhiare dei cani si ode sempre pi vicino.
Segno che si sono fermati. Avranno di certo trovato e accerchiato la preda, il ladro, pensa il doge frustando il cavallo sul posteriore per essere il primo a scovare i molossi.
Dalle fronde degli alberi volano via stormi di uccelli di ogni fattezza e piumaggio. Emettono suoni differenti ma con identico significato: pericolo.
Quando  sul posto, un prato di erba secca, sassi e primule, tira le briglie dell'animale recalcitrante che, per istinto, vorrebbe tornare indietro per ci che vede. Con sconcerto, osserva tra le sterpaglie un molosso con il ventre squarciato. Sta stirando le zampe nell'ultimo anelito di vita emettendo dei singulti simili ai singhiozzi di un bimbo che non si vuole addormentare.
Sopraggiungono gli altri cavalieri e gli uomini a piedi. Si limitano a guardare e a scuotere la testa.
Uno dei servi si getta in ginocchio accanto al cane morto, lo accarezza e lo solleva come farebbe con un cristiano.
Lasciatelo l. La natura sa cosa farne gli intima il doge.
Come se abbandonasse un fratello in battaglia, il servo ubbidisce con gli occhi lucidi.
Un cinghiale molto forte l'ha sventrato sentenzia un birro.
Non del tutto convinto, il reggente aggiunge: Gi, cos pare.
I cani cominciano a lappare il sangue che esce dalle viscere, ma il padrone della bestia morta li scaccia a pedate. Un altro servo sfrega il cappellaccio del ladro sui musi. I molossi riprendono a filare cos determinati che non aggirano le siepi sul percorso ma vi passano in mezzo, incuranti delle spine che graffiano i fianchi. Il gruppetto di uomini va all'inseguimento.
Quando la radura torna silente, un nugolo di mosche si avventa sulla carcassa, cos un rapace che ha forato il cielo in picchiata col becco gi aperto.
Il soldato pi intraprendente si porta accanto alla cavalcatura del doge.
Eccellenza, forse dovremmo dimenticare il ladruncolo e dedicarci alla cattura del cinghiale. Deve essere una bestia ragguardevole e forte per come ha ucciso il cane. Una preda di valore.
Ai cani la scelta. Ora sono loro a comandare. Ubbidiamogli.
Un paio di fagiani passa sotto le gambe dei cavalli.
 uno strano segno: ci che li spaventa  pi temibile degli zoccoli.
I cani non si sentono pi.
Non sapendo che direzione prendere, i servi e i birri, su comando del padrone, si dividono, allargando il fronte di ricerca.
Nel bosco c' un'atmosfera irreale, sospesa.
Persino il vento ha smesso di respirare e le foglie di mormorare.
Il grido di un servo che chiama a raccolta spezza la malia.
Da questa parte, presto, venite.
In breve, si trovano al suo cospetto mentre indica loro un altro molosso, ai piedi di una radice d'albero, con le zampe rivolte verso l'alto e il ventre squarciato dalla gola ai testicoli.
Maledetto cinghiale. Lo far a pezzi vivo e lo cuciner io stesso promette il soldato pi anziano.
Di colpo, i due cani rimasti si ficcano nella boscaglia con tale impeto che sono certi abbiano individuato il colpevole dell'uccisione degli altri molossi e che sia molto vicino.
Mentre galoppano, i birri pongono le lance in resta, convinti che il cinghiale gli dar battaglia. Il doge e i servi procedono con pi cautela.
Dirompente, sentono un guaito straziante, un latrato di morte, attraversare la leggera foschia che li avvolge d'improvviso.
Gli uomini si guardano tra loro increduli di ci che hanno udito. Inquieto, il doge infigge gli speroni nella carne del cavallo e parte al galoppo. La corsa termina quando scorge i birri fermi a guardare verso l'alto. Si trova innanzi uno spettacolo atroce quanto assurdo: uno dei molossi penzola dal ramo di una quercia, impiccato mediante un cappio teso e fissato al tronco dell'albero vicino.
Il cavallo s'imbizzarrisce e scalcia reggendosi sulle zampe posteriori. Il doge tira le redini con pi vigore e la bestia si cheta nitrendo contrariata.
Quando i servi appiedati vedono la medesima scena, pensano sia un sortilegio, opera del demonio, e si segnano invocando Cristo.
Il reggente squadra malevolo il birro che aveva sentenziato sulla causa della morte dei cani.
Non mi direte che anche questa  opera di un cinghiale.
Il soldato abbassa la testa costernato, mentre un servo recide con un coltello da caccia la corda che regge il molosso appeso per la gola. La carcassa della bestia si schianta al suolo con un tonfo simile al rumore di un battipanni contro un tappeto polveroso. Il cane ha le mandibole spalancate e la lingua penzoloni.
Nessuno avrebbe mai immaginato potesse essere cos lunga: mezzo braccio buono.
Credo che ora sappiamo quale sia la preda da cacciare.
Un servo ha ben compreso e torna a far annusare il cappellaccio del ladro al cane rimasto. Il molosso scrolla la testa, starnutisce e parte di nuovo, slanciando con vigore le zampe davanti, mentre quelle dietro calcano il terreno.
Non devono percorrere molta distanza prima di udire l'abbaio rabbioso del cane. Ognuno in cuor suo si rallegra di non sentire guaire. Buon segno.
Cavalieri e servi circondano il molosso che ringhia contro un cinghiale steso a terra con il ventre squarciato e le budella riverse sull'erba. Un servo mette il guinzaglio al cane e lo trascina in disparte.
I birri scendono da cavallo reggendo le corde per legare il cinghiale, senza chiedersi chi l'abbia ucciso.
La frase che pronuncia il doge basisce loro e i servi.
Vieni fuori da l.
Non accade nulla.
Non fartelo ripetere. La pazienza  una virt che non posseggo.
Gli uomini non capiscono a chi si rivolga, poi un luccichio appare dall'interno della ferita del cinghiale: la lama di un coltello.
Con lentezza, esce dalla carcassa un ragazzo di una quindicina d'anni, sporco degli umori della bestia morta. Con la manica del vestito si pulisce il viso e ora si nota una cicatrice sulla fronte che assomiglia a una corona di spine.
Sei tu che hai ucciso i cani e il cinghiale, dunque.
Il ragazzo protende l'arma pronto a difendersi.
S, sono stato io. Per salvarmi la vita e mangiare.
Non  certo un'impresa da tutti. E sei solo un ragazzo.
Ho imparato a difendermi. Nessuno pu vantarsi di avermi vinto.
Una smargiassata che diverte il doge.
Quanti anni hai?
Gli anni me li sono contati da solo. Quelli che ricordo sono dieci, undici, prima non so.
Sei stato tu a rubare in casa del contadino, vero?
Solo il minimo per sopravvivere. Il pi l'ho lasciato perch avesse di che sfamare la famiglia.
I birri si muovono verso di lui minacciosi, per punirlo come sono abituati, ma il doge li ferma.
Lasciatelo stare. Questo ragazzo vale pi di voi messi insieme.
Poi si rivolge ancora al giovane.
Come ti chiami?
Grifo.
Grifo?
L'ho scelto anni fa, quando sono stato in grado di comprendere che non avevo un padre o una madre a darmi un nome.
Il cavallo del doge fa un paio di giri su se stesso, irrequieto, scacciando con la coda i tafani sul posteriore.
Perch ti sei voluto chiamare cos?
Dipinto su un carro di saltimbanchi ho veduto un'immagine del Grifo.  un insieme di tanti animali... il leone, l'aquila, il serpente, il cavallo. E io possiedo le abilit di queste bestie.
Dove vivi?
Questo che calpestate  il mio regno. Qui sono re. E come sentinelle ho mille trappole.
Il doge ride della spacconata infantile e, diventando serio di colpo, gli chiede: Sai chi io sia?
Certo, sono genovese e so chi  il mio signore
dice dimostrando di avere anche la scaltrezza tra le sue qualit.
Un soldato lo afferra per un braccio per obbligarlo in ginocchio. Il ragazzo si divincola e, girando attorno al busto dell'uomo, lo stringe da dietro puntandogli il coltello alla gola.
Volete fare la fine del cinghiale?
Basta cos.
Ubbidendo, Grifo spinge il birro lontano da s.
Le tue capacit possono essere una grande risorsa per la Repubblica.
Grifo lo guarda negli occhi. Nessuno gli aveva mai parlato in questo modo.
Che cosa significa? Come posso io, un ladro, servire Genova?
Se sei d'accordo, ti far addestrare per diventare un tipo di soldato che non si  mai visto prima.  da tempo che ho questa idea in testa. E finalmente ho trovato in te la persona giusta per realizzarla.
Avr del cibo?
Il Serenissimo ride di gusto menando delle pacche sulle cosce magre.
Certo, anche quello. In cambio ti chiedo solo obbedienza assoluta. Accetti?
Il ragazzo alza e abbassa il mento in un eloquente assenso, non capendo bene in cosa si stia cacciando.
Bene, prendete il cinghiale che ci ha offerto il nostro nuovo giovane amico e torniamo a Palazzo Ducale.
Gli uomini legano per le zampe l'animale morto a un ramo e due se lo caricano in spalla.
Grifo si mette al passo con i quattro servi, giurando a se stesso che lui non sar mai uno di loro.
Affrontando la strada del ritorno, convinto di avere ben compreso il talento del ragazzo, il doge non ha dubbi. Ha gi deciso quale sar il suo avvenire: allevarlo perch diventi il suo sicario nascosto nell'ombra.
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IL PATTO.
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Nella sala da pranzo di Palazzo Ducale, con il soffitto a lacunari di legno dorato e arazzi di eroiche battaglie marine alle pareti, il doge osserva magnanimo e divertito l'unico commensale, seduto in punta al tavolo, Grifo. Mangia con un'ingordigia da fiera sopravvissuta all'inverno. Le posate giacciono inutilizzate e tengono compagnia a un tovagliolo di cotone candido, intonso e piegato a dovere.
Direi che hai un certo appetito.
Signore, sono abituato a cibarmi ogni volta che posso, poich non so mai quando mi ricapiter.
Il reggente gli porge una coppa di vino, ma la rifiuta.
So che state per disporre del mio futuro e non voglio avere la mente confusa.
Ben detto, ragazzo. E poi alla tua et non dovresti bere.
Se  per questo, sono troppo giovane per badare a me stesso, difendermi da banditi, pervertiti e dormire insieme a topi e blatte.
Dopo avergli osservato la fronte a lungo, con curiosit, chiede: Come ti sei procurato quella cicatrice?
Al ragazzo dispiace non poco rinvangare l'episodio.
Sono stato sorpreso a rubare un maialino nato da poco. Erano in troppi e mi catturarono. Per punirmi, e lasciare sulla faccia il marchio di ladro, mi hanno tagliato con una roncola.
Continua.
Ho perso i sensi e mi sono risvegliato sotto l'arcata di un acquedotto romano. Quando ho aperto gli occhi, ho visto una strega che aveva tra le mani ago e filo. Le sopracciglia quasi le coprivano le palpebre.
Senza dire altro, mi ha messo un legno in bocca e cucito la ferita. Non era molto abile, come vedete.
Sembra il segno di una corona di spine.
 cos che la vedono tutti. La strega era la compagna di un arrotino ambulante che andava di paese in paese a riparare pignatte, affilare coltelli e a rubare quando capitava l'occasione. Ringrazio la loro misericordia.
Il doge appoggia le mani aperte sul tavolo e avvicina il naso puntuto a quello del commensale.
Tutto questo ti ha reso quello che sei, anche se forse ora non lo capisci.
Entra la cameriera personale del doge. Ha la pelle tanto diafana che le vene si vedono in trasparenza, pomelli rossi sulle guance e una vita sottile che mette
in risalto petto e fianchi. Vede le ossa degli ultimi pezzi di pollo sbranati dall'ospite e, schifata, porta via il piatto e sbarazza la tavola. Appena la serva sparisce, Grifo si mette ritto in piedi, come un soldato davanti al generale, pronto a morire per lui.
Grazie per il mangiare.
Voglio essere onesto con te, e per un doge  un grande sforzo.
Il ragazzo nasconde un sorriso infossando il mento sul pomo d'Adamo che comincia a fare capolino al centro del collo da adolescente.
Ho visto cosa sei stato in grado di fare oggi nel bosco e penso che il tuo talento mi possa venire utile.
 da molto che cerco uno come te.
Io non...
L'uomo solleva una mano non desiderando d'essere interrotto.
Ho bisogno di un uomo abile come nessun altro, capace di portare a termine incarichi spesso al di fuori della legalit, agendo all'oscuro del mondo ma sotto la mia protezione occulta. Dovrai ubbidire solo a me, qualunque cosa ti comandi, e giurarmi fedelt assoluta.
Non comprendo bene ci che dite, signore.
Certo... ma ci sar tempo.
Pettinando con le dita il pizzetto i cui peli bianchi hanno costretto quelli neri alla ritirata, cerca di dipanare anche il filo del discorso.
A volte dovrai fare cose esecrabili per il bene della Repubblica.
Io non credo di essere in grado. Vi deluder.
Sono solo un ragazzo che ha il coraggio della disperazione, non un soldato.
Sarai molto di pi. Ti far addestrare in ogni arte perch tu possa diventare il guerriero pi abile e scaltro che sia mai esistito. E senza bisogno di eserciti intorno.
Ma io cosa ci ricavo? Chiede sfacciato Grifo.
Ti manterr e ricompenser tanto da soddisfarti.
Inoltre, ti dar di che vivere una vecchiaia serena e negli agi. Attento per. Tu sarai il mio braccio, ma se mi tradirai, sar pronto a tagliarlo.
Ho ben compreso, signore dice mentendo.
Pensando alla gravit dell'impegno che si  assunto, Grifo solleva la coppa di vino e la beve in un sorso. Se deve diventare uomo in fretta, tanto vale cominciare subito.
Il patto  suggellato.
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ARMI.
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Hakim, io mi chiamo Hakim.
Certo di non essere stato udito, aggiunge alla presentazione un energico scrollone al letto della stanzetta, assegnata a Grifo, nella parte meno frequentata del palazzo. Il ragazzo si sveglia di soprassalto col respiro strozzato. Si ritrova a faccia a faccia con un uomo dalla pelle scura, una barba folta e lucida, dei vistosi puntini d'inchiostro tatuati sotto gli occhi e un turbante in testa. Arretra come un granchio da quella figura inquietante e insolita. Una zaffata di odore buono gli arriva alle narici. Profumi cos li ha sentiti solo addosso alle puttane che, sguaiate, gli mostravano la merce che vendevano, canzonandolo per l'et.
Chi... chi siete?
Il doge mi ha incaricato di condurti all'apprendimento delle arti indispensabili per un combattente: la lotta, l'uso delle armi, gli inganni, le strategie e altro.
Voi non...
No. Vengo dalla terra d'Algeri e sono un soldato.
Che ci fate a Genova?
Durante una battaglia per mare sono stato catturato e condotto qui. Dopo aver portato a termine degli incarichi con discrezione, mi sono guadagnato la fiducia della Repubblica.
Un guerriero, dunque. Se il doge ha gi voi, io non gli servo. Oppure...
Vedo che andremo d'accordo. Tu sei perspicace, il significato del mio nome, Hakim.
Mi chiamo Grifo. Sembrate giovane e vecchio nello stesso tempo, signore.
Ride, trovando azzeccato il modo di descrivere l'et che dimostra.
 cos che mi vedo anch'io. Comunque ho una decina d'anni pi di te, direi. Alzati, ora. Dobbiamo andare.
Grifo non se lo fa ripetere, si alza dal giaciglio e, senza darlo a vedere, nasconde il suo coltello dietro la schiena, coprendolo con la camiciola.
Lasciano la stanza e si avviano verso il mare lontano un fischio.
Ogni tanto il giovane scantona per osservare qualcosa da vicino e l'algerino lo afferra per la collottola e lo rimette davanti a s perch vuole tenerlo sempre sotto agli occhi.
Dove stiamo andando?
A conoscere quello che diventer tuo amico. Ti assicuro che non ne avrai di migliori e pi affidabili nella vita.
Uno gli amici li sceglie.
Anche tu potrai farlo.
In faccia al porto, passano innanzi alla gabella dell'olio, alla reba dei legumi e s'infilano sotto i portici bassi di Sottoripa la scura. Un effluvio di odori li investe procurando ora piacere ora disgusto.
Pi avanti, verso la Darsena,  il fritto di gianchetti a farla da padrone, ben esposto in teglie tonde, basse e piatte.
Una donna seduta per terra, con tre bambini accucciati e addormentati addossati alle gambe, implora l'elemosina. Grifo la ignora, mentre Hakim preleva una moneta dalla fascia che porta in vita e la porge alla questuante.
Se darete un soldo a ogni mendicante di Genova, diverrete uno di loro prima del tramonto.
Un musulmano ha il dovere di essere caritatevole.
 un privilegio essere quello che d e non quello che chiede.
Grifo solleva le spalle, indifferente. A lui nessuno aveva usato quella cortesia quando moriva di fame.
Tagliano per il primo carruggio che incontrano e risalgono fino alla strada dei coltellieri.
Dall'interno delle botteghe, una accanto all'altra, si ode un battere incessante di metallo su metallo. Un frastuono che mette allegria.
Ogni tanto, giovani garzoni anneriti di caligine e con le mani cotte dal fuoco li fermano per offrire spade, coltelli e asce appena forgiati, decantandone la qualit e il prezzo. Le armi sono in bella mostra appese attorno alla porta d'ingresso o sopra mensole infisse nei muri.
Hakim tira dritto fino a che indica a Grifo di entrare nel ventre nero e fumoso di una casa bassa, poco prima dell'osteria dell'agnello.
Questo  il posto.
Scendono le scale irregolari e si ritrovano in un antro infernale. Grifo guarda incantato una fornace che vomita lava, un mazzuolo che picchia sull'incudine per appiattire una punta di freccia, un apprendista armato di pinze pone in una bacinella d'acqua un ferro rovente che sfrigola e manda uno sbuffo di fumo. Altri lavoranti sono indaffarati a raschiare, limare, lucidare. Svelti come furetti, dei bambini, con gli occhi fulgidi che spiccano sui volti luridi, vanno dall'uno all'altro a portare ci che gli ordinano.
Nell'aria c' un caldo insopportabile che quasi brucia i peli delle narici a ogni respiro, ma pare non importi a nessuno.
Il tuo amico  qui gli comunica Hakim.
Il prescelto dal doge studia i giovani della bottega, ma non capisce.
Chi di loro ...
Non guardare loro, guarda qui.
L'algerino indica una fila di coltelli posti su un tavolaccio.
Brillano incendiati dal riflesso della fiamma della fornace. Affascinato, il ragazzo pensa siano la cosa pi bella che abbia mai visto.
Scegliti con cura il tuo compare. Potrai contare solo su di lui nella vita.
Grifo soppesa una per una le armi bianche, mentre sente la spiegazione dell'algerino.
Sono coltelli detti alla genovese o pi comunemente
genovesini. Hanno la particolarit d'essere pi idonei a trafiggere che a tagliare. Sono le migliori lame che potrai mai trovare.
Scorrendo gli articoli sul bancone, nota degli oggetti che stonano.
Perch mettere dei crocefissi in mezzo ai coltelli?
Semplice.
Hakim ne prende uno, tira l'estremit e ne ricava un pugnale con la lama alloggiata nella parte lunga della croce.
La maggior parte della gente se incontra una persona con un crocefisso lo crede un devoto e non un pericolo. Invece, l'inganno  proprio celato
nell'oggetto di fede. Cos come non si sospetta di un uomo con in mano un libro o un giovane con le ciliegie messe dietro le orecchie come orecchini.
Inganni.
Grifo rigira il crocefisso tra le mani con ammirazione.
Ben congeniato. Gabberebbe chiunque.
Vediamo altro.
L'uomo solleva un coltello stondato, all'apparenza inoffensivo, e glielo mostra.
Sceglieresti questo coltello?
No di certo. Un'arma cos non serve a niente. A
tavola, forse.
Con un movimento improvviso quanto rapido il ragazzo si ritrova una lama puntata a un occhio.
Vedi? Spesso le cose non sono come appaiono.
Ricordalo.
Con ostentazione, perch l'allievo comprenda, infila il pugnale all'interno della lama arrotondata che in pratica serve solo da fodero.
Come se fosse un giocattolo, Grifo continua a infilare e togliere il pugnale celato nel coltello.
Ora  tempo che tu scelga. O meglio, credo che sar il coltello a scegliere te. Come fanno le bestie, concedendoci l'illusione.
Grifo accarezza lame, manici di stiletti, pugnali a due fili, coltelli da
caccia, per valutarne peso e maneggevolezza. Come se sentisse davvero il
richiamo, afferra un coltello a fronda d'ulivo, col manico di corno scuro solcato da rugosi fili d'argento attorcigliati e un'elsa per il dorso dell'indice, utile per dare pi forza all'affondo.
Ha la sensazione netta che l'arma sia il prolungamento naturale del braccio.
Questo, prendo questo.
Hai scelto davvero bene.  un pugnale perfetto.
Per questo costa il triplo degli altri. Opera del pi grande coltelliere di Genova, dunque del mondo, Ambrogio Fiorone. Vedi? C' il suo marchio sulla lama.
Cos dicendo gli indica una piccola coppa, sormontata dalla parola Paris, incisa sulla parte bassa dell'arma.
Ogni coltello porta la firma di chi l'ha fatto?
Solo quelli di valore. Un tocco di vanit degli artigiani, ma anche un azzardo. Se marchiati, e dunque riconducibili a una bottega,  meglio che siano prodotti d'eccellenza. Quello l in fondo  Fiorone.
Gli indica un uomo smilzo dalla faccia tonda e i favoriti che gli nascondono le labbra. Come se avesse sentito, il coltelliere si volta e li saluta sollevando una lama incandescente trattenuta da tenaglie.
Il ragazzo continua a trastullarsi col nuovo amico. Hakim lo guarda con la testa leggermente inclinata e si gratta la barba nera, densa, irsuta come una paglietta di ferro. Grifo non sa come interpretare l'atteggiamento dell'algerino.
Ora che hai un buon coltello, che ne dici di lasciare qui quello che nascondi dietro la schiena?
Come fate a sapere che... Chiede vergognandosi d'essere stato scoperto con tanta facilit.
Che maestro sarei se mi facessi imbrogliare da un allievo il primo giorno?
Rosso in volto, consegna il vecchio coltello all'uomo che, con sdegno, lo getta in un cumolo di ferraglia da fondere.
Hakim va da Ambrogio Fiorone intento a battere la lama con un martello per dargli la foggia desiderata.
Contrattano un po', poi l'algerino paga il pattuito.
Con la mano invita Grifo a uscire cedendogli il passo. Quando sono in strada, il ragazzo gli mostra un secondo pugnale identico al primo.
Di amici  meglio averne due, non vi pare?
Dice sorridendo.
Come risposta riceve un manrovescio tanto carico da gettarlo a terra.
Tu non sei pi un ladro. Sei un uomo del doge.
Il giovane sospetta che, per ci che gli ha detto il reggente, stia per diventare peggio di un ladro, ma non lo dice.
L'algerino ricava una moneta nobile dalla scarsella e gliela consegna.
Vai a pagare ci che hai rubato e scusati col padrone, sbrigati.
Toccandosi la guancia che gli brucia, ma meno del suo amor proprio, fa come gli  stato ordinato.
Quando riesce dalla bottega, riceve una spinta imperiosa dal maestro perch cammini davanti a lui e ogni tanto, richiamandolo con un fischio, gli mostra la strada da percorrere.
Poco oltre Porta dei Vacca, oltrepassando un cancello divelto, si ritrovano nell'aia di un casolare abbandonato.
Hakim si toglie la giubba perch non gli sia d'impaccio.
Ora t'insegno come si maneggia il coltello, sia per infilzare, tenendolo come una spada, sia come un pugnale con la lama verso il basso.
Vi sono armi da sparo che sono di certo pi micidiali.
Io ho in grande considerazione il coltello. Penso sia l'arma migliore. Pistole e fucili sono vigliacchi e colpiscono da distante e sono lenti a caricarsi. Il coltello  sempre pronto. Persino la spada non  altrettanto efficace e difficilmente  una sentenza di morte, spesso ferisce e basta.
Sar come dite, ma un proiettile  micidiale e si corrono meno rischi stando a distanza.
Il coltello per chi lo sa usare non lascia scampo ed  pi facile da occultare.
L'addestramento ha inizio.
Hakim vuole che l'allievo ripeta all'infinito ogni mossa, parata, affondo, schivata che gli mostra, e ancora e ancora, per ore, senza badare alle piaghe che gli aprono la carne delle mani e buttano siero. Sia con la mano destra sia con la sinistra, anche se non gli  congeniale. Quando sbaglia per stanchezza o distrazione, una verga sottile cala subdola dove capita strappandogli un grido di dolore. Se si affrontano a duello, ogni volta che Grifo  colto in un errore che potrebbe costargli la vita in un confronto reale, viene colpito con un pugno allo stomaco e col grido: Sei morto, morto.
Piegato in due, il giovane allievo tossisce e sputa.
Ti rammenterai del dolore e forse il tuo istinto ti eviter d'essere ucciso.
Grifo torna alla carica rabbioso.
L'ammaestramento prosegue per parecchi giorni e ha fine solo quando tocca a Hakim ricevere il pugno con Grifo che continua a girargli intorno canzonandolo felice: Siete morto, morto.
L'algerino si congratula con una pacca sulla spalla.
Bravo, ma questa era la parte pi facile. C' ben altro che ti aspetta.
Dopo il coltello, Hakim passa a istruirlo sull'uso di spada, arco, lancia, balestra, mazza ferrata, alabarda e anche pistole e archibugi.
Il ragazzo crede di cogliere il maestro in fallo.
Mi avete insegnato a sparare. Non era il coltello l'arma migliore?
So benissimo che lo hai capito ma fingo che tu non sappia. Devi conoscere le armi degli avversari per valutarne pregi e debolezze. Solo cos ti difenderai al meglio e, in caso di necessit, potresti essere costretto a
usarle tu stesso.
A torso nudo sotto il sole che gli arrossa la pelle d'estate e d'inverno con il fiato che fa di ogni respiro una nuvola, Grifo impara con dedizione assoluta, spronato dalle abilit che va accumulando e che lo rendono orgoglioso.
Vuole diventare pi forte e astuto degli animali che compongono il nome che porta.
...
.
...
INGANNI.
...
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...
Il sole si  svegliato e si stiracchia espandendo i raggi all'orizzonte. In una radura, accanto a un rivo con l'acqua che ha dei singulti ogni volta che incontra una pietra che affiora, c' un carrozzone di gente del viaggio, del tipo usato da zingari, venditori di cianfrusaglie, dentisti, spacciatori di elisir e sedicenti guaritori di ogni male.  addobbato con dipinti sbiaditi che riproducono fantastiche, quanto improbabili, illusioni: un uomo barbuto che vola e divide in due una donna coperta da veli, solleva in aria, con lampi che gli escono dagli occhi, un elefante, spezza delle catene d'oro. Lo spazio rimanente del cassone  colmato da segni cabalistici e divinit egizie.
Hakim e Grifo salgono i quattro gradini che li separano dalla porta sul retro, dove c' il disegno di una faccia gigantesca con la bocca spalancata da cui escono serpenti.
Che ci facciamo qui? Non credo che un girovago ci possa essere di qualche utilit per l'addestramento
si lamenta il ragazzo, desideroso d'azione.
Ti ricrederai, te lo assicuro.
Bussano.
La porta si apre da sola, scricchiolando lugubre.
Sul fondo del carrozzone c' una figura ritta in piedi. Indossa un lungo mantello con il cappuccio calato sul volto che ne nasconde le fattezze.
L'algerino sospinge il giovane verso l'ignoto personaggio.
Grifo si avvicina in soggezione e dice: Mostratevi, signore. Che io veda chi siete.
Eccomi riecheggia una voce alle sue spalle, spaventandolo.
Come...
Gira gli occhi e vede due persone, agli estremi dello spazio, che mostrano lo stesso viso. Allunga una mano, si fa avanti e tocca la superficie di uno specchio.
L'uomo che ha parlato ha un occhio guercio, capelli solo ai lati delle tempie, naso diviso in due gobbe, una ruga spessa mezzo dito gli spartisce la fronte, piccolo di statura, barba asfittica. Niente a che fare con la figura carismatica e potente ritratta sulle pareti esterne del carrozzone.
Ti presento il mago Erik Weitsz, tedesco.
All'occorrenza, mago Salain francese, Farukal turco, Robintov russo. E, solo per disperazione, anonimo borsaiolo.
Impettito, si mette in posa come se aspettasse un applauso.
Grifo parla a Hakim come se il mago non fosse presente.
Voi mi avete detto che dovevo venire qui per imparare.
Cos , infatti.
Ma che posso mai imparare da un ciarlatano, un vecchio malvissuto? Degli stupidi numeri per allietare gli invitati ai matrimoni, i frequentatori dei mercati o i clienti dei bordelli?
L'algerino sta per rispondere in modo brusco alla mancanza di rispetto del ragazzo, ma il mago lo previene.
Io t'insegner ben altro che quattro trucchetti.
Apprenderai un'arte pericolosa, senza uguali, l'arte dell'inganno.
Erik solleva un foulard e lo mostra steso e vuoto.
Poi lo appallottola e fa apparire un coltello dal nulla.
Lo riconosci?
Il... il mio coltello.
Visto? Ti ho disarmato senza nemmeno che te ne accorgessi e mi sono procurato un'arma, la tua.
Ci siete riuscito solo perch non stavo in guardia, non ero pronto.
Allora attenzione.
Manipola ancora il foulard, il coltello sparisce e al suo posto si materializza una colomba.
Lo stupore fanciullesco di Grifo fa ridere i due uomini.
T'insegner non a estrarre colombe, gatti, pulcini o a far apparire fiori. Te lo prometto.
Hakim decide che  il momento di lasciarli soli.
Torner tra un paio di settimane a riprenderti.
Va bene dice il ragazzo non del tutto convinto, ma senza osare opporsi. Tanto sa che sarebbe inutile.
Arrivederci, Erik, o come vi chiamate oggi.
A presto e non dimenticate di riprendervi la vostra scarsella con i denari e il braccialetto d'avorio.
Mostra malizioso gli oggetti che gli ha sottratto senza che se ne sia accorto.
Hakim si riappropria della sua roba e in cambio lascia un complimento.
Siete davvero un portento. Arrivederci.
Si allontana cercando di capire come abbia potuto fare.
Il mago sposta degli oggetti che ingombrano un tavolo e una sedia: un gufo impagliato, un vaso con dentro un feto che galleggia in un liquido mieloso di colore verde, una testa rinsecchita di un indigeno, una scacchiera con segni zodiacali, un calco in gesso di un dente enorme e di un piede.
Non preoccuparti. Questa roba mi serve per fare scena e abbindolare qualche sciocco per fargli credere che gli intrugli e filtri d'amore che vendo possano
preservarlo dai malanni o sciogliere legami di cuore.
Siediti.
Resto in piedi.
Ci che mi  stato chiesto  d'istruirti su come far credere che sia realt ci che non lo , distrarre l'attenzione da un oggetto per nasconderne un altro.
Cos fa il mago. Muove una mano perch tu non ti accorga di cosa fa l'altra. Siediti, insisto.
No, ho detto che... guarda verso la sedia.
 sparita.
Com' possibile che sia svanita nel nulla?
Svanita? Ti sbagli.  sempre l.
Il mago copre lo spazio vuoto con un telo impalpabile e quando lo toglie la sedia  tornata al posto.
Accidenti! - gli scappa detto con meraviglia -
Imparer a fare questo?
Come hai detto, non t'interessano i giochetti.
Sono stato pagato per insegnarti a ingannare l'avversario, disorientarlo per ottenere un vantaggio.
Il mago prende un fazzoletto con cui copre con cura esagerata un boccale di peltro posto su un tavolino d'angolo. Poi torna a interessarsi del ragazzo.
Bene. Cominciamo. Per avere ragione del nemico, potresti ricorrere a un diversivo. Un'azione irrazionale che ti permetta di... tu non mi stai ascoltando, vero?
Scusate,  che...
...  che stai pensando al boccale sotto il tovagliolo.
Sospetti che l'abbia messo l con uno scopo preciso e che presto accadr qualcosa. Invece  solo un oggetto coperto da uno straccio, ma ha funzionato. Io ho distolto la tua mente e non sei pi concentrato. Hai capito ora?
Sorpreso da quanto sia stato semplice manipolarlo con cos poco, Grifo risponde con convinzione: Ho ben compreso e vi chiedo scusa per aver dubitato di voi definendovi un ciarlatano.
Ma io lo sono, e ne vado fiero.
Con inaspettata agilit si mette a ballare roteando, muovendo le braccia e canticchiando.
Il ragazzo ride.
In uno scatto improvviso, il mago alza il tovagliolo.
Il boccale  sparito e al suo posto c' una roncola affilatissima che avvicina al naso dell'ospite.
Appena ti ho spiegato che era solo un trucco, tu l'hai dimenticato. Non devi mai farlo. Non si sa mai fino a dove si spinge un inganno.
Me le ricorder, ve lo giuro, s.
Ripone l'arma e lo squadra a lungo con l'occhio buono.
Partiamo dalle basi.
Prima di proseguire impugna un bastone utile per aiutarsi a camminare.
Con quello, il mago tocca uno stinco di Grifo che subito abbassa la testa. In quel mentre un
colpo di cucchiaio di legno lo coglie sulla punta del gomito.
Visto? Sappi che se una persona  toccata, istintivamente, non pu fare a meno di volgere lo sguardo al punto colpito. E tu ne puoi approfittare.
Dalla mano dell'uomo compare una mela, che lancia per aria. Il ragazzo ne segue la traiettoria e riceve un'altra identica punizione.
Impossibile non seguire un oggetto in volo quando appare all'improvviso. Sta a te sfruttare l'attimo.
Quasi offeso per essere continuamente imbrogliato, Grifo si massaggia il braccio per far passare il male stizzoso.
Aspetta... devo averla qui, da qualche parte.
Rovista a lungo, spostando gabbiette, sfere magiche, cappelli originali, un cane sonnacchioso, un pitale, prima di trovare ci che cerca: una spada lucente.
Eccola qui.
Dopo averla impugnata con una mano, mentre con l'altra regge il cucchiaio, si pone di fronte a Grifo.
Poi lo assale urlando come fosse in battaglia.
Il ragazzo rivolge l'attenzione alla spada, ignorando l'innocuo pezzo di legno.
Figliolo, ora saresti defunto.
Mostra il cucchiaio che, impugnato dalla parte opposta,  diventato un punteruolo acuminato.
Ti ho fatto credere che il pericolo maggiore venisse dall'arma pi micidiale. Ti ho distratto dalla mia vera intenzione, trafiggerti con il falso cucchiaio.
Il mago solleva la spada e la porta in alto per poi calarla nell'esofago, sotto lo sguardo stupito dell'unico spettatore, fino a che non rimane fuori che l'elsa.
Con lentezza estrae la lama dalla bocca. Poi l'affonda nel petto del giovane che si spaventa per un solo attimo, ma poi, non sentendo dolore, ride.
Il mago gli mostra che  un banale artifizio: la lama della spada  retrattile.
Questi sono solo trucchi, l'inganno  tutt'altra cosa. Molto pi sottile e infingardo. Era solo per farti ridere.
Comincio a capire la differenza.
Ora  tardi, meglio dormire. Accomodati l.
Gli indica un giaciglio sotto a una finestrella. Si stende subito spalle al mago, che si  fatto un letto di cuscini sul fondo del carrozzone.
D'improvviso si sente sfiorare una spalla. Si aspettava un'insidia da parte dell'incantatore che di certo fingeva di dormire. Scatta subito in piedi col coltello proteso. Vergognandosi un po' si accorge che Erik  sdraiato al suo posto, non si  mosso.  stata la colomba a posarsi su di lui.
Dormi pure tranquillo, le lezioni proseguiranno domattina, te lo prometto.
Sghignazzando, soffia sulla candela e il carrozzone sprofonda nel buio.
...
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ANATOMIA.
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Sulla porta d'ingresso di un'officina medica, Hakim si rivolge al giovane allievo.
Mangiando bene e con regolarit sei cresciuto. In pochi mesi non sei pi quel ragazzino gracile come un uccellino implume.
Dimostrare la propria forza e prestanza non  una buona strategia. Me lo avete insegnato voi.
 vero, ma contro la natura non possiamo niente.
Carne che cresce.
Che siamo venuti a fare qui?
Ti lascer qualche tempo in compagnia di un uomo che ti insegner l'anatomia umana. E questo  il suo laboratorio.
Cosa mai ci sar da sapere? Anch'io possiedo un corpo.
Il doge ha un'idea precisa di cosa  indispensabile che tu apprenda.
Ne so gi pi di quanto serva.
Ah, s. Colpiscimi.
Senza titubare un istante, parte con un pugno. L'algerino allunga un braccio e, nello slancio, il ragazzo
finisce per battere la gola contro il palmo proteso di Hakim. Gli manca il fiato e porta la mano alla parte colpita. Ora che  inoffensivo, con una spinta sulle scapole lo manda lungo disteso e gli schiaccia l'addome con un piede.
Mi  bastato tendere un braccio, che sapevo pi lungo del tuo, per far s che il pugno non arrivasse fino a me e ora sei alla mia merc.
L'algerino solleva il piede e Grifo si alza adombrato e umiliato. Fa un paio di giri su se stesso ma non riesce a sbollire la rabbia. A brutto muso gli urla: Non toccatemi mai pi o io vi sbudello.
Spazientito, Hakim lo attacca al muro prendendolo per il bavero.
Senti, ragazzino, basta discutere. Devi fare ci che ti ordino. Un giorno mi ringrazierai. Per ora mi accontento di non essere pugnalato alle spalle, ma potrei essere pi svelto di te.
Troppo tardi.
Hakim china la testa e vede la punta del coltello di Grifo all'altezza dello stomaco.
L'uomo lo guarda e poi ride.
Il doge sar contento dei tuoi progressi.
In quel momento, attirato dagli insoliti rumori, si affaccia sulla soglia un medico con la barba nera attorno al mento, lunghe basette a boccoli che gli scendono dalle tempie e, sulla cima della testa, la kippah.
Il ragazzo riconosce in lui un figlio di Abramo per averne visti altri in citt, dove sono mal tollerati.
Buongiorno, signori.
Lui  un dottore e speziale. T'insegner ci che serve.
Prima di lasciarlo gli sussurra all'orecchio:
Sappi che alla fine dell'apprendistato sarai il soldato pi letale che sia mai esistito. E non so dirti se sar un vanto o una dannazione.
Soldato suona onorevole e vi ringrazio, ma io sar un sicario.
Quando Hakim se ne va con un semplice cenno del mento, il medico e l'allievo entrano nell'officina.
Li accoglie un profumo intenso di spezie, infusi, pomate, foglie e bacche pestate ancora nel mortaio.
Per presentarsi, l'uomo tende la mano e il ragazzo l'agguanta.
Io mi chiamo Isaac. Tu?
Il mio nome  Grifo...
Sembra pi...
Un nome dato da un bambino. Cos  stato.
Sei qui perch io t'introduca nella conoscenza dei rudimenti dell'organismo umano perch tu possa sfruttarne le fragilit.
So usare il coltello e tanto mi basta.
Non sempre potrai contare sulla lama, che sono certo sai adoperare con padronanza, ma potresti essere disarmato.
Pur se con poca forza, il medico comincia a stringergli le dita e a piegargli i polsi verso il basso.
Il ragazzo non se lo aspettava. Strillando per il dolore  costretto a inginocchiarsi per assecondare la torsione ed evitare che le dita si spezzino.
Basta, vi prego.
Un esempio vale pi di mille parole. E sto applicando ben poca energia. Se volessi insistere oltre che succederebbe?
Lascia la morsa e Grifo scrolla la mano intorpidita.
Intanto, il medico preleva dalla tasca capiente un uovo fresco.
Scommettiamo che non riuscirai a rompere questo uovo con le mani?
Lo compatisce come se avesse detto una cosa folle.
Allunga la mano per farsi dare l'oggetto della sfida che sa gi vinta in partenza.
Prima voglio vedere i soldi. Sono pur sempre un ebreo.
Grifo si fruga in tasca in cerca di un soldo ma il medico lo ferma.
Stavo scherzando, non voglio nulla perch so gi di vincere. Sar io a pagarti in caso tu riesca nell'impresa.
Una sola condizione: devi stringere dalle punte.
L'uovo passa di mano.
Per quanta forza impieghi, e per quanto s'impegni con accanimento fino a gonfiare le vene del collo, il ragazzo non  in grado di romperlo.
Vedi? Non riesci neppure a danneggiare un guscio d'uovo.
L'allievo s'incaponisce e continua a provare fino a che i muscoli gli bruciano.
Ora prova a girarlo e premi dalla parte panciuta.
Grifo ruota l'uovo e, continuando a imprimere una forza esagerata, schiaccia le parti indicate. L'uovo esplode schizzando il contenuto appiccicoso sul volto del giovane e tutt'intorno. Sapendo come sarebbe andata a finire, Isaac si era posto a distanza di sicurezza.
Come ti ho dimostrato, la potenza non  cos importante.
 meglio sapere dove applicarla.
Gli getta uno strofinaccio perch si pulisca.
Si avvicina a una struttura nascosta da un telo di cotone e alta come un uomo. Tolta con uno svolazzo la copertura, appare uno scheletro percorso da fili di diverso colore che simulano muscoli, tendini e nervi.
Stando qui con me, conoscerai i punti di rottura delle ossa, delle giunture, le torsioni letali e le zone di massimo dolore.
Grifo non riesce a distogliere gli occhi dalle orbite vuote dello scheletro che gli pare debba muoversi da un istante all'altro.
Accomodiamoci.
Si sistemano uno accanto all'altro seduti su una panca. Il medico gli mostra indice e pollice e con questi stringe appena sopra il ginocchio. Grifo sobbalza per il male.
Due sole dita, e ben poca forza, applicate nel punto giusto. Visto? Non  mortale, solo fastidioso
ridacchia l'ebreo.
Il ragazzo si scosta dal medico per non incorrere in altri esempi.
Isaac passa giorni e giorni a torcere ossa, a tormentare tendini di corda e a chiedere all'allievo di compiere gli stessi movimenti fino a farli diventare gesti automatici.  meravigliato dalla facilit con cui apprende.
Una notte afosa appoggia il deretano ossuto sull'angolo del tavolo, si stira i boccoli e gli dice:
Il doge mi ha ben pagato e devo dire che con te sta spendendo bene i denari. Vai pure, goditi un po' di riposo. Riprenderemo altrove tra un paio di giorni.
L'odore della vostra bottega non mi mancher
dice Grifo starnutendo ripetutamente.
Il ragazzo vuole tornare alla vita dopo essere stato rinchiuso cos a lungo. Prende la sacca con le sue poche cose e si gira per lasciare il retrobottega in fretta.
Improvvisamente si sente afferrare la gola da dietro in una stretta poderosa.
Isaac lo sta strozzando.
Il ragazzo spinge deciso la nuca contro i pollici del medico e, al momento opportuno, d uno strattone in avanti. Le dita dell'assalitore si aprono con estrema facilit, come se si fosse spezzato un incantesimo malefico.
Sforzando la nuca verso i pollici induco l'aggressore a fare pi forza con gli stessi, ma tolgo vigore alle altre dita e cos  facile liberarsi.
Molto bene, Grifo, ma hai ancora molto da apprendere.
Sono pronto, maestro. A presto.
Un colpo di vento fa tintinnare le ossa dello scheletro, o forse anche lui lo saluta.
...
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PUNTI VITALI.
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Un omuncolo con un ghigno nervoso, che pare sghignazzi di una tragedia, fa cenno a Isaac e Grifo di seguirlo lungo un budello di roccia. Gocce d'acqua cadono incessanti dalla volta producendo un concerto ipnotico.
Il medico ebreo deve subire lo sguardo malevolo della guida che lo disprezza e sacramenta parole incomprensibili contro la sua razza.
Il tunnel termina in uno slargo cieco. Un fiato di luce arriva da una grata posta in alto. Al centro dello spazio angusto trovano posto un tavolaccio e sopra un lenzuolo sudicio che copre quello che  facile immaginare dalla forma, un corpo umano. Il ragazzo sente un tanfo opprimente che conosce bene, il puzzo della morte.
Con le mani simili ad artigli, l'omuncolo scopre il cadavere, azzurrognolo e grigiastro, di un uomo glabro dal ventre prominente, gambe e braccia striminzite.
Grifo ha gi visto molti morti ma questo lo sgomenta. Isaac si  accorto dell'espressione del ragazzo.
Lo conoscevi dunque.
Lo vedevo di tanto in tanto chiedere l'elemosina ai passanti vicino alla Commenda di San Giovanni di Pr, sgridando malamente chi non lo favoriva.
A giudicare dalle venuzze sugli zigomi, i soldi li spendeva all'osteria raglia una risata l'omuncolo.
Poi allunga la mano con le dita pronte a ricevere una scarsella piena di monete. Dopo essere stato pagato, incredulo di ricevere dei soldi da un ebreo, rammenta loro: Un'ora e non di pi, come pattuito.
Domattina devo gettarlo nella fossa comune prima che il becchino si accorga. Conta sempre i corpi perch riceve un soldo per ognuno di loro. Buon divertimento.
Volta le spalle ai due e sparisce come un sorcio nella tana.
E ora? Chiede Grifo leggermente agitato, pur avendo ormai deciso di affidarsi all'uomo.
Dopo l'anatomia, voglio mostrarti i punti vitali del corpo umano.
Ho compreso.
Oggi apprenderai dove conviene colpire per uccidere in modo sicuro e sbrigativo.
Senza dire altro, all'improvviso, Isaac infilza un coltello nel fianco sinistro del cadavere, appena sotto l'ascella. Un gesto raccapricciante, ancor pi tedioso perch non ha prodotto rumore.
Poi spiega: Questa  una parte davvero mortale.
Arriva direttamente al cuore. In genere si pensa a proteggere il petto, non questa zona. Prova.
Gli affida il coltello. L'allievo esegue con poca convinzione ed  subito redarguito.
Non cos. Ci vuole forza, altrimenti le costole attutiscono, deviano o addirittura fermano il colpo.
Risentito, riprova con veemenza, tanto che resta fuori dal cadavere solo il manico.
Cos va meglio.
Il medico mostra altri punti letali come le tempie, la base posteriore del collo, la gola, i tendini dietro al ginocchio che portano al dissanguamento in pochi minuti.
Il cadavere  devastato dai colpi di coltello, e dagli ampi squarci si vede carne viola e ossa color avorio sporco.
L'ebreo lo guarda alzando il sopracciglio fino a sfiorare lo zuccotto.
Bene cos. Hai talento.
 tutto?
Uccidere  facile, pi difficile  non farlo, per tenere in vita a lungo allo scopo d'infliggere dolore, magari per ottenere informazioni.
Grifo allarga le braccia non avendo compreso la complessit dell'affermazione.
Se vuoi torturare una persona ostinata e non farla morire, devi esserne capace.
Io lo sono di certo asserisce con giovanile baldanza, tollerata bonariamente dal medico.
Sai, per esempio, quali sono i punti pi dolorosi?
Dal tono della domanda comprende che non pu azzeccarli e, comunque, non vuole togliergli il piacere della spiegazione, dunque tace.
So che non lo diresti ma sono la punta delle dita e la fronte. Impossibile resistere a lungo. Ti sar molto utile per avere confessioni spontanee.
Quanto sia dolorosa la fronte lo ha imparato a sue spese e la cicatrice ne  la prova. Ora per vuole sfoggiare la sua conoscenza.
Anche scavare col coltello i denti sotto le gengive o dentro l'orecchio e l'inizio della spina dorsale sono molto convincenti.
Certo,  cos, ma lasciano il corpo devastato.
Meglio lo stesso risultato, ma con pi discrezione.
Grifo ha una curiosit puerile, anche se un'infanzia non l'ha mai avuta.
 vero ci che si dice, che voi, figli di Abramo, avete mille modi per torturare un uomo?
Ne abbiamo tanti e fantasiosi quante solo le stelle che incombono su di te sdraiato sul fondo di una barca al largo.
I due continuano a martoriare il corpo fino a che l'ora  trascorsa. Puntuale, giunge l'omuncolo
e, vedendo com' conciato il cadavere, tempesta di pugni nervosi e inefficaci il petto ossuto di Isaac.
Come l'avete ridotto, miserabile? Che dir ora al becchino? Quel maledetto mi...
Con facilit, sapendo come stringere, il medico gli blocca i polsi.
Avete tempo per sistemare il corpo e questo vi aiuter.
Bastano altre monete per strappargli uno sventaglio con la mano e una maledizione agli ebrei per congedarli.
I due se ne vanno, mentre lui si getta sul cadavere come farebbe uno sciacallo, annusando e tastando con il muso per trovare la parte pi molle da addentare per prima. In realt esamina il corpo e cerca di riportare i lembi di pelle al loro posto. Con un cordino sottile lega le parti che non starebbero insieme altrimenti.
 uno scrupolo che non ha una ragione, perch gli baster rivestire il cadavere, ma pensa sia meglio essere prudenti.
Una volta fuori, Grifo soffia via l'aria che ha respirato accanto al morto credendola venefica e riempie i polmoni fino a tossire.
Ad aspettarli c' Hakim.
Dopo una pacca sulla spalla di Grifo, Isaac se ne va strisciando i muri.  consapevole del pericolo che corre mostrandosi incautamente per strada. Tutelato
dalla legge, qualunque cristiano pu obbligare un ebreo, con la forza se si ribella, a pregare Ges sotto a una delle tante edicole mariane disseminate in citt.
L'algerino e l'allievo s'incamminano in silenzio.
Si fermano a una fontanella ai trogoli di Santa Brigida, dove le donne strizzano e lavano panni e pettegolezzi, per pulire le mani lorde degli umori del defunto.
Non  finita qui...
Torturer altra carne morta?
No, presto toccher ai vivi soffrire.
La notte si volta dall'altra parte.
...
.
...
LOTTA.
...
.
...
Tra gli inverni degli ultimi vent'anni questo  il pi rigido e sar ricordato a lungo.
In uno spiazzo di erba e piante incipriate di brina, Hakim e Grifo si stanno allenando alla lotta e a come difendersi e offendere a mani nude. L'allievo ha quasi raggiunto in altezza e anche in abilit il maestro.
Oramai a ogni tenzone  l'algerino ad avere la peggio e il giovane, per ritorsione, non gli lesina i colpi nelle dita e nelle natiche come riceveva lui per punizione quando era un principiante.
L'uomo subisce senza lamentarsi e lo esorta a continuare a impegnarsi.
Grifo fa una finta, lo prende per la giubba e, usando l'anca, fa ponte e lo scaraventa a terra. Prima che si rialzi, si getta al fianco serrandogli il collo con le gambe, poi gli torce il braccio, facendo leva col gomito potrebbe spezzarlo con estrema facilit. Hakim batte la mano sul terreno in segno di resa.
Si rialzano pronti a continuare la sfida. Questa volta l'algerino si arma di un coltello di legno. Puntando i piedi nel terreno, Grifo schiva un fendente destinato
allo stomaco e usa il movimento per girare attorno al corpo dell'avversario e affibbiargli un pugno leggero alle reni, un colpo quasi risolutivo se portato con potenza.
Direi che non ho pi nulla da insegnarti.
E allora mangiamo suggerisce felice.
Il ragazzo  sempre affamato. Non riesce a dimenticare le volte in cui da bambino aveva lo stomaco vuoto e la pelle si tendeva contro le costole con fitte lancinanti reclamando del cibo.
Mentre Hakim si procura della legna e la taglia con una scure per preparare il fuoco, scuoia una lepre che ha catturato durante la mattina e la infilza su un bastone per arrostirla sulla fiamma.
Il buio li coglie mentre chiacchierano di luoghi lontani, mangiano e si scaldano intorno al fal.
Radente passa su di loro un pipistrello attirato dal calore. Volteggia per un po' poi si allontana. Le parole tacciono e lasciano alle mandibole la precedenza.
Il silenzio non appartiene al bosco. Si sentono i legni degli alberi vecchi che si lamentano, versi di animali inimmaginabili, pietre che rotolano, rami che si spezzano.
Finita la cena frugale, l'algerino si rivolge al ragazzo.
Ricorda la cosa pi importante, dovrai essere invisibile.
Lo so, Hakim. Me lo avete ripetuto mille volte.
Non guardare in faccia le persone, non vestire in
modo appariscente, sedersi in un angolo se non si vuole essere notati. La folla rende anonimi.
Proprio cos. Ti suggerisco come regalo di commiato un trucco utile quanto efficace.
Dite.
Si sporge per sentire meglio.
Se occorre, potresti mettere sotto le suole delle scarpe dei legni in rilievo che simulino le orme di un animale. Cervo, orso, cavallo. Nessuno sospetter che si tratti di un uomo.
Grifo ride come se fosse una burla, ma riflettendoci crede che possa essere una buona strategia.
Mentre il fuoco crepita e la fiamma ancheggia seducente, d'improvviso, gli sovviene che l'addestramento  quasi terminato e questi sono gli ultimi giorni insieme. La malinconia spazza via l'allegria.
Ha un grande affetto per Hakim e sa che gli mancher come non gli  mai capitato con nessuno, ma dissimula perch non appaia come una debolezza.
Ora che avete portato a termine il mio addestramento, che farete?
Il doge ha promesso di ripagarmi affrancandomi dalla schiavit, ma non ho ancora deciso se restare o tornare nella mia terra. Non so se qualcuno mi aspetta ancora.
Un rumore insolito li fa trasalire. Prima che possano capirne l'origine, da un cespuglio sbucano
due briganti giovani e robusti che puntano loro la spada alla gola.
Fermi, non muovetevi intima un gaglioffo con una benda nera sull'occhio.
E l'altro, con indosso una giubba di pelle di pecora, aggiunge: Vi abbiamo ben veduti, prima. Non credo che dei coltelli di legno la facciano alla pari con lame di Toledo.
Non uccideteci, vi prego. - piagnucola l'algerino gettando nel fuoco l'arma di legno e consegnando ai piedi dei briganti la scarsella che tintinna monete - Vi daremo tutto ci che possediamo.
Grifo  sconcertato dal comportamento pusillanime del maestro che credeva un guerriero.
Bene, moro, cos mi piacete. Avete altro addosso?
No... io non...
L'incertezza della risposta induce l'orbo a chiedere al compare, con un gesto del mento, di perquisirlo.
Cosa nascondete?
Appena  a portata di braccio, Hakim prende il coltello di legno che aveva buttato accanto al fuoco perch ne bruciasse buona parte della punta e lo infila nello stomaco del brigante. La ferita non pu essere mortale ma il vello che indossa prende fuoco e in un attimo danza abbracciato alle fiamme urlando come un peccatore all'inferno.
Con un grido belluino, l'orbo decide di decapitare il ragazzo ma Grifo da seduto spazza il terreno con una gamba e l'assalitore cade. Dopo di che gli appioppa un calcio in faccia e il brigante perde i sensi.
Emanando un odore acre e un fumo nero, il fuoco continua ad accanirsi sul cadavere del compare.
Hakim e Grifo si stringono gli avambracci.
Per un attimo ho creduto davvero foste un codardo.
Ogni scorrettezza  lecita. Non c' onore che valga la vita. Mordi, strappa, graffia, spergiura... ma resta vivo.
Con una spinta, l'algerino toglie il ragazzo dalla lama dell'assassino che si  rialzato e sta per aprirgli il cranio. Mancando il bersaglio, per lo slancio, l'orbo si consegna nelle mani di Hakim che gl'infla un dito nell'occhio sano e spinge fino a cavarglielo. Poi raccoglie la spada e lo uccide spaccandogli il cuore.
Quest'uomo poteva ammazzarti. Non lasciarti mai indietro chi ti vuole nuocere. Lo rifar alla prima occasione.
Dovevi finirlo e basta. Uno in meno da cui guardarsi.
In fretta, si preparano e se ne vanno abbandonando i cadaveri ai predatori della notte.
Incuriosito dagli strepiti, il pipistrello torna e li accompagna per un tratto mentre vanno verso le luci delle prime case.
Tra non molto Genova avr un nuovo assassino.
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TORMENTO.
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Grifo frappone le dita della mano destra tra collo e colletto della camicia che lo soffoca. Non  abituato agli abiti da damerino. Anche i pantaloni gli tirano nel cavallo e continua a scostare la stoffa in un gesto poco elegante, mentre solleva le spalle nella speranza di far cedere la manica della giacca che gli tormenta l'ascella.
Hakim scuote la testa e lo esorta a smettere. Il ragazzo non  a suo agio anche perch non  mai stato in un palazzo nobiliare cos elegante e sfarzoso. Nel tragitto tra stanze e corridoi, che non sa dove lo porter, deve sopportare lo scherno delle servette che ridono di lui e del suo evidente imbarazzo tradito dalle gote accese di rossore. Pare persino che un pappagallo su un trespolo lo derida con grida acute sollevando le piume della testa e molleggiando sulle zampe. Finalmente si fermano davanti a una porta con una maniglia cos lucidata da riverberare dei bagliori. Un valletto apre i battenti e, dopo aver considerato la loro condizione, non li degna di un inchino come  solito fare con gli ospiti di riguardo.
Grifo immaginava di dover affrontare un valente nemico, magari uno spadaccino, ma non si aspetta il
peggio. Si trova innanzi a un suonatore di clavicembalo assiso su uno sgabello con le mani sulla tastiera, una ragazza molto giovane, che valuta avere non pi di dodici anni, e a un tizio azzimato, dal volto scarno e imbellettato di bianco, che mulina un bastone tipo quelli da passeggio ma pi sottile. Stizzito, l'uomo rimarca il loro ritardo e li esorta a far presto.
Forza, la duchessina Aurora non ha tutto il giorno per voi.
La giovane nobile si sente in dovere di mettere il broncio e di arricciare le labbra come conferma.
Hakim fa le presentazioni indicando chi nomina.
Questo nobiluomo  Cesare Negri, il pi grande ballerino, e ora maestro di ballo, che Genova abbia mai veduto.
In punta di scarpe, l'uomo si erge in tutta la sua altezza e, con un cenno quasi impercettibile della testa, concede la sua benevolenza alla frase dell'algerino.
Questi  Grifo ed  qui per imparare la danza che la vostra pazienza potr infondergli.
Al sentore di quelle parole, il ragazzo sgrana gli occhi per lo stupore e spalanca la bocca. Prima che formuli la domanda dando voce al sospetto, Hakim parla agli altri perch sia lui a intendere.
La danza impone movimenti fluidi e senza inceppi. Un minimo tentennamento o un inciampo compromettono l'esibizione.
Ben detto, - s'intromette il maestro di danza - i passi devono essere espressi con naturalezza e armonia, assoggettandosi al ritmo imposto. Il tempismo  tutto.
Grifo non si trova certo a suo agio e farebbe volentieri a meno di essere l davanti agli occhietti perfidi della duchessina, ma ben comprende le intenzioni dell'algerino.
Un accordo di clavicembalo e la lezione ha inizio. Il maestro, spostandoli per i fianchi, posiziona i giovani uno di fronte all'altra. Il musicista suona con vigore una gagliarda. Il ragazzo cerca goffamente di imitare i movimenti suggeriti da Cesare Negri. A ogni sbaglio  punito con un colpo ben assestato di bastone. Particolare attenzione  posta all'esecuzione dei cinque salti con conseguente cadenza prima e posizione dopo. La duchessina si muove con grande abilit come se non avesse fatto altro nella vita. E forse  proprio cos, pensa l'apprendista sicario facendola roteare leggiadra attorno a s e tenendole la manina leggermente umida di sudore.
Le lezioni si susseguono almeno tre volte la settimana con crescente soddisfazione del maestro di ballo. Grifo si destreggia con virile eleganza e padronanza assoluta dei movimenti. Era ci che Hakim voleva acquisisse.
Invece, la duchessina Aurora si  perdutamente innamorata del suo cavaliere. Le passer.
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PAURA.
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Il locale  minuscolo e ha solo una porta di ferro come accesso verso l'esterno. Il gelo stria di ghiaccio lo spazio tra i sassi dei muri.  un ricovero per animali in mezzo al nulla di una campagna a terrazze. Del soppalco di un tempo lontano sono rimasti solo dei mozziconi di assi piantati nel perimetro.
A torso nudo, Grifo  legato a una sedia con le braccia dietro lo schienale. Sulla propria testa ha un paiolo di olio bollente trattenuto da una fune assicurata a un anello metallico infisso a mezza altezza in una parete. Una candela sta cominciando a bruciare la corda.
Hakim gli tira una secchiata d'acqua fredda, il ragazzo rabbrividisce e il tremito non si cheta.
Come vedi non sei in una bella situazione. Solo il controllo delle emozioni ti pu salvare. Non lasciarti sopraffare dalla paura, altrimenti sei perso. Devi vincerla.
Mi avete preparato per mesi a prove come questa e non fallir gli dice con una certezza che non corrisponde al vero stato d'animo.
Sappi che io non verr a salvarti. Nel caso, mander qualcuno a finirti. Fallire non  ammissibile.
Incredulo, vede l'algerino andarsene e chiudere la porta a chiave. Pensava volesse solo motivarlo, ma ora sa che pu morire.
Hakim grida senza avere in cambio una risposta.
Preso dal terrore, si dimena sulla sedia cercando di spezzare o almeno allentare le cinghie che lo tengono in vincoli.
Niente da fare.
Si concede qualche attimo per respirare e tenere la mente a bada perch non ceda al panico. Come gli ha insegnato il maestro, si concentra aspettando che il cuore smetta di martellargli nel petto, nonostante la corda a contatto con la fiamma sia diventata nera.
Puntando i piedi, compie un piccolo balzo per avere un riscontro della robustezza della seggiola.
Poi ne fa un altro slanciando il pi possibile i piedi verso l'alto e si schianta a terra spezzando le gambe della sedia. Prende la rincorsa, sbatte contro il muro per rompere ci che ne resta. Si precipita alla fiamma che sta consumando la fune e a essa frappone il legaccio che gli stringe i polsi. Sopportando il dolore, lascia che il fuoco tranci le cinghie emanando un odore dolciastro di carne bruciata, la sua.
Finalmente, tirando con forza, riesce a spezzare i legami. Decide di avvicinare la fiamma della candela alla corda che regge l'olio bollente, in modo che bruci pi in fretta. Per far s che non si schianti sul pavimento, finendo per ustionarlo con gli schizzi, regge la cima fissata al manico del contenitore. Quando si spezza, cala piano la pignatta fino al suolo. Scioglie la fune e fa un nodo scorsoio. Si strappa i pantaloni e usa la stoffa per non scottarsi col manico. Si pone dietro la porta e rovescia l'olio sul pavimento, badando a conservare un angolo asciutto dove stare.
Grifo grida come un ossesso.
Subito la porta si apre e un soldato si precipita nella stanza, scivolando sull'olio. Durante la caduta si ritrova attorno al collo un cappio. Mentre Grifo tira, deciso a strozzarlo, entra Hakim e col coltello recide la fune.
Oggi non morir nessuno. Non male, ragazzo.
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2, FEBBRAIO 1592.
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LA PRIMA MISSIONE.
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Cade una pioggia di traverso da cos tanto che neppure le fronde degli alberi danno riparo.
Grifo  appostato ai margini di una strada sterrata tra le ultime montagne prima del mare. Ha scelto un breve rettilineo prima di una curva che d in un dirupo.
Sistema un tronco grosso quanto le mani insieme possono stringere a malapena. Lo incastra in mezzo a dei pietroni mantenendolo perpendicolare al sentiero.
Nonostante il doge l'abbia giudicato non del tutto pronto, gli ha affidato un incarico perch l'inevitabile urgenza non gli ha lasciato scelta.
In cinque anni, il ragazzo  diventato un uomo fatto. Muscoloso, alto nella media, una leggera barba incolta e una voce bassa che fa vibrare gli strumenti a corda da distante. Dimostra pi dell'et che ha.
La missione consiste nel sopprimere un aristocratico intenzionato a gettare discredito su una vicenda di affari poco chiari di alcune banche genovesi sotto la protezione del doge.
Cesare Del Vaga  una persona influente e ha intenzione di divulgare le malefatte degli istituti di credito con lo scopo di diventare il re di piazza Banchi, il centro economico pi influente del Mediterraneo.
Il giovane sicario aspetta tranquillo ripetendo come un man tra che deve sembrare un incidente, queste le ultime parole del suo signore prima di congedarlo sfiorandogli una guancia.
La pioggia incessante gli solca il volto. La terra  fradicia come una mela marcia.
Gli pare di sentire un rumore. Posa appena l'orecchio a terra.  il momento. Si nasconde dietro un riparo di fogliame per mimetizzarsi nella vegetazione.
Trainata da quattro cavalli neri col manto splendente di pioggia, la carrozza affronta veloce il rettilineo, e quando giunge a met della curva, Grifo spinge il tronco tra i raggi di una ruota posteriore. Il mezzo salta per aria prima di schiantarsi pesantemente al suolo e, per l'abbrivio, precipita lungo il dirupo. Le staffe che trattengono i cavalli si spezzano. Gli animali nitriscono terrorizzati e ruzzolano gli uni sopra gli altri. Uno sbatte con la groppa contro un albero d'ulivo, ma il tronco non lo ferma. 
trascinato anch'esso verso il fondo della scarpata. Il cocchiere compie dei giri su se stesso prima di picchiare con la testa contro un masso che affiora dal terreno.
Grifo non perde di vista l'abitacolo che continua a rotolare sul prato scosceso. Uno sportello  divelto
dal resto e un uomo  sbalzato fuori. Non  Cesare Del Vaga, troppo vecchio.  il padre. Il giovane sicario sapeva che avrebbe dovuto occuparsi anche lui.
Nell'aria umida volano borse, fogli di carta, parti di carrozzeria, traversine, bauli da viaggio, imbottiture dei cuscini, coperte, cappelli.
Quel che resta della carrozza picchia con violenza sul tronco massiccio di una quercia e si divide in due.
Saltellando agile, Grifo corre lungo la discesa. Per primo trova il padre della persona da eliminare. Perde sangue dalla bocca, uno spuntone metallico gli ha trapassato la spalla e ha gli abiti lacerati che mettono allo scoperto altre ferite ed escoriazioni. Non riesce a far altro che allungare la mano verso il giovane che crede sia giunto per aiutarlo. Invece, senza tentennamenti, gli tappa naso e bocca. Il poveretto scalcia per un istante prima di conoscere la morte che ha la faccia di un ragazzo buono e sulla fronte una corona di spine.
Pi sotto, giace il corpo del cocchiere. Lo raggiunge, gli posa due dita sotto il collo e scopre che  vivo. Controlla la ferita e sa che sopravvivr. Non lo uccide perch sar lui a raccontare che si  trattato di un incidente, la rottura di una ruota, sviando cos ogni possibile sospetto.
Sul tratto a valle, meno scosceso del dirupo, dentro ci che rimane della carrozza, c' Cesare Del Vaga agonizzante a gambe ins.
Vi prego, vi... lo scongiura.
Non affannatevi, ci penso io.
Grifo si guarda intorno e sposta dei rottami.
L'uomo  convinto che lo faccia per tirarlo fuori dall'abitacolo. Non immagina che il soccorritore sta cercando una scheggia solida e lunga. Quando la trova, con forza, la pianta nel petto dell'aristocratico spaccandogli il cuore. Spira in un rantolo agghiacciante, simile al ruggito di una fiera.
Uno di meno.
Tutti penseranno che padre e figlio abbiano avuto sfortuna. Nessuno sospetter un duplice omicidio.
Anzi, parleranno con commozione del fato che gli ha concesso di morire insieme.
Ora tutto  immoto.
Neppure i cavalli sopravvissuti osano nitrire e si limitano a soffiare forte dalle froge.
Prima di andarsene, Grifo controlla che il cocchiere sia ancora svenuto e non abbia visto nulla. Rassicurato, gli rimane solo un paio di cose da fare: gettare via il tronco con il quale ha posto fine alla corsa della carrozza e spingere gi per la scarpata i massi che lo trattenevano. Meglio essere prudenti, pensa.
Fendendo la pioggia a testa bassa, fa ritorno a Genova badando a mantenersi lontano dalla strada battuta. L'acqua gli cola su denti e gengive perch la bocca non pu trattenere un largo sorriso.
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18 GIUGNO 1621.
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LA FESTA.
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A pochi passi dalla spuma delle onde, l'abbazia di San Fruttuoso, pigramente sdraiata sulla sabbia a godersi il sole, aspetta i fedeli che oggi arriveranno numerosi.
 giorno di festa.
Le barche a remi si appressano al piccolo molo per attraccare. Scendono prima le donne agghindate col meglio che possiedono. In testa portano ghirlande di fiori fissate alla nuca con nastri colorati. Qualcuna prende a schizzare d'acqua di mare le compagne che ricambiano ridendo.
Appena a terra, i bambini cominciano a rincorrersi e i pi grandi ad azzuffarsi. Gli uomini si raggruppano tra loro chiamandosi per nome e menando delle grandi pacche sulle spalle per dimostrare comunanza. Le donne fanno cerchio e parlano una sopra l'altra in un rumore di cascata. Ritrovarsi insieme  raro, hanno l'urgenza di raccontare e non riescono a darsi turno.
L'abbazia si raggiunge per mare oppure per un sentiero lungo, impervio e mal battuto. Solo chi 
tanto miserabile da non aver neppure una barca malconcia lo affronta. Quei pochi arrivano insudiciati di sudore e polvere ma con un filo d'erba tra i denti, felici comunque.
L'ingresso della chiesa  un'infilata di archi e colonne con il campanile che, severo, si tiene discosto, ritto e austero a controllare che tutto sia come deve.
Davanti al portale principale, ad accogliere i fedeli, c' il sacrestano con le mani allacciate dietro la schiena.
 un uomo di circa cinquantanni, capelli brizzolati con una leggera stempiatura ai lati della fronte, fisico asciutto, viso regolare. Ha modi gentili ma decisi. Le donne lo trovano attraente per la virilit che emana.
Saluta gli uomini stringendo loro la mano e alle donne fa un accenno toccandosi la fronte come se avesse il capello. Va incontro agli anziani e li sorregge fino a oltrepassare la soglia poi li affida a Dio.
Sistemandosi la cuffietta sotto il mento giunge Mirna, una vedova dell'et di mezzo. Il sacrestano la sostiene delicatamente per una mano e il gomito.
Tra loro c' un'intesa tradita da un sorriso e uno sguardo complici. I due si frequentano solo di notte e in segreto. Non vogliono che la comunit li giudichi.
Si danno piacere l'un l'altro, forse amore, e questo a loro basta. Un sacrestano con certe pulsioni, seppure normali in un uomo,  un'anomalia da condannare, e i maschi lo vedrebbero come un'insidia per le loro
donne. Per Mirna non sarebbe diverso. Si biasimano le vedove che non rispettano la memoria del marito defunto concedendosi ad altri.
Dopo una stretta insistita delle mani, con le dita che per un attimo si cercano, la donna entra e va verso l'acquasantiera. Si bagna appena le prime falangi, si fa il segno della croce mentre ha pensieri tutt'altro che innocenti pensando all'amante.
Il sacrestano vede che sono rimasti solo alcuni ritardatari che attraccano e decide di attraversare la navata per raggiungere l'altare maggiore. Molte donne, giovani e vecchie, si sporgono dai banchi per vederlo passare. Stende una tovaglia di pizzo, accende i candelabri e sistema la pisside con le particole all'interno del tabernacolo. Colloca al posto consueto il leggio con il messale aperto. Osserva l'insieme un paio di passi discosto. Quando  certo che il necessario sia predisposto al meglio, va in sacrestia perch ha ancora delle mansioni da sbrigare prima della funzione.
Apre una scansia scura di mogano e ne ricava il turibolo. Con un raschietto lo pulisce dalle incrostazioni precedenti e lo carica con nuova essenza d'incenso. Si dedica ai paramenti piegati per bene dentro a una cassettiera e che il prete dovr indossare durante la messa: il camice, la casula e la stola. Lo fa con una certa distrazione perch  curioso di vedere se ha funzionato il trabocchetto che ha ordito.
Tutti insieme entrano in sacrestia sei chierichetti gridando, mentre ancora si stanno infilando le vesti bianche bordate di rosso. Frignando, il pi piccolo chiede aiuto perch non riesce a trovare il buco per la testa. Una volta sistemati, si guardano tra loro. In cinque scoppiano in una risata che rimbomba nella sacrestia e indicano la faccia del pi grandicello. Il ragazzo prende un vassoio d'argento e si specchia. Sbalordito, vede che ha la bocca contornata da un cerchio nero.
Ma cosa...
Il sacrestano si pone davanti a lui e gli leva di mano lo specchio improvvisato.
 da qualche tempo che mi ero accorto che qualcuno beveva il vino destinato al tabernacolo.
L'espressione colpevole del chierichetto  piuttosto eloquente.
Stamattina ho aggiunto del nero di seppia al bordo del collo della bottiglia. Sospettavo fossi tu, e ora ne ho la prova. Non credo si possa negare.
Gli altri si sbellicano e uno di loro imita l'espressione buffa del compagno preso in flagrante.
Certo d'essere punito, triste, il colpevole fa per togliersi la veste, ma l'uomo lo ferma.
La risata dei tuoi compagni  un castigo sufficiente.
Andate che  ora.
Il bevitore di vino cambia subito umore e torna allegro come se nulla fosse accaduto. I chierichetti si
allontanano spingendosi e canticchiando in modo sguaiato un salmo.
Nel frattempo, giunge in sacrestia il vecchio parroco, don Giustino. Senza darlo a vedere, il sacrestano lo aiuta a infilare i paramenti fingendo sia una cortesia e non una necessit. Terminata la vestizione, claudicando, il prete si avvia verso l'altare, accompagnato dal suono festoso ma sconclusionato delle campane suonate da un uomo fatto e finito ma con l'intelletto di un bambino di sette anni. Tirare le funi della squilla lo rende contento e raglia la felicit a bocca aperta e bagnata.
Il sacrestano prende dall'armadio un lungo bastone al cui apice  assicurato un sacchetto di velluto rosso.
Nei giorni di festa la gente  generosa e la questua pi proficua del solito.
D'improvviso sente cigolare i cardini della porticina di servizio. Si volta e si trova davanti un soldato.
Cosa posso fare per voi?
Sacrestano, ho un'ambasciata da farvi.
Ditemi.
Senza aggiungere altro, il militare apre la bisaccia che porta a tracolla ed estrae un oggetto quanto mai emblematico: una Bibbia con due coltelli infissi al centro della copertina di pelle spessa.
Alla vista, il sacrestano sente lo stomaco aggrovigliarsi e un senso di nausea lo assale. Una vampata di
calore parte dalle scapole e sale fino ai capelli. Con un gesto automatico si porta la mano alla fronte e si tocca la cicatrice. Il soldato non pu fare a meno di pensare che assomigli a una corona di spine.
Il messaggero posa il libro sacro con le lame su un ripiano e se ne va poich la sua missione non prevede altro.
Per Grifo  tempo di tornare.
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MIRNA.
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Un bussare lieve alla porta della stanza del sacrestano non disturba la quiete della mezzanotte.
Apre appena il battente e Mirna sguscia all'interno.
Dopo un bacio in punta di labbra, la donna lascia cadere il mantello e poi un'esile camiciola di cotone.
La luce di una lampada offende il buio e sembra miele sulla pelle bianca e desiderabile di lei. Sa che a Grifo piace guardarla nuda e non si oppone nonostante provi imbarazzo. Il suo corpo non le  mai piaciuto.
Dopo un tempo ragionevole per soddisfarlo, s'infila svelta sotto il lenzuolo ruvido che odora ancora della cenere usata per lavarlo.
Grifo le accarezza i capelli e col gomito dello stesso braccio le sfiora un capezzolo che diventa turgido strappandole un gemito. La bacia dietro l'orecchio e lungo il collo. Lei resiste per un po' poi i brividi la costringono ad allontanare la testa e a ridere d'eccitazione.
Le mani si cercano per suggerire dove andare a posarsi. I respiri si fanno mantici che soffiano sul fuoco della passione. Si aggrappano ai lombi l'uno dell'altra come se ne andasse della vita. I movimenti
sono potenti, accompagnati dall'urgenza e da un sentore di disperazione.
Il sonno li ricompensa togliendoli dall'impaccio di inutili parole.
Prima dell'alba Mirna si riveste. Guarda il sacrestano con la tristezza nel cuore. In mezzo al petto ha una sensazione cos forte che non pu sbagliare.
Dai baci strappati della notte ha capito che l'amante se ne andr.
Tornerete da me? Chiede senza pretendere una risposta e se ne va chiudendo anche la porta dell'anima.
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ANCORA GENOVA.
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Prima di partire, il sacrestano riconsegna le chiavi dell'abbazia al parroco mattiniero che non sa cosa pensare e decide di non tentarci neppure. Non fa domande e infila il mazzo pesante nella tasca profonda della tonaca. Appena si volta per andare al confessionale si  gi dimenticato dell'accaduto. La vecchia testa non sa pi trattenere.
Grifo getta la bisaccia sulla spalla e sale sulla sua barca di un colore indefinibile. Non se n' mai curato troppo, perch in mare non ci andava spesso e non immaginava di doverla usare per lasciare San Fruttuoso.
Si mette ai remi e una corrente bonaria lo aiuta a faticare meno. In procinto di superare il promontorio, prima che l'abbazia si nasconda alla vista, si volta a guardare la casa che l'ha ospitato per quasi trent'anni.
La commozione non  un sentimento che gli appartiene.
Beve un lungo sorso d'acqua tinta e riprende a remare. Un paio di gabbiani gli volteggia sulla testa.
Non gli sono mai piaciute quelle bestiacce prepotenti e gli grida contro per cercare di spaventarle, ma gli uccelli gli ridono dietro per un po', poi tornano nel
piccolo golfo compiendo grandi volute nel cielo color lavanda.
Le onde lo sospingono sulla spiaggia di Camogli e il breve viaggio per mare  terminato.
Appena lo riconosce, un ragazzo dalla pelle olivastra gli va incontro e lo aiuta a trascinare a secco l'imbarcazione. Ogni tanto il sacrestano si serve di lui per badare alla barca, ma questa volta  diverso.
Giuseppe, da oggi la barca  tua.
Per l'inaspettata fortuna, il giovane apre la bocca per parlare ma emette solo un singulto.
Io non so se torner. In ogni caso non la reclamer.
Ti appartiene, fanne buon uso.
Vorrebbe baciare la mano del benefattore, ma il sacrestano la ritrae, gli scompiglia i capelli e si avvia.
Il ragazzo guarda l'imbarcazione con nuovi occhi ora che  sua. E la decisione  gi presa: diventer un pescatore. Il mare non arricchisce ma sfama.
Nel tragitto verso Genova, affrontato con passo spedito e uguale, Grifo incontra contadini che tirano carretti carichi di merce, viandanti cenciosi, soldati a cavallo, donne dai fianchi larghi con enormi gerle in testa che non impediscono loro di cantare una canzone d'amore. Dalla parte opposta della via, cammina lento un lebbroso col volto, il petto e le gambe fasciati in bende putride e sanguinolente. Per incedere si appoggia a un bastone cui  legato un
campanellino, come vuole la legge, che trilla a ogni passo per avvisare chiunque di stare alla larga.  cos rassegnato alla sua sorte che non chiede neppure l'elemosina.
Ogni borgo da attraversare si annuncia parecchio prima con grida infantili, incitamenti alle bestie da soma, richiami insistiti a galline capricciose, muli testardi e carrettieri che chiedono strada. Il sacrestano tira dritto ed  come se non vedesse nulla. Per un lungo tratto procede in compagnia solo degli scogli flagellati dalle onde da una parte e dalle montagne a picco che lo osservano curiose dall'altra.
A un certo punto vede a poca distanza davanti a lui due uomini vestiti miseramente, appoggiati a una casupola di pietre, un ricovero per l'erba destinata ai conigli. Appena lo scorgono si mettono a parlare fitto tra loro sottovoce, guardandolo di sottecchi. Superandoli, il sacrestano alza il mento in segno di saluto e prosegue. D'improvviso cala un silenzio irreale. Si volta di scatto ben sapendo cosa stia accadendo. Sorprende i loschi viandanti a neppure due passi da lui.
Uno dei due ha un randello e lo mulina in aria con l'intenzione di spaccargli la testa, mentre il compare estrae un coltellaccio e affetta l'aria per dimostrare che sa usarlo. Con un accento foresto del nord, quello col bastone gli intima: Dacci la bisaccia e non ti faremo niente.
Andatevene ora e io non vi far niente propone di rimando il sacrestano allargando le gambe per avere stabilit.
Dopo essersi guardati, si gettano contro la vittima da derubare. Grifo alza il gomito e para il bastone che altrimenti gli avrebbe fracassato il cranio. In un'unica mossa colpisce il malvivente alla base del naso, un punto dolorosissimo che butta sangue ma non fa troppi danni. L'assalitore rimane basito non comprendendo da dove sia partito il pugno. Esortato dal contuso, il compare si avvicina per un affondo di coltello. Dopo averlo distratto gettando in aria la bisaccia, con una giravolta, il sacrestano si toglie dal pericolo della lama, gli torce un braccio fino a che si spezza, rimanendo penzoloni in una posizione innaturale. Piangendo, i malfattori abbandonano le armi in segno di resa, ma a lui non basta. Prende un randello e li percuote in modo meticoloso sulle ginocchia. Le grida di dolore seguono il rumore delle ossa che si frantumano. Il suo scopo non  impartire una punizione ma impedire che lo seguano per vendicarsi.
Grifo raccoglie la bisaccia e la sistema, sollevando la spalla, nell'incavo alla base del collo e riprende il cammino, incurante delle urla e maledizioni degli uomini stesi a terra.
Genova lo reclama e se ne pentir. O sar lui a farlo?
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IL DOGE.
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Dopo aver sprecato un paio d'ore a riposarsi in un capanno di caccia fatto di foglie e rami, costeggia le Mura della Strega, una delle fortificazioni per proteggere la citt dai nemici. Oltrepassa il varco a testa china, fingendo un'evidente zoppia, per non apparire pericoloso, senza che i soldati di guardia lo fermino per un controllo. Sono impegnati a perquisire un carro di fieno con il sospetto che trasporti altro. Cos , infatti. Sotto la paglia trovano un paio di botti di vino. Il contrabbandiere chiede clemenza. Non l'avr.
Grifo pensa che Genova sia molto cambiata in quegli anni di assenza. La gente  diversa nei modi, nell'abbigliamento, ci sono pi stranieri, persino mori. E soldati, tanti soldati in armi. Anche le strade nuove e le botteghe non gli danno riferimenti e tentano di smarrirlo. Sa che un posto per non sar certo mutato: la dimora del doge.
Taglia per i carruggi e di colpo si trova davanti a Palazzo Ducale, bianco, elegante e regale come una sposa.
A guardia dell'ingresso ci sono dei birri compresi nel ruolo di custodi
dell'uomo pi potente della Repubblica. Sa che il suo arrivo deve restare
segreto e decide di diventare ombra. Solleva il cappuccio della giubba e s'immerge nello strepito di un gruppo di marinai che va verso il porto, il centro nevralgico della citt. Senza farsi notare, s'infila in un vicolo, stretto come solo qui si trovano, che costeggia per intero il retro del palazzo. In un punto che rammenta, batte col piede il terreno. Una parte del terriccio sobbalza. Lo raspa via con i piedi e porta alla luce un tombino arrugginito chiuso con un lucchetto: un passaggio segreto che usava in una vita precedente. Con la punta del coltello armeggia nella serratura che oppone poca resistenza. Si guarda in giro. Aspetta che passi oltre un gruppo di suore imbronciate che lo guardano storto senza motivo e poi scende nel pertugio. Dopo aver richiuso il tombino sopra la testa, affronta una scala ripida che conduce ai sotterranei del palazzo. Al termine, percorre un lungo corridoio leggermente in salita. Esili trappole di ragnatele gli intralciano il cammino, segno che quel cunicolo non  usato da tempo. Grossi topi mostrano gli incisivi per fargli capire che non gradiscono intrusioni a casa loro. Dopo averne scalciato un paio contro il muro che trasuda umido, gli altri si tengono a distanza. In fondo, intravede la luce baluginante di una torcia messa apposta per segnalare una biforcazione. Un uomo gli viene incontro. Ha
circa dieci anni pi di lui, alto e magro il giusto.
Due rughe profonde, dalle palpebre agli angoli della bocca, gli marchiano la faccia. La fiamma gli incendia le pupille di un azzurro raro.
Grifo si ricorda di lui, l'ha visto qualche volta a palazzo, anche se non hanno mai avuto nulla da dirsi.
Vi stavo aspettando, sono Lucio, l'assistente del doge. Aveva previsto, e a ragione, che sareste passato di qui. Venite,  ansioso di vedervi.
Io vi conosco.
Infatti. Ho consigliato al Signore di Genova di riavervi qui, perch anch'io so chi siete. Siete un uomo pericoloso.
Finalmente arrivano a una porticina di legno trapuntata di borchie. Lucio infila nella toppa una lunga chiave, spalanca il battente e si scosta per far passare il sacrestano prima di eclissarsi. A tre passi dalla soglia si staglia la figura allampanata del doge. Ha una scimmia sulla spalla che spilucca un seme di zucca.
Per passare oltre il Grifo si deve inchinare.
Non fatevi illusioni, doge, questa  la prima e ultima volta che mi prostro davanti a voi.
Vedo che non siete cambiato dall'ultima volta che ci siamo incontrati.
Avete fatto carriera. Vi ho lasciato come Giorgio Centurione, lo sterminatore di briganti e banditi, e ora vi ritrovo a decidere i destini della Superba.
Dimenticate una cosa cui tengo. Ho sventato anche la congiura di Nicol Salvago e Aurelio Cattaneo contro il doge Gerolamo Chiavari, una sorta di padre per voi, vero?
 cos, ma questo appartiene a un tempo lontano che ho voluto dimenticare concedendomi il privilegio dell'oblio.
Qualche volta, per, ci viene chiesto di tornare indietro a ci che eravamo. Al passato nessuno sfugge se non con la morte che tutto azzera.
Il reggente gli fa cenno di sedersi ma Grifo rifiuta e mette mano alla bisaccia aprendola. Getta la Bibbia con i coltelli sul tavolo al centro della stanza, le cui pareti sono tappezzate di seta blu. Paziente, il doge prende l'oggetto e lo regge di fronte al sacrestano.
Tenete i coltelli, vi serviranno.
Con uno strattone deciso, il sacrestano estrae le armi infisse nella copertina e nelle pagine. Le tiene in mano e le soppesa. Non pu fare a meno di provare lo stesso piacere di un tempo nel maneggiarle.
La scimmia, con un balzo, sale su una poltrona e si nasconde dietro la spalliera, come se avesse capito che  pi prudente non ascoltare ci che i due uomini si diranno.
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SOFFERENZA.
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Il doge si siede pesantemente sullo scranno e ad accogliere l'ossuto deretano c' un cuscino ben imbottito di piume d'oca.
Ester chiama con l'autorit brusca che gli  congeniale.
La cameriera entra senza bussare. Ha labbra carnose e sensuali che spiccano in un viso angelico.
Porta un vassoio con sopra una bottiglia di vino e dei boccali di peltro. Vorrebbe redarguirla per non aver scelto dei bicchieri che meglio si confanno alla bevanda, ma tace perch se ne vada al pi presto. Il sacrestano versa il vino per s e per il reggente. Bevono in silenzio, guardandosi come per cercare di carpire i reciproci pensieri. Dopo essersi nettato le labbra con un fazzoletto d'organza, con le iniziali ricamate, Giorgio Centurione  pronto per dire ci che deve.
Io vi ho convocato qui perch vi conosco molto bene. So chi siete o chi siete stato.
Di un povero sacrestano non c' molto da sapere.
Indisposto a cincischiare, il doge si alza con un balzo.
Come osate prendermi per uno stolto.
Io non...
Venendo qui, dopo aver ricevuto la Bibbia col pugnale, avete ammesso la vostra identit.
Grifo volta il viso e soffia dalle narici.
Non perdiamo altro tempo. Voi eravate il sicario del doge Chiavari e avete ucciso gente per lui. Vi ha raccolto da bambino e istruito per essere uno strumento di morte. Ero in estrema confidenza con quell'uomo eccelso e mi metteva a parte di ogni segreto. E voi siete stato il pi inconfessabile e deprecabile.
Il sacrestano si sbottona la giubba in preda a un improvviso calore.
So che avete assassinato, oltre che dei farabutti, anche degli avversari scomodi. Ogni volta si vantava con me delle vostre bravate e della capacit portentosa d'indagatore, felice di avervi scoperto.
E perch proprio con voi?
Ero un giovane promettente e, in qualche modo, mi ha svezzato alla politica e agli affari di stato. In un certo senso, mi ha addestrato come ha fatto con voi.
Alla sua morte, ho camminato da solo e ora sono dove mi vedete. Un buon allievo, non vi pare?
Dev'essere come dite.
Invece, voi vi ha lasciato in eredit ai dogi venuti dopo di lui. Un dono prezioso di propriet della Repubblica.
Non siete un uomo comune.
Io ho smesso di essere un'arma tanto tempo fa.
Siete fuggito, perch ormai eravate compromesso, per rifugiarvi in una chiesa, un luogo dove nessuno cercherebbe un assassino.
Comprendo che niente vi  all'oscuro.
A dirla tutta, neppure la tresca amorosa con la vedova che vi portate a letto.
Come per un impulso irrazionale, il sacrestano fa un passo verso il doge, ma si ferma valutandone l'inutilit puerile. Il reggente si  accorto della reazione ma la ignora.
Io non sono pi quella persona.
La vostra vocazione  un utile talento che non si dimentica. Presto vi mander a chiamare per spiegarvi cosa mi aspetto da voi. Ora potete andare.
Il sacrestano rigira i coltelli tra le mani prima di riporli nella cintura dietro la schiena.
Cosa volete da me, infine? Anche se temo di saperlo.
Voglio che voi torniate a essere quello che eravate, un sicario.
Ho giurato fedelt perpetua a Genova ma spero che sappiate ci che mi state chiedendo. Io ho solo un modo di risolvere le cose. Si chiama sofferenza.
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HAMMAM.
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Il vapore aleggia nella sala centrale dell'Hammam Sharif', l'unico in citt, gestito da tempo immemore da un turco furbo, lardoso e con pi tette di una balia.
Il sacrestano  a mollo in una vasca colma d'acqua calda con uno straccio sugli occhi per proteggerli dal vapore. Cerca di togliersi di dosso la polvere del viaggio e di meditare sulla svolta improvvisa della sua esistenza che l'ha strappato a una vita tranquilla.
Non  sicuro di rimpiangerla.
Altri clienti sono seduti su panchine di marmo, fasciati in lenzuola umide di sudore. Discutono d'affari e dai loro gesti pare che gli accordi siano vicini.
Il turco si approssima al sacrestano e gli chiede di stendersi a pancia sotto su una lastra d'ardesia.
Dopodich comincia a strofinarlo prima con una spazzola di corda intrecciata e poi con una vescica di bue riempita di sapone di Aleppo e acqua tiepida. Il contatto con la pelle  cos etereo e impalpabile che pare gli cammini sulla schiena un fantasma. Una sensazione insolita che rimane in equilibrio tra fastidio e piacere.
Finita l'operazione durata una mezz'ora, Sharif investe il corpo del cliente con secchiate di acqua fredda e ride delle consuete rimostranze e dei brividi provocati.
Serve per circolare sangue in corpo ripete ogni volta ai clienti.
Gli passa un lenzuolo pi pesante e ruvido e gli indica una stufa accesa con lo sportello incandescente e un fumo odoroso di spighe di grano che esce dalle feritoie ai lati. Seduto a capo chino e gambe divaricate, Grifo lascia che l'energia vitale gli scorra nelle vene con un formicolio.
A un tratto vede una figura completamente vestita sbucare dalla nebbia in sospensione nel locale termale.
 Lucio, trafelato.
Non ci mette molto a individuare il sacrestano poich si  tenuto in disparte. Le vecchie abitudini non si dissolvono mai.
Venite, il doge chiede urgentemente di voi.
Speravo non mi convocasse fino a domattina.
Lucio comincia a sudare in preda ai vapori caldi e con il vestito che si appiccica alla pelle.
Se non vi spiace, vi aspetto fuori.
Senza attendere una risposta abbandona l'hammam.
In fretta, il sacrestano va nello spogliatoio comune, si asciuga alla meglio e si veste.
Sulla porta di ferro e rivetti d'ottone l'attende il turco a braccia conserte. Il cliente paga il dovuto.
Dopo aver saggiato con un morso la bont della moneta, Sharif si scansa e lo lascia passare con un sorriso dai denti rossastri.
Lucio lo aspetta nervoso accanto a una carrozza nera, cui sono legati quattro cavalli maestosi, con lo stemma della Repubblica sulle fiancate.
Grifo ha appena il tempo di chiudere lo sportello che il cocchiere frusta l'aria e allo schiocco gli animali si muovono.
Vista l'ora tarda, le strade sono libere e arrivano in fretta a Palazzo Ducale.
Lasciata la carrozza, passando per la miglior scorciatoia, il sacrestano raggiunge il doge nell'appartamento privato.
Con il volto terreo, il reggente apre un tiretto della scrivania e ne ricava un biglietto. Lo tiene come se ne avesse timore e, senza parlare, lo porge al sacrestano che lo legge con lentezza poich la grafia non  delle migliori.
Non siete degno di governare Genova.
Vi ripeto. Se non avr ci che mi spetta, per voi sar la fine.
Dovete trovare il ricattatore. Il doge non pu essere minacciato di estorsione come un marito cornuto.
Dopo aver osservato la lettera a lungo, Grifo la sventola sotto il naso del destinatario.
Vi ripeto.
 cos. In precedenza ho ricevuto una missiva d'identico tenore. Per questo vi ho risvegliato dal lungo sonno. E ora ecco la seconda, arrivata poco fa.
Chi ve l'ha consegnata?
In entrambi i casi le lettere sono state lasciate sul sedile del confessionale di don Giacomo, il mio padre spirituale. Erano contenute in buste con sopra il mio nome.
Nel riflettere, il sacrestano si passa la lingua sulle labbra increspate.
Credo che dobbiate condividere con me una vostra colpa o sbaglio.
Che cosa insinuate?
Come posso aiutarvi se mi nascondete delle informazioni?
Il doge tormenta la veste e allarga la gorgiera che improvvisamente gli va stretta.
Certo che la diplomazia non vi si addice. Andate direttamente al bersaglio.
 per questo che mi avete fatto tornare.
Titubante, beve un goccio di vino per disporsi a parlare.
Ho chiamato voi perch non voglio coinvolgere le guardie. Altri testimoni cui chiedere il silenzio.
Come sapete molti sono mercenari, spergiuri, infidi e ubriaconi.
Avete ben descritto i vostri soldati.  soprattutto da loro che sono stato costretto a fuggire e poi scomparire al mondo.
Si mordicchia la parte esterna del polso fino a intaccare la pelle.
Io ho un solo nervo scoperto.
Devo sapere ogni cosa. Di che parlate? Chiede come fosse un interrogatorio.
Per anni ho avuto una giovane amante. Ovviamente la mia famiglia e mia moglie ne erano all'oscuro.
Ditemi della ragazza.
Si chiamava Fiammetta. Era bella e aveva una dote meravigliosa, se mi capite. Era debole di cervello. Ogni cosa la faceva ridere ed era incapace di menzogne o di ordire tresche. Non pensiate sia opera sua il ricatto. 
morta circa cinque mesi fa di mal respiro.
Ci detto, si affaccia alla finestra distratto dalle grida di un ufficiale che comanda il cambio della guardia nel cortile interno del palazzo. Poi prosegue.
La ricoprivo di regali. Mi piaceva il suo stupore ogni volta. Pensate che li respingeva con sincerit e solo dopo grandi e sofferte insistenze, finiva per accettarli.
Quando l'avete vista l'ultima volta?
Un mese prima che morisse, per dirle che la nostra relazione era finita. Cominciavo a invecchiare
ed era diventato difficile soddisfare le voglie di una donna nella prima et di fuoco. Ho coperto con una menzogna di stato la mia impotenza. Le dissi che non avevo pi tempo per lei, dovevo dedicarmi a un'amante meno esigente, Genova. Era mia intenzione divenire presto doge, come poi  accaduto.
Da allora l'ho veduta solo dentro una bara.
C' scritto: Se non avr ci che mi spetta. Di che si tratta?
Non saprei... nella prima lettera era solo annunciata una richiesta. Di che natura o entit, non so.
Per ora posso dirvi che questa lettera  stata scritta o maneggiata da una donna. La carta  intrisa di profumo femminile.
Lo sento... rosa selvatica. Che altro? Non mi servono supposizioni ma certezze.
Voi pretendete troppo in fretta.
Avete ragione. Non credo che stando qui troverete gli infami. Andate.
Questa la porter con me. Mi servir, spero
dice Grifo mostrando la lettera.
Insalutato, se ne va dal Ducale per la via segreta che  solito percorrere.
Solleva il tombino che lo riporta al livello della strada. Sbucando con la testa, gli pare di vedere un'ombra ritirarsi dietro l'angolo dell'edificio.
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IL VICHINGO.
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L'Osteria del Vichingo  il rifugio di sfaccendati, miliziani, meretrici, lestofanti, camalli e bari. Pur detestandoli tutti, una cameriera in carne con le spalle maliziosamente scoperte, li serve senza badare a chi la palpa e le dice sconcezze. Sa che tutto le sar ripagato sottoforma di mance.
In un tavolo accanto alla porta, il sacrestano sta mangiando uno stufato di coniglio e fagioli in una terrina di coccio, come gli piaceva fare un tempo. Un piatto cos non si dimentica. Osserva i dadi rotolare e i compari farsi segni di nascosto dopo aver trovato il gonzo. Due birri si spartiscono troppi soldi perch sia un guadagno lecito. Una puttana chiede il compenso per le sue prestazioni in anticipo ma il cliente vuole prima controllare la merce sotto le gonne perch non sia corrotta. L'oste ride di gusto a ogni lazzo, non per piaggeria,  uno spirito semplice.
Dopo aver alzato il bicchiere di vino, inclinato oltre la fronte per far scendere anche l'ultima goccia, il sacrestano si alza e mette dei soldi sul tavolo. La cameriera accorre, conta il denaro. Ce n' oltre il dovuto
e il di pi lo nasconde tra i seni a far compagnia ai capezzoli scuri. L'oste l'ha vista ma  solito chiudere un occhio.
Grifo si appoggia al bancone e si rivolge al vichingo, un marcantonio alto una testa pi di chiunque a Genova, dotato di una forza erculea e di un bastone nodoso. Nessuno osa sfidarlo e nel suo locale ognuno si sente sotto la sua protezione.
Ordina altro vino per non destare sospetti e cerca di far passare per chiacchiera l'informazione che gli serve.
Mi sembra di ricordarmi di voi, - dice Grifo -
una volta eravate un soldato.
Gi,  cos. Altri tempi. Prima li ammazzavo con la spada, ora con il vino.  solo una morte pi lenta.
Il sacrestano ride della facezia per entrargli in simpatia.
Siete anche voi un soldato, amico?
Lo sono stato e credo che abbiamo combattuto fianco a fianco contro i francesi prima e gli spagnoli poi. A Finale, nel ponente.
L'oste batte un pugno portentoso sul bancone e le bottiglie sul pianale fanno un breve balletto ma non cadono. Versa da bere e lo offre al nuovo venuto.
Perbacco, avete proprio ragione. Signori, - grida perch lo ascoltino - in alto i gomiti e brindiamo a un vero soldato, a un mio compagno d'armi.
I clienti sollevano il bicchiere e tracannano il contenuto.
Un giro gratis non capita spesso, se non per un padre che ha una nuova piccola bocca da sfamare, un'eredit improvvisa o una vedovanza sperata.
Il sacrestano non  mai stato nell'esercito della Repubblica.
Ha dedotto con facilit che l'oste fosse un miliziano da una sciabola arrugginita e un vessillo strappato appesi dietro al bancone.
L'oste rinvanga le imprese di guerra e il sacrestano lo asseconda fingendo di esserne a conoscenza. Le battaglie si assomigliano tutte.
Quando la confidenza  bastevole a coprire la vera intenzione, gli chiede: Sentite, cerco una persona per un affare personale. Viene ancora in questa taverna un uomo che si chiama Jacopone, studioso di tutto e di niente?
L'uomo ride: Avete ben definito il bolognese, signore. Se  un po' che non lo vedete, rimarrete deluso.
Direi che sono decenni e lo conoscevo come un erudito, anche se in scienze astruse.
 un vecchio ubriacone scorbutico che farnetica di aver conosciuto grandi saggi e uomini d'ingegno, ma ormai nessuno gli crede, anche se ha ancora la mente fina. A volte lo devo cacciare per quanto molesto.
 qui questa sera? Forse, come avete detto, stenterei a riconoscerlo.
Non ancora ma non mancher, vedrete. Sar qui a minuti e non dategli corda. Raccomandazione inutile, tanto far tutto da solo.
Nell'attesa, il sacrestano tiene compagnia all'oste per ingraziarselo e avere altri ragguagli sul soggetto che sta attendendo.
Quando ormai dispera d'incontrarlo, entra nella taverna un uomo secco, con gli zigomi incavati, il naso bitorzoluto come una pigna di cipresso, i vestiti di foggia antica che da molto non vedono l'acqua di un bucato e una barba bianca da capretta a incorniciargli il volto incastonato da croste.
Il sacrestano gli va incontro, lo prende sottobraccio come fosse un vecchio compare e lo porta al tavolo.
Mio buon amico, vi rammentate di me?
Veramente io non...
Ci siamo incontrati parecchio tempo fa.
Mi dispiace, non ricordo. Ora lasciatemi in pace.
Lasciate che vi offra da bere.
Allora vi conosco senz'altro.
Ha saputo dal vichingo che basteranno pochi bicchieri per indurlo a fare ci che vuole.
Dopo argomentazioni insulse, incensando la sua sapienza, affronta la questione che gli interessa davvero.
Voi padroneggiate la scienza di comprendere da una lettera l'identit e il carattere dello scrivente, vero?
Certo, il mio concittadino bolognese, Camillus Baldus, che Iddio lo
conservi in gloria, mi  stato maestro e ho imparato da lui l'arte detta grafologia.
Saprete dirmi con certezza chi ha vergato una missiva, dunque.
Non nome e cognome, ma vi saprei dire molto sulla sua personalit o inclinazione.
Ditemi ci che potete di questa lettera e ve ne sar riconoscente.
Trae dalla giubba un foglio e lo consegna a
Jacopone che lo prende tra le dita, lo stira sul ripiano del tavolo e segue le lettere con l'indice mentre le studia.
Per prima cosa vi posso assicurare che si tratta di un maschio.
Ne siete sicuro?
 la scrittura di un uomo rozzo e le parole vergate gli sono state suggerite. Le sottolineature sono un modo inconsapevole di rimarcare la propria appartenenza.
Probabilmente  uno straniero.
L'oste, che ha origliato, arriva e, come d'abitudine, batte un pugno sul tavolo.
Avete ben indovinato. Ho scritto io questa lettera e sotto dettatura di questo compagno. Mi avete divertito e offro da bere al vostro ingegno.
Svelta, la cameriera porta al tavolo del vino denso.
Jacopone guarda perplesso il sacrestano che subito gli spiega il motivo dell'inganno innocente.
Non abbiatevene a male. Volevo essere sicuro della vostra competenza poich ho da sbrigare una faccenda della massima gravit che coinvolge la persona a cui noi tutti dobbiamo obbedienza.
Solo ora mostra la lettera con la minaccia ricevuta dal doge.
 di questa missiva che m'importa davvero. Vi prego.
Comunque, contento che qualcuno lo prenda sul serio e lo tratti con gentilezza, esamina la lettera a lungo ed elenca ci che va scoprendo.
Una donna,  di certo stata scritta da una donna...
Questa  l'unica convinzione che aveva anche lui, si compiace il sacrestano.
... dalle incertezze del tratto direi che ha una certa et.
Secondo voi questa minaccia  da prendere sul serio?
Direi di s...  passionale poich certe parole sono pi calcate.
Che altro?
Ha una personalit forte, anche se gli svolazzi inutili mi dicono che vorrebbe essere di nobili natali, ma cos non . Non appartiene neppure al popolo
poich sa scrivere. Vi consiglio di cercare l'autrice tra i borghesi.
 tutto?
Direi che dopo aver bevuto, posso svelare dell'altro su questa lettera.
Vuota il bicchiere che Grifo si premura sia sempre pieno.
Come vedete, c' ben poco spazio sul margine del foglio. Ci vuol dire che chi ha vergato  pi attaccato al passato che al presente. E le parole? Sono ben distanziate, opera di un'egoista asociale, di una persona che cerca una rivalsa nella societ.
Continuate, ve ne prego.
L'inclinazione dello scritto  piuttosto anomala.
Vedete? Le lettere piegano a sinistra, segno di una femmina disturbata, depressa, collerica, malinconica o qualcosa di simile.
Non c' altro?
Se non dirvi che la carta  di tipo comune e che il profumo  stato versato una volta finita la missiva.
Infatti, alcune lettere sono leggermente sbafate perch l'inchiostro, non ancora asciutto, si  mischiato all'essenza.  tutto.
Il sacrestano riprende la lettera e la ripone sotto la giubba.
Vi ringrazio. Mi siete stato davvero utile. Vi chiedo discrezione.
Terr la bocca chiusa, specie se  occupata.
Capisce l'antifona e gli porge alcune monete.
Bevete alla salute del vostro antico maestro che vi ha cos ben edotto.
Berr anche alla vostra. Qualcosa mi dice che ne abbiate bisogno.
Fuori dalla taverna, il sacrestano  investito da un vento, improvviso quanto potente, proveniente dal mare aperto. Sa di sale e spuma d'onda e gli porta a tradimento un ricordo sopito.
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31 GENNAIO 1599.
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Il veliero Delfino Moro solcava le acque agitate al largo della Corsica. Stava navigando verso Genova dopo aver caricato spezie, argenti e broccati in Marocco.
Le vele erano gonfie e tese come vesciche. Una pioggia spessa, spinta da un vento di traverso, fustigava l'imbarcazione. Sulla tolda c'era solo il timoniere che annunciava gridando ogni manovra che compiva, come se comandasse e poi ubbidisse a se stesso. Tutti gli altri, passeggeri ed equipaggio, erano al riparo, meno Grifo che stava nascosto, rannicchiato dentro il pozzo dell'ancora. Fin dalla partenza aspettava una notte cos e finalmente era arrivata.
Si era imbarcato offrendosi come mozzo in cambio di un passaggio per la traversata. Era stato tanto straziante il racconto, falso, delle sue disavventure che aveva convinto il capitano.
A bordo viaggiava anche l'armatore, Nicol Lomellini, colpevole di aver
lucrato e rubato ai danni della Repubblica. Non avendo prove sufficienti per accusarlo formalmente, Grifo era la sua sentenza. Il doge lo voleva morto.
Il sicario sapeva, per averlo spiato, che prima di coricarsi amava ispezionare il natante per accertarsi che ogni cosa fosse in ordine. Solerte, compiva il controllo con qualunque tempo. Era certo che presto sarebbe comparso.
Aspett.
Da una porta a prua usc un uomo cercando di dare le spalle al vento impetuoso. Era lui.
Grifo allarg il nodo scorsoio della cima che teneva in serbo per l'armatore. Lomellini faticava a stare in piedi per le onde che picchiavano contro lo scafo. Raggiunse il timoniere e scambi qualche parola prima di continuare la perlustrazione. Nel momento in cui il marinaio addetto alla rotta non poteva pi scorgerli, Grifo and alle spalle della vittima e gli serr al collo un nodo scorsoio perch non urlasse. Mentre l'armatore portava le mani alla corda, il sicario si aggrapp alla balaustra e gli diede un calcio a pi pari facendolo cadere di sotto.
Prima di toccare l'acqua del mare, l'osso del collo si spezz e il corpo risal di un paio di braccia. Grifo aveva assicurato un capo della cima a un gancio. L'uomo penzol dalla corda con i flutti che gli leccavano i piedi.
Sporgendosi dal parapetto, contempl il corpo esanime mentre sbatteva contro la chiglia. Il vento complice portava lontano il rumore.
Tagli la cima e il mare inghiott un nemico di Genova.
Uno di meno.
Il doge fu contento che fosse morto impiccato, come se un magistrato l'avesse giudicato colpevole.
Il mare toglie e d.
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IL RISCATTO.
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Tornato nella piccola stanza di Palazzo Ducale dove alloggia, il sacrestano nota davanti alla porta qualcosa che lo allarma: la scheggia di legno che ha messo prima di andarsene, tra battente e muro, giace a terra. Segno pi che evidente che qualcuno  entrato.
E forse  ancora dentro.
Con un calcio all'altezza del chiavistello spalanca l'uscio con i coltelli tra le mani.
Subito ripone le armi, poich ritto in piedi c' il doge.
Non credevo di dovervi attendere cos a lungo.
Sono stato a trovare una vecchia conoscenza.
Un'altra vedova, suppongo.
Grifo sorvola, chiude la porta e si prepara a sentire cosa ha da dirgli di cos importante e urgente per essersi incomodato.
Il reggente mette una mano nella tasca interna della veste e ne ricava un foglio e una busta identici a quelli ricevuti in precedenza.
Padre Giacomo mi ha portato una nuova missiva.
Anch'essa trovata nel confessionale.
Il sacrestano ne riconosce il profumo anche da distante.
Vi risparmio la fatica di leggere la lettera. Mi si dice che devo sottostare a un riscatto, consegnando una grossa cifra se non voglio essere punito. Osservano da tempo i miei movimenti, scrivono e sanno come mettere in atto la minaccia.
Grifo si fa consegnare la lettera e la confronta con quella che ancora conserva nella giubba.
La carta utilizzata  uguale, ma  evidente che non sono state vergate dalla stessa mano. La scrittura  completamente diversa.
Ci vuol dire che sono due o pi persone a ricattarmi.
Quando e come dovreste pagare?
Domani durante la messa nella cattedrale di San Lorenzo.
E voi ci sarete e pagherete.
Vi credevo pi combattivo, amico mio. Vi arrendete in fretta.
Io sar nell'ombra e sapr individuare e castigare come meritano i ricattatori.
Confido in voi, ma vi consiglio di non commettere errori. Ve ne pentireste col sangue.
Il doge solleva un lembo della veste per camminare pi spedito e lascia la stanza. Il sacrestano depone i coltelli che ancora tiene in mano per farli riposare.
Domani avranno del lavoro da sbrigare.
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LA CATTEDRALE.
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Il popolino  assiso in modo composto nei banchi, dell'immensa navata centrale della cattedrale di San Lorenzo, con le dita intrecciate e la testa china in segno di contrizione. I foresti si riconoscono subito perch hanno il naso all'aria a contemplare la magnificenza del soffitto. Con il capo coperto da un velo, spesso l'unico capo prezioso che possiedono, le donne stanno in disparte rispetto agli uomini. I signori e i nobili si attardano perch tanto i primi banchi sono di propriet della famiglia. I servi hanno posato dei cuscini sulla seduta e sull'inginocchiatoio perch i padroni stiano pi comodi, prima di arretrare fino al fondo, dove assisteranno in piedi alla funzione.
Un cane s'intrufola in chiesa, forse alla ricerca del padrone, e in molti si adoperano per cacciarlo fuori, chi battendo le mani e urlando sci, chi prendendolo a calci. Il doge entra da una porta laterale a lui riservata. Intinge due dita nell'acquasantiera e si segna prima di prendere posto.
Un lungo accordo di organo a canne e la funzione ha inizio.
In fila si schierano davanti all'altare due preti, uno giovane e uno anziano, e quattro chierichetti.
Si dividono e ognuno si prepara al proprio compito mentre i fedeli innalzano un Alleluia, esortati da un corista guercio in un angolo dell'altare.
La messa prosegue uguale e monotona.
Prima che i devoti siano chiamati a ricevere le particole ai piedi dell'altare maggiore, un sacrestano, tutto ossa, allunga il bastone per raggiungere chi attira la sua attenzione con l'intento di mettere un'offerta nel sacchetto.
Come gli  stato comandato, quando  il suo turno, il doge infila nel contenitore di velluto una busta ocra col denaro chiesto dai ricattatori. In anonimato, due fedeli birri osservano da vicino ci che accade. Dietro a un confessionale, Grifo fa altrettanto. Finita la questua, il sacrestano esce per una navata laterale. Gli uomini del doge lo seguono dappresso. Lontano da testimoni, in sacrestia, uno lo afferra in malo modo e l'altro fruga nel sacchetto per recuperare i soldi, ma vi trova solo spiccioli.
Dove sono i soldi? gli urla.
Di che parlate? L c' tutto ci che ho raccolto e...
Al birro sovviene un'idea che comunica al collega.
Forse i soldi sono stati presi da qualcun altro che ha solo finto di fare un'offerta ma in realt ha recuperato il denaro del doge.
Dannazione.
I birri spingono il sacrestano di San Lorenzo contro una scansia e corrono tra i banchi, cercando di scorgere delle facce sospette o di ricordare il tragitto del sacrestano dopo aver raccolto l'obolo del reggente.
In preda alla frustrazione, perquisiscono delle persone a caso noncuranti delle proteste.
La folla dei fedeli sciama verso l'uscita e i birri si lasciano andare allo sconforto scrollando la testa verso il loro signore che li sta guardando con commiserazione.
Intanto Grifo, che si era appostato all'uscita posteriore della cattedrale, vede il sacrestano andare via di fretta. Prima di seguirlo, vuole verificare una supposizione. Osserva il raccogli offerte e scopre una piccola levetta grazie alla quale il sacchetto di velluto si sdoppia a piacere. Conosce quel trucco perch in uso tra i sacrestani meno onesti. Azionando il meccanismo, le monete nobili finiscono nello scomparto nascosto e da l nelle tasche dell'imbroglione.
Lascia la sacrestia e pedina l'uomo che si fa largo tra la folla che si allontana a piccoli gruppi. Non lo perde di vista, badando a trovarsi sempre a una distanza tale da non essere scorto. Il sospetto prende per un carruggio dove le puttane sono solite adescare i clienti in abiti discinti urlando prezzi, specialit e muovendo la lingua in modo osceno. Ve ne sono
di tutte le razze e gusti. Le vecchie e laide sono le pi sfacciate e di modeste pretese. Ce n' anche una nera, molto richiesta, che si atteggia a regina e ne possiede il carisma. Ha il seno scoperto. Alle donne bianche non  permesso ma a quelle di colore s, perch ritenute selvagge e pi assimilabili alle bestie che agli umani.
Sia il sacrestano che poi Grifo sono oggetto delle loro attenzioni, ma entrambi tirano dritto.
Arrivato in uno slargo, l'inseguito si ferma davanti a una casa in condizioni migliori di quelle intorno.
L'intonaco  intonso e gli infissi sono in ordine e tinteggiati di fresco. Persino il legno del portone con profili in ferro  recente.
Ad attendere il sacrestano c' una donna che, con gesti imperiosi, si fa consegnare il denaro del doge, ancora nella busta ocra.
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IL GENOVESINO.
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Grifo coglie di sorpresa l'uomo ossuto, che puzza di fumo di stoppino, e la donna prendendoli entrambi per la collottola e gettandoli all'interno della casa. Chiude la porta spingendola col tacco. Per prima cosa colpisce la femmina con un pugno alla mascella e subito sviene. Ha cominciato da lei perch le donne sono le prime a urlare. Grifo assesta una gomitata al mento dell'uomo, camuffata da gancio sbagliato, che barcolla stordito. Senza dargli il tempo di riprendersi e reagire, gli lega le mani dietro la schiena. Per farlo usa una corda a doppio nodo utilizzata per bloccare le zampe dei vitelli. Gli parla a una spanna dalla faccia perch veda bene la determinazione cattiva nei suoi occhi.
Perch minacciate il doge Giorgio Centurione?
L'uomo sputa il sangue che gli riempie la bocca e mostra il cipiglio di chi non parler.
Ho modi persuasivi per farvi dire ci che voglio sapere. Chi fa parte della congiura oltre a voi e questa donna?
Uno schiocco derisorio della lingua  la risposta.
Davvero volete mettermi alla prova e soffrire?
L'interrogato si lascia sfuggire uno sguardo compassionevole verso la donna che, intontita, ora cerca di sollevarsi da terra. Grifo coglie la preoccupazione negli occhi.
Tenete molto a lei, vero?
Con una mano tappa la bocca della donna e poi la pugnala a una coscia. Le dita lasciano passare comunque un urlo, seppur strozzato, prima che cominci a piangere con dei lacrimoni che non vogliono scendere lungo le guance.
Estrae il coltello dalla carne strappandole un lamento e fa il gesto di affondarlo nell'altro arto.
Fermo. Vi dir ogni cosa. Non fatele del male, vi scongiuro.
Ritrae la lama e si prepara ad ascoltare.
L'uomo rivela ogni cosa in un effluvio di parole che si accavallano.
Grifo  soddisfatto della confessione e questo gli vale la misericordia di una morte veloce. Gli spezza il collo nel momento in cui meno se lo aspetta, poich crede che lo sconosciuto, che si  portato alle spalle, stia per liberarlo.
Uno di meno.
La donna vede la morte del complice ma poco le importa. Ha solo il terrore di fare la stessa fine.
Vi ha detto tutto... abbiate misericordia. Io non...
Premuroso, le sposta un ciuffo di capelli dalla fronte. La donna sente la mano calda sulla pelle, prova quasi piacere e socchiude gli occhi. Non vede la lama che le taglia il collo.
Grifo le sfila l'anello e gli orecchini e mette a soqquadro la casa, svuotando i cassetti, rovesciando mobili, suppellettili e cuscini. Un'operazione utile a simulare una rapina finita male.
A cose fatte, controlla da uno spiraglio della porta che non vi sia nessuno per la via, poi esce restando al riparo dei muri.
L'affare  risolto e dovrebbe gioire, ma  stato troppo facile. Sa che dovr affrontare ben altro.
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LA PROVA.
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In punta a una tavola imbandita, un domestico in livrea  pronto a scattare per riempire di vino scuro il calice del doge quando si svuota. Senza separare il dolce dal salato, il commensale spilucca in molti piatti di portata, prima di decidersi per gli gnocchi zucchero e salvia. Alla prima forchettata bussano alla porta.
Ottenuto il permesso dall'infastidito reggente, Ester la cameriera s'inchina al passaggio del sacrestano e lo introduce al cospetto del suo signore. Con un ordine muto, il doge ordina alla serva di portare via cibo e vettovaglie. Nel maneggiare una zuppiera, il brodo bollente le bagna le mani guantate. Stoica, riesce a reggere e a non lasciar cadere il contenitore e a raggiungere il tavolo per posarlo. Poi corre via scrollando le braccia per alleviare il bruciore. Una volta soli, Grifo guarda a lungo il doge procurandogli un senso d'inquietudine.
Cosa vi porta qui, sacrestano?
Nessuno attentava davvero alla vostra vita.
Le lettere avevano l'unico scopo di estorcervi del denaro.
Come fate a esserne cos certo?
La colpa  della vostra amante.
Ormai siete bolso.  vero, avevo una amante ma, come avete scordato, l'hanno seppellita mesi orsono.
Lo compatisce, e con lui se stesso per essersi affidato al sacrestano.
Grifo ha il ghigno derisorio di chi ha in mano tutti gli assi del mazzo.
A ricattarvi era la madre della vostra amante in combutta con il sacrestano di San Lorenzo che l'amava e obbediva a tutto ci che gli ordinava.
Quella donna  sempre stata avida e meschina.
Voleva sempre regali e soldi per fare la ruffiana e tacere.
Non mancava un giorno. Non la credevo capace di ordire una simile macchinazione.
Sbottonandosi la giubba di un paio di bottoni, il sacrestano lo informa: Voleva sfruttare oltre la vostra relazione, certa che avreste preferito il silenzio.
Voleva anche vendicarsi della morte della figlia.
Che colpa posso averne mai io?  morta di una malattia inesorabile.
Era convinta che la piccola Fiammetta fosse stata punita da Dio perch voi, un uomo sposato, l'avete indotta al peccato e alla fornicazione.
La poveretta era un'anima candida incapace di macchiarsi di colpe.
Grifo si tocca la cicatrice sulla fronte, poi si avvicina al doge e lo guarda a lungo prima di gettargli in faccia una frase pesante come uno schiaffo.
Voi siete falso.
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LA MORTE DEL DOGE.
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Il doge scatta come una catapulta cui hanno tolto il fermo e lo prende per le guance stringendo forte.
Cosa?! Come osate?
Sapevate gi tutto.
Come potete provarlo?
Il profumo vi ha tradito.
Il doge ciondola la testa, lascia la presa e aspetta la spiegazione.
Le lettere erano intrise apposta del profumo di cui era solita cospargersi la vostra amante. Profumo che voi conoscevate benissimo, rosa selvatica. La madre lo metteva apposta perch voi capiste, senza dirlo apertamente, di chi si trattava.
Senza bussare, rientra la cameriera indossando guanti bianchi puliti e porta via la zuppiera che le aveva creato imbarazzo davanti al padrone.
Inarcando la schiena per ergersi non solo in altezza ma anche in autorit, il doge ammette.
Avete ragione. Non voglio fingere oltre l'inganno nei vostri confronti. La mia intenzione era...
... mettermi alla prova, verificare se ero ancora in grado di svolgere il mio antico quanto spregevole mestiere.
Devo dire che  cos. E voi, per mia fortuna, siete quello di sempre. Ora so che risolverete la vera faccenda che m'angustia.
Accadr se Dio vorr e se voi non mi farete perdere tempo intralciandomi.
Il reggente si siede muovendo il deretano sul cuscino per trovare la posizione pi comoda e pone le mani giunte sulla bocca per concentrarsi.
Il doge che mi ha preceduto, Ambrogio Doria, che Iddio l'abbia in gloria, come di certo saprete,  morto pochi giorni orsono all'improvviso. Si  detto per morte naturale. Piuttosto strano per un settantenne in ottima salute. Nella cattedrale di San Lorenzo tutto era pronto per la cerimonia dell'incoronazione e invece si  celebrato il suo funerale. La reggenza  durata un solo mese.
Sospettate che sia stato assassinato?
 ci che voglio scopriate e presto.  un dubbio che mi ha tolto il sonno e mi tormenta.
Rabbioso, scaglia un bicchiere che si frantuma alla base del camino spento prima di continuare a parlare.
Non giudicatemi un codardo, ma temo di fare la stessa fine. Sono certo che sia in atto una cospirazione.
Anche la mia elezione a doge  stata molto
contrastata, ma chi mi osteggiava non ha volto ed  rimasto nell'ombra a ordire trame.
Direi che la prima cosa da fare  appurare se Ambrogio Doria sia spirato per cause naturali oppure no.
Il doge prende il sacrestano per i bicipiti turgidi.
Io vi accordo il potere di agire come vi pare pi opportuno, anche ben al disopra di Dio e delle leggi.
 quello che ho sempre fatto per la Repubblica.
Grifo toglie con decisione le mani che lo stringono per fare la richiesta pi urgente.
C' un solo modo per scoprirlo. Devo esaminare il cadavere del defunto doge.
Come?! Impossibile,  una cosa empia, demoniaca...
io non... cosa direbbe il popolo se lasciassi profanare il corpo di...
Non ve lo chiederei se non fosse necessario.
Il reggente si affloscia sulla sedia, schiantato dalla gravit della decisione che deve prendere. La scimmia ammaestrata gli si arrampica fin sulla spalla e pare suggerirgli qualcosa all'orecchio.
Va bene, come volete, ma deve rimanere un segreto.
Dov' sepolto?
Non  ancora stato sepolto. Succeder domani.
La salma si trova esposta nell'anticamera della sala delle udienze, qui a Palazzo Ducale.
Meglio cos.
Lucio chiama.
L'assistente si palesa entrando da una porta poco visibile, dietro a un paravento di seta azzurra con dei peschi in fiore ricamati.
Immagino abbiate sentito gli dice.
Naturalmente, eccellenza, come mi avevate raccomandato.
Perplesso, il sacrestano squadra ora uno ora l'altro.
Non preoccupatevi. Lucio mi  fedele. E sar l'unico su cui potrete contare.
Il sacrestano stringe i soli amici che ha davvero davvero: i coltelli genovesini.
Conducetelo dove sapete ordina il doge a Lucio.
Grifo si volta per andarsene ma sulla porta si ferma.
Ha ancora qualcosa da dire.
Ricordatevi che avete una suocera da seppellire e un nuovo sacrestano da trovare.
Provveder.
L'assistente fa cenno a Grifo di seguirlo. Attraversano sale in penombra, corridoi bassi senza finestre e raggiungono una stanza sobria.
Al centro c' una bara aperta, posta sopra una tavola di legno retta da cavalletti, coperta da un drappo nero e con sei ceri intorno. Il sacrestano osserva il volto del defunto. Le labbra livide sembrano valve di cozze e i capelli paiono pi appartenere al cappello che alla testa.
Con l'aiuto del fiduciario del doge, spoglia completamente il morto. Per Lucio  un'incombenza non solo raccapricciante ma anche blasfema, sacrilega.
La vista del corpo nudo gli procura imbarazzo e poi un conato di vomito. Quell'insieme di carne morta e rigida, nulla ha pi a che fare con la regalit della persona da viva. Il corpo si  ritirato ed  pelle tesa di tamburo che ricopre teschio e ossa.
Il sacrestano gira il cadavere su uno e poi sull'altro fianco per scrutarlo metodico in ogni parte, persino negli orifizi. Quando ha terminato, guarda Lucio che non ha pi intenzione di aiutarlo e scrolla la testa in un diniego perentorio.
Come avete visto, non ha ferite o segni di violenza. Il doge  morto per cause naturali e non so cosa andiate cercando, sacrestano.
Senza porre tempo in mezzo, Grifo estrae un coltello. Lucio emette un grido di sorpresa, teme per la vita e arretra.  il solo che pu essere ucciso in quella stanza.
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PROFANAZIONE.
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Senza preavviso, il sacrestano pugnala il cadavere del vecchio doge allo stomaco e risale con la lama fino al mento, poi con le mani divarica la ferita profonda fino a spalancare in due il petto come ante di credenza.
Il suono delle costole che si spezzano pare il lugubre lamento di una prefica.
Lucio vorrebbe fuggire dall'orrore ma non riesce a togliersi dalla malia perversa di ci che vede. Grifo avvicina un cero per esaminare meglio gli organi che ha posto allo scoperto. Tasta il cuore, il fegato e strappa i reni per soppesarli e rigirarli tra le dita. Quando pensa di aver visto abbastanza, richiude il torace per quello che riesce. Una fessura violacea di un paio di dita persiste e non c' verso di riunire le parti. Chiede con uno sguardo l'aiuto di Lucio. Al suo diniego, si arrangia a porre il morto di schiena. Un altro squarcio senza riguardi per arrivare ai polmoni. La lama del coltello affonda in una sacca asfittica e la apre. Con la punta dell'arma saggia alcune macchie scure piuttosto evidenti.
Il morto  riportato nella posizione originale, poi la sentenza.
Quest'uomo  stato assassinato.
Come potete asserire una cosa simile con tale sicurezza?
Il cadavere non aveva alcun segno di morte prima che voi infieriste barbaramente su di esso.
Avete tolto la giusta pace a un uomo dabbene. Siete il demonio.
Il morto ha fegato e cuore ingrossati, cos come i polmoni che presentano delle ecchimosi. Il colorito delle labbra toglie ogni dubbio.
Lucio aggrotta le ciglia e il mento in un'espressione interrogativa.
Per ucciderlo hanno usato l'arma pi subdola.
Gli hanno fatto ingerire del veleno. Probabilmente mischiato a cibo o bevande.
Non  possibile. E sono certo che vi state sbagliando poich io stesso mi occupavo dei pasti
s'indigna.
Dunque, vi posso annunciare che siete un sospettato.
Rosso in volto, apre la bocca e sta per replicare, ma il sacrestano gli impartisce un ordine.
Parleremo poi, ora aiutatemi a rivestirlo e le ferite spariranno. Nella vita, come nella morte, gli abiti nascondono molto.
Finito l'increscioso compito senza fare storie, Lucio punta l'indice sul torturatore di morti.
Venite con me.
Non ha motivo per non assecondarlo, cos Grifo lo segue per un buon numero di scale che scendono via via sempre pi misere.
Vista l'ora tarda, la cucina  vuota. Solo alcuni tizzoni ostinati nel camino mandano bagliori asfittici che illuminano la stanza.
Vedete quelle tre sedie accanto al tavolo piccolo?
Senza bisogno di una risposta ovvia, Lucio prosegue.
L sedevano ogni giorno, durante i pasti del doge, le assaggiatrici. Esse assaggiavano il cibo. Con solerzia e scrupolo, nessun piatto veniva tralasciato. I
camerieri non portavano nulla al desco se prima non era passato dalle loro bocche. Quindi  impossibile che sia stato avvelenato.
Ditemi i nomi delle tre donne e dove posso trovarle.
Beatrice la rossa e Anna, che abitano vicine nelle ultime case prima del porto, e Stella, che non saprei dire dove stia ma vi baster chiedere.  una donna originale e la conoscono di certo in molti.
Lucio si volta attirato dallo schiocco di un tizzone morente e quando si rigira il sacrestano  sparito.
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PRIMA ASSAGGIATRICE.
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In Sottoripa la Scura, marinai molesti, appena sbarcati da un veliero olandese, si aggirano come lupi in cerca di femmine. Ognuna di quelle che incontrano  circondata e importunata in modo villano. Un vecchio sciancato gli indica un carruggio dove avranno di che sedare l'astinenza imposta dal mare con le donne delle candele. Le chiamano cos perch incidono una tacca sulla candela per misurare il tempo della prestazione. Una tacca un soldo, due tacche due soldi. L'intera candela se la possono permettere solo i signori, i ladri e i preti.
Anche se non richiesto, uno di loro lo ricompensa con una moneta foresta bucata al centro. Al vecchio pare una burla e la tiene solo per donarla come bizzarria al nipotino perch ci giochi.
L'aria  tanto densa del tanfo delle frittelle di baccal, cucinate sulle bancarelle, che si ha l'impressione di non poterla attraversare.
Ingolosito, il sacrestano compra da un bambino i frisceu. Il cartoccio che li contiene  cos caldo che deve cambiare spesso mano per non scottarsi.
Dopo alcune botteghe appiccicate le une alle altre per farsi coraggio, sale le scale di un edificio basso dai muri rosa e bussa alla prima porta. Viene ad aprire una donna dai capelli rossi e dal viso infantile e lentigginoso.
Voi siete Beatrice, vero?
La donna prende il cartoccio dalle mani del visitatore immaginando sia un omaggio per lei e ricambia con una frase.
Mi hanno corteggiata in tanti modi, ma mai con delle frittelle.
Ne infila una in bocca, tenendola qualche istante tra i denti perch si raffreddi prima di masticarla. Grifo trova che abbia un sorriso seducente e che lo sappia.
Vorrei parlare con voi di una questione della massima importanza.
Dal tono con cui lo chiedete, si tratta di una cosa seria, persino di una colpa. Allora voglio una testimone.
Chiama a gran voce verso l'interno dell'appartamento.
Ilde! - poi rivolta all'uomo -  mia cugina, l'imperatrice delle pettegole, e non mi perdonerebbe mai di averla lasciata fuori da una vicenda che promette bene.
Nell'attesa, i due si guardano e lei decide di usare la malia di cui dispone per affascinarlo, ma capisce che
non ne ha bisogno. Quell'uomo  suo dall'istante in cui l'ha visto, ne  certa.
Asciugandosi le mani in uno strofinaccio bianco di farina, si fa sulla soglia una matrona che anni indietro doveva essere bella, ma che la fatica e la vita hanno avvizzita anzi tempo.
Cosa c'? Chi siete voi? Che cosa volete in questa casa onorata?
A dire il vero vorrei porre alcune domande a vostra cugina sull'incarico di assaggiatrice per conto del defunto doge Ambrogio Doria.
Siete un birro, dunque. Non ne ho mai visti come voi chiosa Beatrice con un tono di delusione.
Infatti, non sono un soldato. In realt sono un sacrestano.
Le aspettative della donna dai capelli rossi naufragano alla notizia, poich se non  un prete poco ci manca. E quelli si sollazzano ma non si sposano.
E cosa vi fa andare in giro a interessarvi del suo lavoro passato? E noi cosa ne ricaviamo?
Sono disposto a pagare solo per quattro chiacchiere.
Porge all'intraprendente cugina un paio di monete nobili.
Deve importarvi molto delle sue risposte. Vi siete scoperto troppo presto. Il compenso raddoppia.
Altri due soldi passano di mano.
Ora dite pure consente Ilde pi per toglierselo di torno che altro.
Raccontatemi come avveniva l'assaggio, nei minimi particolari, Beatrice.
Contenta per il tono rotondo con cui ha modulato il suo nome, risponde: Be', ecco... a ognuno dei tre pasti noi dovevamo presentarci nelle cucine e assaggiare le pietanze destinate al doge. Temevano che nel cibo potesse esserci del veleno. Nel caso vi fosse, prima moriva o si sentiva male una di noi tre. Era pericoloso, certo, ma non ci pensavamo.
Vi davano un buon compenso?
Era un lavoro pagato poco pi di una miseria ma non abbiamo mai mangiato cos bene in vita nostra
aggiunge con soddisfazione.
Il sacrestano vuole sapere di pi e la incalza.
Qualcuno vi controllava?
Messer Lucio, l'assistente di Ambrogio Doria.
Ed era molto severo. Pretendeva impegno assoluto.
Se sgarravi, erano bacchettate.
Chi aveva accesso al cibo oltre a voi?
La cuoca che preparava il mangiare, ma dopo che lo assaggiavamo noi, non pi. E il cameriere che portava i piatti sotto la sorveglianza di messer Lucio.
Perch tutte queste domande? Dove volete arrivare?
Grifo decide che  il momento di vedere la reazione dell'assaggiatrice davanti alla scoperta che ha fatto.
Il doge  morto avvelenato.
Le donne spalancano occhi e bocca per lo sconcerto.
Il cartoccio cade per terra rovesciando le frittelle che sono subito preda del gatto che era in agguato dopo averne sentito l'odore. Beatrice riesce solo a balbettare parole spezzate e incoerenti, mentre la cugina si riprende subito e muove le braccia come fa con le ali una chioccia per proteggere i pulcini.
Voi... voi volete incolparla della morte del doge?
O di essere la complice di qualcuno? Volete mandarla al patibolo, voi siete un maledetto.
In quel momento rincasa il marito di Ilde e, vedendo la moglie inveire contro un estraneo, tira fuori un manganello tozzo che gli viene bene quando deve sedare le risse tra gli scaricatori con cui lavora.
Che succede?
Questo tanghero  venuto qui farneticando delle accuse contro Beatrice.
No, io volevo solo delle informazioni, e...
Ilde lo interrompe e mostra i soldi ricevuti.
Ci ha dato persino dei soldi per corromperci o non so che altro. Forse 
tutta una scusa per imbambolarci o ci ha preso per puttane.
Che volevate comprare con le vostre monete oltre alle vostre insinuazioni? Sono donne oneste.
Io non voglio guai.
Per li avete trovati.
L'uomo cala il bastone verso la testa del sacrestano che finge di proteggersi con le mani, apparendo alla merc dell'aggressore, ma nel contempo gli sferra un calcio basso proprio sul ginocchio che si piega in modo anomalo. Cade a terra senza aver avuto il tempo di portare a termine il movimento col bastone.
Con un secondo calcio rotatorio, Grifo lo colpisce alla mascella e l'uomo crolla di schianto battendo la faccia sul pavimento e perdendo i sensi. Un rivolo di sangue scorre via sbucando dai capelli.
Ilde si frappone tra lui e il marito per timore che infierisca oltre.
Andatevene, e che il diavolo vi porti. La pagherete, ve lo assicuro.
E sappiate che io non c'entro nulla. Cercate altrove chi ha ucciso il doge, sempre che sia vero ci che dite grida risoluta l'assaggiatrice.
Sapendo che da quella donna non otterr altro, decide di allontanarsi.
Su quello strano sacrestano, Beatrice si sta ricredendo.
Non  simile a un prete, ma a un diavolo, e ne ha lo stesso fascino perverso.
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LO SPEZIALE.
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Gi fuori dalla bottega si sente un odore tanto intenso da stordire. Il sacrestano sposta una tenda di fili di corda e un tintinnare di campanelli appesi avvisa che qualcuno  entrato. Il locale  stretto e lungo. Tre pareti sono coperte da scaffali con sopra sacchetti, ampolle, otri, barattoli tra i pi svariati, vasi medicali e piccoli fasci di erbe legati con fili colorati.
Addossato a un muro, ad altezza occhi, c' un mobile con cassetti minuti che contengono unguenti, bende, ferri da medico, bisturi, succhielli, spugne umorali, vasi da salasso, flaconi chiusi con tappi di sughero. Fa macabra mostra di s anche una maschera bianca a becco d'uccello usata dai medici durante la peste.
Pare non vi sia nessuno ma da dietro il bancone si solleva un uomo anziano con una barba bianca fino a met petto e i capelli lunghi solo a lato della testa coperta dalla kippah. L'atteggiamento e l'aspetto dell'insolito cliente lo insospettiscono.
Ha pochi denti in bocca che non gli impediscono di parlare chiaro seppur con un leggero sibilo.
Siete forse un birro? Vi debbo dei soldi? Volete rapinarmi?
Niente di tutto questo.
Siete in perfetta salute a quanto vedo e i tipi come voi vengono da me solo per i suddetti motivi.
Sono qui per chiedervi un parere da medico quale siete.
Spolverandosi l'abito da una polvere gialla, lo speziale esce dal bancone.
Ditemi, vi ascolto.
Volevo parlarvi di veleno soffiando l'ultima parola come fosse un dardo da cerbottana.
Subito il vecchio si ritrae e torna indietro agitando le mani sopra la testa.
Lo sapevo, siete una guardia del doge. Io non ho veleni, non vendo veleni, non faccio veleni. 
proibito. Elohim mi  testimone. Io curo la gente, non la uccido.
Senza dire nulla, il sacrestano lo raggiunge, lo sposta di mala grazia e affonda la mano in un sacco di sementi.
Quando l'arto riemerge, ha tra le dita alcune bottigliette minuscole e scure.
Credo che il vostro Dio sia meglio lasciarlo fuori.
Annusa e subito ritrae il naso per l'odore acre e malsano.
Non  forse veleno, questo?
L'uomo s'inginocchia e giunge le mani sentendosi perduto.
Vi prego, non arrestatemi. Sono pronto a pagare la vostra misericordia.
Un ebreo che vuol pagare? Per quanto se ne dice, dovete essere proprio disperato.
La facezia ha il potere di infondere un po' di speranza nell'anziano medico fisico.
Ogni tanto capita qualcuno che non sopporta oltre di soffrire e vuole farla finita. Credo che ognuno sia padrone del proprio corpo. Un sorso del mio veleno al cianuro e i disperati smettono di patire. Non vendo ad altri, ve lo giuro sui mio onore, per quanto poco valga.
Vi credo, e come vi ho detto non sono un birro.
Non avete di che preoccuparvi.
Rincuorato, l'uomo si liscia la barba e attende di sapere.
Il sacrestano gli descrive in ogni minimo particolare i segni trovati sul cadavere del doge Ambrogio Doria, senza svelarne l'identit per timore che la cosa lo metta in apprensione.
Di che veleno potrebbe trattarsi?
Direi che non ci sono dubbi. Con ogni probabilit, stiamo parlando di acqua toffana, un venefico mortale quanto pochi altri. Si tratta di una soluzione arseniosa, limatura di piombo, aggiunta di estratto di
belladonna e cantaridina. Quest'ultima si ricava dalle parti molli dei coleotteri. Una mistura davvero letale.
Sapete dirmi altro?
 inodore, incolore e non ha sapore. Di solito si somministra poco alla volta e la vittima non se ne accorge fino a che il corpo ne  intossicato e muore.
In quanto tempo?
Alcuni giorni, a volte una settimana. Dipende da quanto vuole essere cauto l'assassino.
Il sacrestano rumina pensieri e il medico fa sfoggio di erudizione per ingraziarsi l'ospite di cui avrebbe fatto volentieri a meno.
Pare sia stata una donna di Palermo a inventare l'acqua toffana, una sorta di strega che si chiamava Thofania, da qui il nome.  anche conosciuto come il veleno delle vedove. Con le mogli che volevano sbarazzarsi dei mariti, si dice che la siciliana abbia fatto una fortuna.
Il vecchio ride mostrando la dentatura sfacciatamente incompleta.
Voi avete qui questo veleno?
Nossignore, ve lo giuro. Non ne ho avuto neppure in passato.
Dove potrei trovarne?
Non saprei...
Grifo balza in avanti e il medico si arrende senza combattere, alzando le braccia per proteggersi.
Fermo. So che ogni tanto ne arrivano delle boccette portate da navi che provengono da sud.
Conosco solo il soprannome di un comandante che ne fa commercio, l'"Apostolo", cos lo chiamano.
E voi come lo sapete?
Io entro in molte case per curare e in bottega viene molta gente con la bocca pi larga della prudenza.
Voci, insomma.
Ogni quanto arriva questa nave?
Direi che una volta ogni tre mesi  una buona approssimazione. In tutta Genova molti mariti muoiono inaspettatamente di morte naturale nei giorni dopo l'attracco.
Un rumore improvviso fa voltare il sacrestano gi col coltello teso in avanti.
 solo il mio garzone, uno stupidotto di campagna, che sta scaricando il carretto. Avr fatto cadere un barile.  cos maldestro.
Grifo ripone il coltello e guarda l'uomo negli occhi prima di andarsene.
Vi ringrazio per il vostro tempo, signore.
Arrivederci a voi. Spero che passino altri cent'anni prima di rivedervi.
Il sacrestano ne era certo. Isaac il medico, l'aveva riconosciuto.
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L'APOSTOLO.
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Dal carcere della Malapaga, tirando dritto verso il mare, il sacrestano raggiunge i magazzini dello Sperone, dove un gruppo di mastri d'ascia, attorno a un fuoco ben avviato, sta scaldando della pece.
Il puzzo  terribile e si copre il naso col bavero per passare oltre. Prosegue per una banchina dove stanno caricando della merce in botti e sacchi. L'acqua del bacino  tranquilla, indifferente a ci che capita intorno e aspetta la notte per riavere la sua intimit.
Uno stormo di gabbiani si accanisce contro la rete lasciata ad asciugare ma che riserva ancora qualche boccone senza faticare.
Due camalli arpionano, con l'uncino che tengono saldo per il manico stretto nel pugno, una cassa pesante per issarla su un carro in attesa. Senza disturbare il loro lavoro, Grifo chiede e ottiene le informazioni necessarie.
Raggiunge un veliero da carico addossato al molo, con il cassero di poppa dipinto per intero con teste di giganti e vulcani che eruttano. I colori accesi delle immagini, in prevalenza rossi e gialli,
gli danno la certezza che ha trovato ci che andava cercando: una nave proveniente dalla Sicilia. Da quanto gli hanno riferito, doveva prendere il mare un paio di settimane addietro ma  stata costretta in porto per delle riparazioni. Un colpo di fortuna
pensa.
In terraferma, vestito con una tunica a mezzo tra un saio e un caftano, con la barba tripartita e l'aspetto solido di un quarantenne, un uomo grida dei comandi sia a chi  a bordo sia a chi scende a terra lungo una passerella.
Perdonate, signore. Sto cercando un uomo chiamato l'Apostolo, dovrebbe essere il comandante di questa bella nave.
Non vado orgoglioso di questo soprannome, ma sono io. Che volete?
Il sacrestano decide di scoccare la domanda senza insulsi preamboli.
Parlatemi del veleno, l'acqua toffana che portate di contrabbando qui a Genova.
D'istinto, il comandante mette la mano sulla pistola che tiene sotto la lunga veste.
Io non lo farei fossi in voi. Altrimenti passereste da apostolo a martire.
Nonostante l'avvertimento che voleva essere spiritoso, per non esasperare il momento, il comandante estrae l'arma. Non fa in tempo a puntarla verso
il sacrestano che quest'ultimo gli  addosso e gl'infilza la punta del genovesino nell'incavo della membrana tra pollice e indice. Gli sta d'accosto, coprendo col corpo in modo che nessuno s'accorga di cosa sta avvenendo.
Non  tanto il dolore a spaventare il comandante, quanto le dita paralizzate.
Voi andate cercando guai dice l'Apostolo con un raschio di sfida nella voce.
Io voglio solo dei ragguagli. E sono deciso a ottenerli in un modo o nell'altro. Dipende da voi.
Spinge il coltello nella carne e l'uomo lascia cadere la pistola a terra, senza volerlo.
Potrei chiamare i miei uomini e vi farebbero a pezzi.
Credo che il primo a cadere sbudellato sareste voi. Rispondete e tutto sar risolto. Il veleno.
Il comandante non vorrebbe dargliela vinta e soccombere, ma l'orgoglio si piega davanti al pericolo.
Che cosa volete sapere, al fine? Ammetto di farne commercio, ma questa volta non ho portato il veleno.
Non c'erano scorte.
Quanto tempo  passato dall'ultima volta?
Circa due mesi.
Sapete bene che con ci che vendete si uccidono delle persone, ma a voi bastano dei denari per fare a patti con la vostra coscienza.
Non  affare mio se il veleno  usato per un cane rabbioso, un vecchio troppo malato o per raggiungere anzi tempo un posto migliore.
E non avete timore che qualcuno vi possa denunciare al capitano dei birri?
Nossignore. Chi compra ha pi da perdere di chi vende.
Il sacrestano s'insospettisce di quanto l'uomo sia ciarliero, ma continua a chiedere.
L'ultimo veleno che avete portato a Genova a chi l'avete ceduto?
Non ricordo...
Il coltello va pi profondo e l'uomo ritrova la memoria in fretta.
Anche questa volta, come capita da un paio d'anni, tutto il veleno l'ha comprato una donna. Una quantit considerevole, direi.  sempre sul molo ad attendermi gi quando la nave entra in porto.
Qual  il suo nome?
Nel nostro mestiere i nomi non esistono o sono falsi.
Allora descrivetemela.
Non arriva a cinquantanni, capelli scuri, formosa, modi spicci. Piacente per quanto ho visto da sotto il cappuccio che porta calato sulla fronte.
 tutto ci che sapete dirmi?
S e direi che  abbastanza considerato che  gratis.
Il sacrestano coglie una titubanza involontaria nella risposta.
Cos'altro c'?
Risponde non per agevolarlo ma per togliersi da quella situazione.
La donna ha due pollici nella mano destra. In India sarebbe rispettata come una dea, da noi si crede sia l'abbozzo dello zoccolo del diavolo.
Con uno scatto, toglie il coltello dalla ferita. I lembi di pelle si accostano e non sanguinano neppure.
 stato istruttivo parlarvi, comandante. Se covate pensieri di vendetta, vi consiglio di tenere per voi una boccetta di veleno per mettere fine alle sofferenze che potrei infliggervi.
Il sacrestano va verso i magazzini del porto, mentre l'Apostolo sputa per terra maledicendolo.
Il diavolo pu avere pi dita ma anche pi facce.
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SAN GIORGIO.
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Lasciato l'angiporto, dopo il ponte dei legni, Grifo prende per un carruggio che costeggia Palazzo San Giorgio. Una sensazione di pericolo gli corre tra le scapole. Da una finestra, qualcuno butta gi un secchio di acqua ed escrementi senza badare se qualcuno stia passando. Si scansa appena in tempo.
Poco oltre, sente dei passi alle spalle e si volta. Due uomini stanno venendo verso di lui, uno alto e l'altro tarchiato. Altrettanti manigoldi, anch'essi dall'aspetto solido e faccia truce, sbucano dalla parte opposta del vicolo. I quattro sembrano fratelli tanto si somigliano.
 preso tra due fuochi e non ha via d'uscita.
Gli aggressori sogghignano spavaldi per l'iniquit della sfida e sfoderano ognuno spada e pugnale corto, com' d'uso tra manigoldi. Quando gli sono a un passo, sente il loro odore: tanfo di ciurma. L'Apostolo non si curava di rivelare troppo poich era sua intenzione farlo fuori, deduce senza sforzo.
Il sacrestano estrae il coltello e lo cala sul primo, che lo affronta con sicumera. Il movimento  volutamente troppo lento e per l'aggressore 
facile fermargli il polso, ma quando stringe, urla di dolore.
Grifo indossa un bracciale di spine di ferro celato dalla manica. Approfitta dell'attimo di smarrimento del marinaio, che tarda a comprendere cosa l'abbia ferito, e lo sventra, badando ad arrivare fino al mento.
Dietro di lui, il fratello pi giovane, certo del risultato micidiale, fa un affondo verso Grifo che riesce a parare il colpo col braccio protetto dalla cappa avvolta su di esso. Ha imparato, molti anni prima, che non bisogna sprecare le opportunit e, cogliendolo scoperto a braccia larghe, gli infilza la lama sul fianco, sapendo bene dove si trova il cuore. Muore in un sospiro spalancando gli occhi che gi non vedono pi. Il tarchiato ravvisa che il coltello  infisso nella carne del compare.
Decide di sfruttare l'attimo favorevole e si avventa per uccidere il sacrestano, convinto dell'esito favorevole della sortita. Invece, la gola incontra la punta del coltello gemello che si porta appresso. Non riesce a frenare lo slancio e a Grifo basta tenere il braccio teso per passarlo da parte a parte. Il sangue schizza come il nero di una seppia in pericolo. Il quarto uomo riesce a calare il bastone verso la cima della testa, ma il sacrestano si scansa e concede al bastone la schiena arcuata. La botta  comunque forte e lo fa cadere in ginocchio. Impugnando la spada, l'aggressore vuole finirlo. Gli fa rabbia vedere la vittima fissarlo senza paura della morte. La lama tenuta a due mani
fende l'aria, ma il sacrestano scatta di lato con il volto, come se vi fosse qualcuno arrivato all'improvviso.
Per istinto, il marinaio volge lo sguardo da quella parte ma non c' nessuno. Grifo  lesto a conficcargli il coltello in un piede. L'urlo belluino fa volare via una coppia di piccioni che stava appollaiata su un davanzale. Alcune piume volteggiano felici nell'aria.
Zoppicando, il superstite torna all'attacco, ma nel frattempo l'avversario ha avuto il tempo di rialzarsi e coglie, con il bracciale proteso, il volto del malacarne lacerando lo zigomo e il sopracciglio. Infine gli infilza nell'inguine entrambi i genovesini badando a rigirarli per fare maggior danno. Muore dissanguato in pochi secondi invocando un nome di donna.
Da un balcone qualcuno lo avverte gridando: I
birri, i birri.
Il sacrestano si chiede se lo sconosciuto stia dalla sua parte perch ha visto l'impari lotta o se sia solo avversione per i soldati.
Si attarda alcuni istanti chino sui cadaveri, poi fugge.
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FANTASMA.
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L'Apostolo sta sgridando un paio di scaricatori per aver lasciato cadere una cassa che stava trasportando.
Pezze di stoffa sparse lastricano la banchina, ora pi colorata del disegno di un madonnaro. Aiutati da chi passa, rimettono la merce nella cassa, badando a scuoterne ogni pezzo per togliere la polvere.
Il comandante sente un dito battergli sulla spalla.
Si volta e digrigna i denti per non spalancare la bocca in un'espressione di sorpresa. Davanti a lui il fantasma del sacrestano.
Voi!? Come... io...
Questa volta non vi uccider, ma non contate mai pi sulla mia clemenza.
Il comandante si vergogna della propria vigliaccheria ma soccombe, pur essendo abituato alla prepotenza sua e non di altri.
Non crediate che abbia paura di voi. Non sapete chi state minacciando.
Credo dobbiate sostituire quattro marinai.
Gli consegna un fazzoletto insanguinato. L'Apostolo lo svolge e dentro ci sono le orecchie mozzate
degli uomini che aveva mandato perch lo assassinassero.
Per il ribrezzo fa cadere a terra l'involto che picchia sulla punta degli stivali.
Se volete conservare la lingua, dimenticatemi.
Fate buon viaggio, signore.
Seppure non vi sia alcuna foschia, al comandante pare che l'uomo diventi evanescente e sparisca.
Furtivo, un cane rognoso afferra tra i denti un orecchio tranciato e fugge.
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SECONDA ASSAGGIATRICE.
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Grifo sente aleggiare l'inconfondibile fragranza dei dolcetti di mele e cannella. Goloso, devia dal tragitto per seguire l'effluvio che lo attira. Un adolescente porta a tracolla una scatola di legno con dentro i dolciumi appena sfornati dalla madre e che fumano ancora. Pagato il richiesto, il sacrestano ha la sua porzione. Decide di fermarsi e mangiare con calma appoggiato con le spalle all'ingresso di un androne di Strada Nuova. Era tanto che non si concedeva quel piacere, di cui conservava per un ricordo nitido. Nessun odore o gusto si dimentica: hanno pi memoria delle parole o delle azioni.
Passa un carro di fieno che perde fili dorati a ogni ciottolo sbreccato o deforme. Il carrettiere fischia alle donne, ne commenta le forme e non si cura se lo mandano bonariamente al diavolo.
Dopo essersi pulito le labbra con le dita, Grifo decide di non indugiare oltre. Passando dietro la chiesa dell'Annunziata, raggiunge un'abitazione di quattro piani che doveva essere di un nobile poi caduto in disgrazia. E la casa ha fatto la stessa fine.
Davanti al portone sono in attesa un uomo col cappellaccio in mano e la moglie con un fazzoletto in testa, legato stretto al mento, entrambi dell'et che si avvicina alla vecchiaia. Hanno i volti macchiati, e cos pure mani e braccia, da colori distinti e altri mischiati tra loro. Appartengono alla gilda dei tintori e ne portano per sempre il marchio sulla pelle. Ormai non se ne va pi via, neppure sfregando con la brusca da cavalli. Soprattutto le ragazze di quel mestiere ne soffrono, ma poi si rassegnano per sopravvivere. Si accorge che i due hanno il volto rigato di lacrime che, scorrendo sulle gote, assumono il colore dello strato pi fresco di tinta.
Grifo chiede permesso per entrare. La donna lo ferma.
Credo che chi cerchiate non abiti pi qui e non torner di certo.
Volevo parlare con Stella.
La conoscevate? Chiede l'uomo.
No.
Allora non vi causer dolore sapere che  spirata ieri sul fare del pomeriggio.
Il sacrestano si rabbuia in volto e punta gli occhi a terra.
La perdita di una vita rattrista chiunque.
Contriti, scrollano la testa e la donna singhiozza in un fazzoletto gi umido che si porta alla bocca.
Noi siamo i genitori, - gli spiega il padre - la madre non si rassegna e neppure io, ma cerco di farle coraggio.
Di cosa  morta? Se posso chiedere...
Non conosciamo il nome del male che se l' portata via. Neppure il cerusico che l'ha curata ha saputo dirlo.
Ha sofferto per due giorni tra urla e preghiere.
Un fuoco la bruciava da dentro. Mi chiamava, mi voleva accanto sempre.
Fino a che non ha potuto neppure quello interviene il padre.
Mi spiace.
Toccandogli un braccio come per sospingerlo, la madre lo esorta.
Se volevate vederla, siete ancora in tempo. 
in camera e stanno per chiudere la bara e portarla gi. Noi non abbiamo pi cuore di vederla cos e aspettiamo qui la nostra Stella.
Il sacrestano ha apprezzato che non abbiano mai usato la parola morta. Sale le scale sperando di essere ancora in tempo per osservare il cadavere.
I becchini si danno da fare per inchiodare le assi con una bambina minuta di dodici anni che pettina i capelli alla salma come fosse una bambola dalla testa di cera.
Fermi. Potete aspettare qualche istante? Gli chiede con cortesia.
Gli uomini ubbidiscono perch  un fatto tutt'altro che raro che un parente voglia dare un ultimo saluto al congiunto o non voglia separarsi dall'amata.
La piccola gli chiede: Chi siete, signore? Io sono la figlia e non vi ho mai veduto.
Ero... ero venuto per saldare un debito. Credo che ora spetti a te.
Estrae dalla scarsella delle monete e le consegna nelle manine a conchetta. Una bugia bianca, quella del sacrestano, felice che gli sia venuta in mente. La bimba ne avr bisogno. In fondo era il compenso per la madre se fosse stata disposta a soddisfare le sue domande. Cosa che, sospetta, potr fare anche da morta.
I becchini si fanno da parte a chiacchierare sottovoce e lasciano il corpo alle preghiere del visitatore.
Il sacrestano guarda le labbra della salma: nere e lucide con un'aurea azzurra intorno. Pronuncia una sola parola, piano da non essere udito: veleno.
Fingendo di toccarla per un estremo saluto, le prende le mani tenendole come fossero di seta. Non ha altro da vedere. I pollici di Stella non hanno nulla di anormale.
Grazie e scusate dice agli uomini che hanno ancora martello e chiodi in mano prima di scendere le scale.
La madre di Stella, con il volto colorato come una maschera da teatro e che contrasta con il suo dolore, rivedendolo gli chiede: Allora?
Il sacrestano non sa come interpretare la domanda.
Davvero una bellissima donna gli scappa detto.
E pare sia la risposta che volevano sentire.
 sempre stata una brava figliola, lavoratrice.
Anche se non ha mai voluto fare il nostro mestiere di tintori.
Che lavoro faceva?
Era a servizio del passato doge, Ambrogio Doria, ogni giorno. Purtroppo  morto troppo presto, che Iddio l'abbia in gloria risponde il padre.
Era bella, proprio come voi stesso dite. I pittori la chiamavano per fare la modella e la pagavano bene
si vanta orgogliosa.
C'era un pittore che la ritraeva pi spesso o nell'ultimo periodo?
S, forse il pi celebrato e apprezzato artista di Genova. Si chiama Bernardo Strozzi, ma  conosciuto pure come il Cappuccino o il Prete Genovese.
La donna si affretta a difendere l'onore della figlia.
Lasciavamo che lo frequentasse proprio perch  un uomo di fede. Timorato di Dio.
Il sacrestano sa come sono considerate le modelle dal popolino: meretrici o poco meno. I pittori avevano fama di rubare la loro immagine e non solo.
Chiusa la bara, i becchini scendono le scale ed escono per strada con il feretro in spalla. Alcuni vicini escono dalle case e si accodano ai genitori e alla bimba
per accompagnare Stella in una mesta e miserevole marcia funebre fino alla parrocchia.
Grifo non li segue. La morte la conosce bene e gli deve molto, ma oggi non ha voglia della sua compagnia.
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MIRNA.
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Dal terrazzo della casa di Mirna, la vedova amante del sacrestano, si scorge l'ansa del porto di Camogli e un gruppo di case che pare si arrampichi sulle montagne per sfuggire alle scorribande dei saraceni.
Su un filo teso tra due pali, sta stendendo un lenzuolo che profuma di pulito. Scortese, il vento la schiaffeggia agitando il tessuto. Lei sorride e cerca con le mani di addomesticare il capo da asciugare. Canta a bassa voce una filastrocca per farsi compagnia.
D'improvviso le sono addosso due uomini col volto coperto da stracci annodati dietro la nuca e che lasciano scoperti solo gli occhi. Quello completamente glabro, non ha neppure le sopracciglia, la solleva di peso imprigionandole le braccia in una stretta vigorosa. Mirna cerca di divincolarsi, scalciare, mordere per sfuggire, ma l'aggressore  forte come un Ercole. Tenta di gridare aiuto ma la mano callosa del complice, premuta sulla bocca, glielo impedisce.
Un coltello trinciante puntato alla gola fa ulteriore opera di convincimento. La donna cerca con gli occhi qualcuno che stia guardando ci che accade, ma il
terrazzo  il pi alto del borgo e nessuno pu vederla.
Mirna  in loro balia e ben sa cosa vogliono da una donna povera dei malnati come questi. L'angoscia sale perch non dicono una parola, neppure tra loro, di cosa ne sar di lei. Uno dei due le prende il dito anulare e pare osservare l'anello d'oro con incastonata una pietra di ossidiana. Pensa quasi con sollievo che siano solo dei ladri e di avere una possibilit di cavarsela con poco. Rilassando il corpo, non opponendo alcuna resistenza, fa loro comprendere con dei versi che non si ribeller e non urler. La mano  tolta e pu parlare.
Dimenticate questo anello di poco conto e vi dar una collana e degli orecchini ben pi preziosi. E
anche i pochi soldi che possiedo. Prendete tutto, ma non fatemi del male.
Tacciono perdurando oltre a celare le loro intenzioni.
Non dir niente, lo giuro.
Il bandito afferra saldamente l'anulare sinistro e lo taglia di netto col coltello, forzando ogni volta che la carne e la pelle oppongono resistenza. Per la sorpresa di subire un atto cos crudele, Mirna tarda un istante prima di urlare per l'indicibile dolore, e allora le dita ruvide tornano a sigillarle le labbra.
Gli occhi si sgranano come girasoli al mattino.  il pi grande orrore che abbia mai visto ed  sul suo corpo.
Il dito mozzato  avvolto in uno straccio e posto nella tasca interna di un cappottaccio lurido di ogni umore.
Senza avvisaglie, l'altro bandito le sferra un pugno alla tempia e crolla svenuta. Gli aggressori se ne vanno, mentre il lenzuolo steso si agita come se volesse fare aria alla donna perch si riprenda.
Ignara di tutto, Camogli si gode lo scirocco caldo che porta in dote la sabbia del deserto.
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IL PRETE GENOVESE.
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In contrada degli orti di Sant'Andrea, il sacrestano picchia forte il batacchio a forma di testa di cane sulla placca di metallo affissa al portone. Nessuno viene ad aprire. Insiste a lungo, fino a che dalla finestra di una casa vicina sbuca un uomo anziano con la berretta da notte in testa.
Chi andate cercando?
Il pittore detto il Prete Genovese.
Non  pi prete da un pezzo. Ora dovete cercare Bernardo, Bernardo Strozzi.
Quando posso trovarlo a casa?
L'uomo alza le braccia.
E chi pu saperlo? Meglio andare a cercarlo dove si trova pi spesso.
E dove? Chiede gi stanco di quel rimpallare di frasi inutili.
Nel posto dove dipinge.
Cio?
Ha affittato un solaio da Battista Costa.
Spero avrete la cortesia di dirmi come raggiungerlo.
L'anziano comprende dal tono d'essere stato pedante.
Ho capito, avete fretta come tutti. E mi scuso con voi, ma mi capita di rado di poter parlare con qualcuno. Mia moglie, sapete...
Torner a trovarvi per parlarne ma ora ditemi.
Finalmente gli d l'informazione che desidera e il sacrestano s'incammina. L'anziano alla finestra lo guarda sparire in fondo al carruggio, per prolungare l'incontro che gli ha alleviato il tedio della noia per qualche istante.
Il luogo non  lontano. Si ferma soltanto qualche attimo per bere alla fontana unendo le mani a coppa.
Con le gocce che gli bagnano la barba incolta sul mento, riprende la strada.
Il portone della casa signorile indicata, con a guardia due cariatidi corrucciate,  aperto. Sale le scale sapendo che deve raggiungere il solaio. Prima dell'ultima rampa sente la voce di un uomo insultare e gridare come se stesse litigando o subendo un sopruso. Il sacrestano si tiene pronto con la mano sul manico del coltello, ma raggiunta la stanza vede che non ce n' bisogno.
Davanti a un quadro di dimensioni ragguardevoli, un uomo di spalle, con indosso un abito nero dall'ampio colletto bianco e maniche rivoltate dello stesso colore, tiene in mano un pennello intinto nel giallo. Sta insultando il dipinto che non ne vuole
sapere di piegarsi ai suoi voleri. Insoddisfatto, posa il pennello in una ciotola piena d'acqua e aceto.
Signore lo chiama piano Grifo.
Il pittore si volta mostrando occhi piccoli e accesi, un pizzetto lungo e baffi all'ins.
Chi siete, fratello? Non amo avere gente intorno mentre lavoro.
Anche se non  pi un prete, ne conserva ancora l'abbigliamento e i modi.
Il sacrestano non risponde, incantato dalla bellezza del quadro sul cavalletto: una Madonna con Ges bambino in braccio mentre gli d la pappa con un cucchiaio. Ci che lo affascina del dipinto  che il pittore ha ricondotto la sacralit a una scena quotidiana, rendendo santo anche un gesto ordinario.
Come ogni mamma,  preoccupata che il figlio mangi e l'espressione per nulla collaborativa del bimbo le fa capire che ci vorr pazienza.
Bernardo lo incalza: Dunque?
Trovo bellissimo il vostro quadro. La santit e l'uomo non sono mai stati cos simili.
Vi ringrazio, ma io mi riferivo al fatto che siete qui. Che cercate, figliuolo?
Vorrei parlarvi di una vostra modella, Stella.
Se la state cercando, sappiate che  deceduta, purtroppo. La carit di una preghiera  d'obbligo per ogni cristiano che ci lascia e lei era un'anima gentile.
Ne sono informato.
Dopo un istante di esitazione, prosegue.
Vi chiedo il silenzio del prete che eravate su ci che vi dir, come se mi stessi confessando.
Ve lo prometto assicura il pittore solo per soddisfare la curiosit.
Sto indagando sulla sua morte. Sono certo che sia stata assassinata.
Per l'enormit della notizia gli tremano le gambe per un istante.
Ma non  possibile. Chi mai pu...
Non  deceduta per morte naturale, ve lo assicuro.
Con le dita, Bernardo fa la punta a un baffo e formula una domanda che d seguito a un'idea tutt'altro che peregrina.
Conoscevate Stella?
No, e ho visto solo il suo volto gi corrotto dalla morte.
Il pittore si fa largo tra cornici, tele arrotolate, scatole, libri impilati, vasi di vetro pieni di pennelli incrostati e ormai inservibili. In fondo al solaio, sfogliando alcuni quadri senza cornici, trova ci che vuole mostrare al sacrestano. Seguito dal visitatore si avvicina al lucernario per avere pi luce.
Ecco, questa era Stella nel suo sano splendore.
Nel dipinto  ritratta una ragazza bella in modo non banale, con i lineamenti del volto delicati come quelli
di una bambina, guance rosse di salute e un sorriso furbo e innocente rivolto a chi la guarda. Sotto un semplice copricapo spunta una frangetta pi adatta a un maschio, ma le dona.  intenta a spennare un'oca tra polli e piccioni, con un tacchino appeso alle sue spalle, nella cucina di una dimora aristocratica.
Ho deciso di chiamare quest'opera "Cuoca".
Per solito, almeno in Genova, il mestiere di cuoco  riservato agli uomini, mentre le donne in cucina si occupano di mansioni pi umili, come spennare volatili, appunto.
Solo un artista pu sovvertire le convenzioni.
Stella non  mai stata una cuoca e ora, grazie al mio quadro, lo sar per sempre.
Eravate innamorato di lei?
Bernardo posa il quadro e alza un angolo della bocca sospirando.
Direi proprio di s, ma non nel modo che intendete voi. Nulla di carnale. Eravamo uniti nello spirito. Io non sono pi un prete ma ho deciso di osservare comunque gli obblighi verso Cristo.
Che altro potete dirmi di lei?
Era vanitosa, a volte insolente, testarda, irresistibile.
Come ogni donna.
Il sacrestano alza il quadro per osservarlo ancora.
Perch l'avete ritratta mentre spenna proprio un'oca?
Siete acuto, devo dire. Ha un significato. Stella era golosa di oca. Era il cibo che preferiva. Ne era insaziabile.
Abbassa il quadro e lo ripone prima di rivolgersi al dipinto a cui stava lavorando.
Vi ringrazio per il vostro tempo e confido nella discrezione promessa.
D'accordo. Non ho interessi in questa vicenda.
Posso pregare per la sua anima e non altro.
Sulla soglia, il sacrestano si volta e gli pone un'altra domanda, che non prevede una risposta sincera, ma serve solo per suscitare una possibile reazione.
Avete un sospetto su chi possa aver ucciso Stella?
Certo. Una ragazza bella e indipendente ha tanti nemici quanti sono gli uomini e tante nemiche quante sono le donne.
Questo non mi aiuter, ma fa di voi un sospettato.
Siete pur sempre un uomo.
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IL MESSAGGERO.
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La pioggia aumenta d'intensit come se volesse accanirsi contro Grifo che, saltando le pozzanghere, raggiunge il posto dove ha deciso di risiedere d'ora in poi, fino a che la missione non sia portata a termine.
Meglio stare lontano dalla residenza del doge, evitando di ingenerare la curiosit, se non l'interesse, di qualcuno.
Con un ultimo balzo, entra nella Locanda del coniglio pazzo, gestito da due sorelle. Nell'atrio, la pi avvenente gli porge la chiave della stanza. La donna lo saluta ma non va oltre. Non le pare uomo da perdersi in chiacchiere futili sul maltempo.
L'ospite si ritira in camera. Per abitudine puntella una sedia alla maniglia per bloccare la porta. Della finestra non si cura poich  sita troppo in alto e la facciata di mattoni, priva di appigli, ne impedisce la scalata.
Si spoglia subito per togliersi gli abiti bagnati. Con un asciugamano di tela ruvida si strofina con vigore il corpo infreddolito e, con un formicolio benefico, il sangue gli corre nelle vene.
Nudo, s'infla sotto le coperte ma non per dormire.
Desidera un posto caldo e silenzioso dove poter riflettere su ci che sa e ci che deve ancora sapere.
Passano cos parecchi minuti.
Inaspettato quanto perentorio, sente bussare alla porta. Guardingo, si mette in piedi e afferra i coltelli che tiene sotto il guanciale.
Chi  l? Che volete?
Ora che  sicuro, per averne udita la voce, che il sacrestano  nella stanza, lo sconosciuto se ne va in fretta. Dopo aver sentito il rumore dei passi che si allontanano, Grifo apre la porta di scatto pur sapendo di non sorprendere nessuno. In terra c' un fazzoletto.
Dal rigonfiamento capisce che contiene qualcosa. Si china, lo raccoglie e rientra nella camera. Accende una candela per vedere meglio il contenuto. Con raccapriccio scopre un dito mozzato con un anello d'oro e ossidiana che conosce bene. L'ha regalato lui a Mirna.
Con furore lancia un grido straziante che frantuma il silenzio della notte. Si precipita alla finestra sperando di cogliere il fuggitivo in strada.
Sparito.
Si veste in fretta fregandosene del fracasso che produce. Esce dalla stanza e in fondo alle scale incontra entrambe le locandiere con un lume in una mano e uno scialle tenuto stretto sotto la gola.
Che cosa  successo? Chi ha gridato?
Piuttosto, avete visto una persona uscire in fretta da qui poco fa?
Come se fosse una risposta compromettente, le sorelle si guardano prima di rispondere.
Non abbiamo veduto nessuno. Stavamo dormendo.
Senza aggiungere altro, il sacrestano affronta di nuovo la pioggia. Incurante dei vestiti che, impregnati d'acqua, gli pesano sulle spalle e si appiccicano alla pelle, raggiunge Palazzo Ducale.
Batte forte alla camera dell'assistente del doge.
L'uomo tarda ad aprire.
Picchia pi forte per comunicare senza dubbi l'urgenza. Lucio va ad aprire con solo i pantaloni e le scarpe e a torso nudo mentre si asciuga i capelli frizionandoli con un asciugamano. Un buon profumo di sapone di Savona alla lavanda di Nava solletica il naso del sacrestano mentre lo guarda.
Scusate, stavo facendo il bagno e... - s'interrompe vedendo lo stato in cui si trova Grifo - Ma che succede? Siete sconvolto.
Devo parlare con il doge.
 in consiglio fino a tardi. Mi ha ordinato di non disturbarlo.
Sto tornando a Camogli. Dite al doge che se non mi vedr entro dopodomani, mi pianga e cerchi qualcun altro per risolvere le sue questioni.
Cos mi spaventate. Portate con voi dei soldati o volete che venga con voi? Non conosco la natura della vicenda ma...
 una cosa che riguarda solo me.
L'assistente avrebbe molto altro da chiedere ma Grifo scappa via. Raggiunge una piazza dove sa di poter rubare un cavallo tra quelli appartenenti alla milizia. Per sua fortuna, il soldato di guardia dorme seduto nella paglia con una bottiglia di sidro tra le cosce. Badando a non fare rumore, sistema la sella sulla groppa mentre rabbonisce l'animale accarezzandolo sul muso prima di mettergli il morso. Il cavallo non fa storie e lo conduce all'aperto dandogli lievi pacche sul posteriore. Quando  certo che non lo possano pi sentire, monta in sella e sprona la bestia colpendo i fianchi con i talloni e il collo con la parte terminale delle redini.
L'anulare amputato  solo un'esca puerile cui deve abboccare. Il sacrestano sa che lo stanno aspettando e che saranno in molti. Chi ha fatto del male a Mirna non sa quanto dolore patir prima di implorare d'essere ucciso.
Le nuvole livide non si vogliono immischiare e, timorose, smettono di piangere pioggia e se ne vanno nel vento per lasciare il posto alla luna pi temeraria, o forse solo pi curiosa.
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L'AGGUATO.
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Prima che appaiano le case di Camogli, il sacrestano smonta da cavallo e s'inoltra nella vegetazione verso monte. Trovato un posto tranquillo, lega la cavalcatura a un albero. Non stringe troppo, in modo che l'animale, strattonando per fame o sete, possa liberarsi se non dovesse pi tornare.
Scende per una cruza fino alla spiaggia, tenendo il mare sulla destra. Di certo hanno messo una sentinella sulla strada, l'unica per arrivare in paese
pensa. Sa per esperienza che in genere  un incarico affidato a uno poco abile al combattimento, e con il solo compito di segnalare quando arriva il sorcio per far scattare la trappola.
Oltrepassa il molo, procedendo tenendosi basso e nascondendosi dietro le barche in secca. Ritto in piedi, nel buio di un angolo di casa, il palo guarda la strada verso ponente.  un ragazzo dalle gambe corte vestito alla campagnola. Lo coglie alle spalle, gli tappa la bocca con una mano e gli punta il coltello alla gola, poi gli sussurra: Quanti mi stanno aspettando?
Scrolla la testa per fargli capire che non parler.
Con uno scatto, Grifo gli infilza la lama sotto l'ascella senza spingere. Solo un grido soffocato sfugge tra le dita chiuse del sacrestano.
Quanti uomini ci sono? Non lo ripeter.
Il ragazzo si ostina a tacere per il terrore di ci che potrebbero fargli i compari se sapessero che li ha traditi. Per ottenere l'informazione, Grifo sa che deve avere pi paura di lui che di loro. Conosce un solo modo. Il coltello fuoriesce dall'ascella, e il palo ha un istante di sollievo prima di avvertire la lama entrare nell'orecchio e forzare.
Un lampo di dolore inaudito lo coglie e la vescica non riesce a trattenere ci che contiene. I pantaloni si macchiano d'urina.
Devo continuare?
Un diniego parossistico gli fa capire che  disposto a collaborare. Il sacrestano arretra l'arma fino quasi a farla uscire del tutto.
Dunque?
Ci... cinque uomini in tutto.
E dove sono nascosti?
Il ragazzo tentenna un attimo di troppo, ma Grifo non ha altro tempo da dedicargli. Spinge a fondo la lama che arriva al cervello. La sentinella muore afflosciandosi ai piedi del carnefice.
Uno di meno.
Tira il cadavere fino a dove non si possa vedere.
Dalla parte opposta del punto dove lo aspettano, vede la finestra illuminata della casa della vedova. Ogni tanto una sagoma scura l'attraversa dietro le tende.
Di certo uno star nel carruggio adiacente, in un posto dove possa avvistare il segnale della sentinella.
Il vicolo  insolitamente illuminato da torce messe a distanza. Intuisce che servano agli uomini appostati sul tetto per vedere bene il bersaglio.
L'unico modo per entrare nella casa  passare dal portone presidiato.
Nascosto, nell'incrocio tra due vicoli, batte un sasso contro una botte, producendo un suono appena percettibile e con ritmo costante. La guardia lo sente distintamente. Per un po' lo ignora, ma poi il rumore comincia a infastidirlo e a distrarlo dal compito di sorveglianza. Innervosito, decide di fare quei pochi passi per andare a vedere di che si tratta. Appena gira l'angolo, il sacrestano lo afferra per il bavero e lo attira a s, puntandogli il coltello allo stomaco.
Non una parola o ti sbudello.
Ubbidisce e, prima che immagini una spiegazione al comportamento del sacrestano, quest'ultimo gli recide la gola perch non urli e lo spinge alla luce del vicolo. Due frecce da balestra lo centrano in pieno petto. Con l'espediente ha ottenuto un doppio vantaggio: si  liberato di un nemico e ha stanato i sicari
sul tetto. Convinti di averlo ucciso, stanno scendendo in strada gridando la loro vittoria.
Raggiungono il cadavere rivolto a terra e lo girano per vedere in viso la preda. Appena scoprono che il morto  il loro compare, si voltano. Il sacrestano  a pochi passi con un genovesino in ogni mano. Sa che i balestrieri sono provetti nella loro arte di uccidere da distante, ma non sono altrettanto abili nel combattimento corpo a corpo. Istintivamente, portano le balestre in posizione, senza aver avuto l'accortezza di incoccare la freccia poich credevano d'avere ucciso chi dovevano. Tentano di aggredire il sacrestano brandendo le armi scariche, ma lui ha facilit a schivarle e coglierli al fianco uno dopo l'altro.
Non si preoccupa delle urla di dolore.
Sono rimasti solo due manigoldi e di certo sono in casa a guardia di Mirna. Sale le scale a passi lenti e pesanti perch sappiano che i quattro compari non l'hanno fermato e sta arrivando. Vuole abbiano paura ancor prima che lo vedano.
Sa cosa trover una volta aperta la porta. Cos , infatti.
Mirna  legata a una sedia, con uno straccio infilato in bocca e le mani imprigionate da una corda sottile. Piange per s e per l'amato. Il lembo strappato della camicetta, intriso di sangue, le copre la mano cui hanno amputato il dito. Ritto in piedi dietro di lei c' un aguzzino barbuto con un'ascia, mentre un altro, glabro, le tiene la lama di una spada di traverso sulla gola.
...
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RABBIA.
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Lasciatela andare ora e non morirete.
L'intimazione del sacrestano  accolta con una risata, anche se un brivido gli corre fino alla cima del collo. Sono al corrente della pessima fama che precede l'uomo che hanno di fronte.
Di questa donna poco ci importa. Siamo qui per voi. Mettete gi le armi, subito, o sapete cosa accadr.
Vi dico la stessa cosa.
Per fargli comprendere che sono capaci di andare fino in fondo, il glabro spinge la spada nella pelle sottile di Mirna e una riga di sangue corre sul filo della lama macchiandole il colletto.
Non fatele del male.
Grifo solleva i coltelli a braccia tese, all'altezza del volto, tenendo i manici tra pollice e indice, e li lascia andare piantandoli nel pavimento di legno.
Ecco, ho fatto come volete.
Ora che  disarmato e inerme, si muovono per ucciderlo. Quando gli sono a un passo e l'uomo con l'ascia sta per colpire un bersaglio che crede facile, il
sacrestano sfila la cintura con una velocit inimmaginabile.
Scoprono subito che non si tratta di una cintura comune.  di metallo e ha i bordi taglienti come i rasoi dei cerusici. Una scudisciata congiunta taglia la guancia a quello con il coltello e orba l'uomo con l'ascia. Sfruttando la sorpresa, cava dal pavimento i genovesini.
Con uno attraversa la gola, sbucando nella nuca, di quello pi vicino. Lascia che la lama gli tenga compagnia fino alla morte.
Il glabro si precipita verso Mirna per tornare in vantaggio, ma Grifo si frappone tra l'aguzzino e la donna. Continuando a tenere gli occhi sul nemico, recide i legacci che tengono avvinta l'amata. Una volta libera, i due sfidanti si guardano per un tempo che pare infinito. Il sacrestano depone il coltello sul tavolo. L'altro comprende l'intenzione e accetta: se la vedranno senza l'uso delle armi. Il glabro  ben pi massiccio e giovane. Inoltre, da come si mette in posizione, il sacrestano capisce che  un lottatore.
L'altro compie alcune finte poi riesce ad afferrarlo abbracciandogli il torace in una mossa davvero abile.
Quando lo solleva da terra per schiantarlo di schiena, Grifo slancia le braccia verso l'alto e due coltelli a lama corta sbucano dalle maniche. In un unico gesto, lo infilza nei tendini tra le spalle e l'attaccatura del collo.
Subito il malvivente molla la presa non riuscendo
a fare forza. Sbalordito, sente che le braccia non gli ubbidiscono pi. Il sacrestano lo guarda negli occhi sbarrati. Entrambi sanno che  il momento del dolore.
Mentre si volta per afferrare una sedia a cui legare il glabro, urlando la sua rabbia, Mirna cala la scure che penetra per met nella cima della testa dell'uomo che l'ha trattata con ferocia inaudita, mutilandola.
Grifo sa che  un errore. Lui lo avrebbe torturato fino a fargli confessare chi  il mandante, chi vuole la sua morte per impedirgli d'indagare.
Non rimprovera Mirna, non le dice niente, la tiene stretta a lungo.
Non potete pi stare qui. Non siete al sicuro.
Dovete venire con me a Genova. Io vi protegger, ve lo prometto.
Mirna riflette su ci che comportano quelle poche parole, poi decide di non avere scelta.
Va bene assente pulendosi il viso con la manica della camicetta. Non le piace farsi vedere cos da lui.
Andiamo.
In fretta, la donna prende quel poco che le serve e lo ripone in una borsa di tela grezza.
Appena fuori dalla casa, Grifo crede di vedere un'ombra che fugge lungo il muro. Forse un altro manigoldo meno coraggioso dei compari pensa.
Raggiungono il cavallo che aveva nascosto tra le fronde. L'animale bruca tranquillo i fili d'erba secca l
intorno. Aiuta Mirna a mettersi in sella poi sale anche lui e impugna le redini. Non ha bisogno di spronare il cavallo, che prende la strada giusta. La donna appoggia il volto sulla schiena muscolosa della persona che credeva di conoscere ma che ora  un altro uomo.
E non sa se amarlo o temerlo.
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AMORE DISPERATO.
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Quando Mirna si sveglia, si rende conto che sono arrivati a Genova ed  l'alba. La spossatezza le ha permesso di affrontare il viaggio senza accorgersene.
Grifo l'aiuta a scendere da cavallo prendendola per i fianchi torniti. Con l'avambraccio, la donna getta i lunghi capelli all'indietro poich le erano finiti sul volto ancora segnato dalle traversie subite. Guardandosi in giro, vede che si trovano davanti a una scalinata di pietre irregolari che porta dritta a una spiaggia sassosa. Scendono e raggiungono la porta larga e bassa di un locale scavato nel muro di contenimento.
Sa riconoscere un ricovero per le barche.
Che ci facciamo qui? Chiede.
Siamo a Boccadasse, un buon nascondiglio vicino alle mura della citt.
Ma...
 di propriet dell'Abbazia di San Fruttuoso.
Non  prudente tornare alla locanda e tantomeno nella stanza a Palazzo Ducale dove ho alloggiato le prime notti. Di certo posti sorvegliati.
Con una spallata, l'uomo apre i battenti ed entrano.
L'ambiente  ci che prometteva: una barca corta e larga, posta su dei tozzetti di legno duro, occupa buona parte dello spazio. Cordame, nasse, reti si sono presi il resto.
Nessuno verr a cercarci qui.
Armato di un secchio di legno con i cerchi di ferro, va a rubare un po' di mare. Quando torna, la donna  pronta con un paio di fazzoletti puliti e, dopo averli battezzati nell'acqua salata, ne cede uno. Lui si toglie dalle mani il sangue incrostato e lei cambia la fasciatura al moncone, senza un lamento. Con delicatezza, le prende la mano e scuote la testa, incapace di dirle quanto sia dispiaciuto che abbia patito un affronto simile per colpa sua. Per rincuorarlo, gli accarezza la guancia.
N io n voi possiamo porvi rimedio.
Mirna si dispone a disfare la borsa, mentre Grifo accende un fuoco dentro al braciere. La donna sa che non servir per scaldarsi e vuole imporsi coraggio.
Quando la fiamma  ben avviata, il sacrestano mette la lama ad arroventarsi.  la prima volta che usa il coltello a fin di bene. Mirna si siede sulla punta della prua. Vorrebbe farle mordere un galleggiante di legno per le reti, ma lei rifiuta decisa e gli porge la mano offesa, tenendo le dita pi larghe che pu.
Il piatto della lama rovente  messo a contatto col moncone. La carne fuma
sprigionando puzzo di selvatico. Trattiene in gola l'urlo di dolore. La
sopportazione non pu oltre e sviene. Meglio cos pensa lui, finendo il lavoro da cerusico.
Dopo averle fasciato la mano, getta nel fondo della barca una matassa di rete sottile. Solleva tra le braccia la donna e la sdraia sull'improvvisato materasso. Si corica al suo fianco, e nonostante badi a fare piano, lei si desta e cerca il corpo dell'amante arretrando fino a mettersi a cucchiaio nell'incavo tra petto e cosce piegate. Spinge piano e comincia a dare piccoli colpi col sedere. Lui la bacia dietro l'orecchio, strappandole un sospiro di piacere e insinua le mani sotto la camicia fino a raggiungere i seni pieni. Scivolano piano piano in un amore disperato.
Prima di addormentarsi, Grifo la stringe a s e con le dita sfiora il crocifisso di legno che Mirna porta al collo. La vista del minuscolo Cristo in croce gli rammenta un giorno lontano in cui ne vide di immensamente pi grandi. Discrete, le fiamme nel braciere si spengono in fretta lasciandoli soli.
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18 APRILE 1601.
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Il gruppo dei flagellanti avanzava in testa alla processione martoriandosi con fruste corte e tentacolari, seminando gocce di sangue sul lastricato che conduceva al Santuario di Nostra Signora della Guardia.
Subito dietro, svettavano i grandiosi crocefissi sorretti dai cristezanti. Ognuno portava il Cristo aiutandosi con un'imbragatura che dalle spalle terminava in un
bicchiere di ferro all'altezza dello stomaco, dove alloggiava la base della croce. Era uno sforzo tremendo sostenere quelle opere che pesavano come tre uomini e persino di pi. Essere un portatore di Cristi veniva considerato un grande onore e destava l'ammirazione di tutti e l'invidia di molti. I crocefissi sembravano ballare mentre avanzavano. Al loro passaggio la gente si segnava e pregava. Le confraternite dette Casacce, ognuna con i propri colori identificativi a fine benefico, si sfidavano, senza risparmiarsi, a chi aveva il Cristo pi alto, addobbato, ricco e pesante. La processione proseguiva con gli incappucciati nelle loro vesti di raso, fili d'oro e argento, incendiate dalla fiamma dei ceri che stringevano in mano.
Con la buffa, il cappuccio calato in testa per non farsi riconoscere, Grifo si era mischiato ai componenti della confraternita che si distinguevano per le tuniche bianche con croce rossa e azzurra. Questa Casaccia si adoperava in particolare per la liberazione degli schiavi.
Papa Clemente VIII pretendeva il controllo assoluto sulle confraternite. Le associazioni dovevano sottomettersi alla Chiesa e ubbidire ciecamente all'autorit vescovile. Il capo di una Casaccia, dedita all'assistenza di condannati a morte, Gio Battista Righi, voleva mantenere l'indipendenza e sobillava le altre confraternite genovesi perch si ribellassero alla sovranit del Vaticano. Per questa ostinata disobbedienza, che lo poneva in cattiva luce presso il papa, il vescovo di Genova, in gran segreto, si era rivolto al doge per chiedergli di risolvere la faccenda senza strepiti. In cambio, avrebbe ceduto su alcune beghe pecuniarie sorte tra loro.
Il sacrestano non partecipava alla processione per fervore religioso ma per volere del doge. Davanti a lui c'era un portatore di Cristo, proprio Gio Battista Righi. Il sicario aveva brigato non poco per ottenere quella posizione e potergli stare dappresso.
La processione volgeva al termine e le file si serravano in prossimit del santuario. Grifo ne approfitt per fare lo sgambetto al cristezante in fila
dietro la vittima. Il portatore perse l'equilibrio e non fu pi in grado di reggere il Cristo, che si abbatt con tutto il peso sulla testa dell'uomo che aveva osato ribellarsi al vescovo. Tra urla, statue che s'inchinavano e altre che sbandavano, la gente fugg e la processione si spezz. Quando buoni cristiani soccorsero il portatore colpito, videro che non c'era pi nulla da fare.
Era morto sul colpo.
Uno di meno.
Nella confusione creata dall'incidente, Grifo si allontan dalla baraonda.
Appresa la notizia del buon esito della missione, il vescovo ne fu soddisfatto. Soprattutto trov appropriato che fosse stato Cristo in persona a punire Gio Battista Righi per essersi opposto ai voleri della Sacra Romana Chiesa. Dio stesso era con lui.
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L'ATTENTATO.
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Gli strilli, le cantilene, i fischi dei pescatori sulla spiaggia per attirare possibili clienti cui vendere il pescato, svegliano Grifo, mentre Mirna dorme ancora. Le sfila il braccio da sotto il collo e si alza.
Apre uno spiraglio di porta e vede che fuori c' un gran movimento di gente. Il sole  gi a un terzo della fatica che compie ogni giorno.
Sente una presenza alle spalle:  lei che lo abbraccia per il petto.
Buongiorno.
Speravo di non avervi destata.
Guardate quel gatto.
Indica, accanto ad alcune nasse per le aragoste, un gatto che si avvicina a un piccione intento a beccare un torsolo di mela. Il felino gli  addosso e lo colpisce con una zampata. Il volatile si rovescia sulle ali, stecchito.
 l'unico animale, oltre all'uomo, che ammazza per divertimento.
Poveretto, l'ha ucciso dice Mirna.
Aspettate a dirlo.
Il gatto continua a stuzzicare con le unghie la preda poi si stufa e l'abbandona. Una volta lontano, il piccione resuscita, si scuote, zampetta e spicca il volo.
La donna batte le mani, contenta come una bambina.
 vivo.
Il piccione non aveva altro modo di sfuggire e ha finto d'essere morto. Ottima tattica.
Il sacrestano si veste in fretta e va a comprare pane e sardine affumicate vendute da una vecchia col labbro leporino che urla pi delle altre concorrenti.
Rientra alla chetichella e trova Mirna seduta sul bordo della barca.
Spero di non doverci rimettere un dito ogni volta per avere una notte come questa dice in un sorriso soffice mentre si stiracchia. Grifo le consegna il comprato e una raccomandazione.
Non uscite per nessun motivo. Io sar di ritorno entro sera.
Le schiocca un bacio in fronte prima di andarsene.
Col via vai di gente che c', nessuno bada a lui e, di buona lena, si avvia verso Palazzo Ducale.
Per la strada avverte una strana agitazione. Nota parecchi capannelli di persone che discutono animatamente.
Le facce che incontra sono corrucciate e pare guardino chiunque con sospetto. Le donne dimenticano le brocche sotto le fontane con l'acqua
che tracima, impegnate come sono a chiedere e a riferire per sentito dire. Le comari non badano ai bambini che, per avere attenzione, tirano loro le gonne. Nei pressi dell'abitazione del doge ci sono molte pi guardie. Il nervosismo nell'aria  palpabile.
Si guarda intorno per adocchiare dei preti, sempre i meglio informati. Finalmente uno viene dalla sua parte.
Scusate, padre.  successo qualcosa? Tutti sembrano irrequieti stamattina.
Come, non sapete? - si meraviglia il prete, felice d'essere il latore della notizia per orecchie vergini -
Durante l'udienza pubblica qualcuno ha sparato al doge. C' chi dice sia morto, altri ferito. Nessuno sa con certezza.
Una ricamatrice, che tiene tra le mani la sua fatica da vendere, passa di l e s'intromette.
Un mio zio, che conosce un parente di una delle guardie, mi ha detto che  in fin di vita.
Un fornaio con la cesta in spalla e il viso infarinato ha origliato e dice la sua: Pare che sia vivo ma non arrivi a sera.
Altre persone si aggiungono, ognuna con la propria verit. Il sacrestano abbandona il gruppetto che si accalora sulla vicenda e si precipita dal doge, passando per il solito cunicolo. Due giovani birri sono ritti davanti alla porta. Nel vederlo, gli puntano contro le
lance. Prima che Grifo tenti di convincerli a lasciarlo entrare, arriva Lucio e disbriga d'autorit la faccenda.
Conosco quest'uomo e cos il doge che desidera vederlo immediatamente.
Marziali, i militari scattano sull'attenti e fanno ala all'ingresso dell'assistente e dello sconosciuto.
Il doge giace a letto con le coltri che lasciano scoperto il busto. Con il volto emaciato, i capelli in disordine, non mette pi soggezione, fa pena come qualunque altro vecchio infermo. Un medico sta fasciandogli una spalla con delle bende che girano anche intorno al petto. Sul comodino c' una bacinella con dei ferri insanguinati e un pallettone schiacciato in punta.
Sollevando la testa dal cuscino, dolorante, fa cenno al sacrestano di avvicinarsi.
Vedete bene che avevo ragione di temere per la mia vita. Non vi ho scomodato dal vostro letargo per un capriccio.
Non l'ho mai pensato.
Il ferito stringe gli occhi a fessura per una fitta e poi gli chiede: Dove eravate mentre tentavano di uccidermi? Era compito vostro fare in modo che ci non accadesse.
Non si ripeter, ve lo prometto.
L'unico modo per mantenere ci di cui siete tanto certo  trovare chi... chi...
Prostrato dalla fatica e dal dolore, si abbandona sul cuscino con il capo rivolto verso il muro.
Interviene il dottore: Deve riposare, non affaticatelo oltre.
Alzandogli la testa, gli fa bere un decotto caldo di erbe per dargli vigore. Il doge si assoggetta di buon grado alla cura, anche se emana un odore pestilenziale di letamaio.
Il sacrestano prende Lucio per un gomito e lo sospinge in un angolo.
Ditemi com' successo. Voi eravate presente?
Ero come sempre al suo fianco. Mentre stava ascoltando un cittadino che si lagnava della deviazione di un rivo da parte del vicino, si  sentito un colpo di moschetto e il doge si  accasciato a terra con un grido.
Da dove  partito il colpo?
Di certo non dalla stanza.  penetrato dalla finestra a bocca di lupo che non ha vetri. I soldati si sono precipitati all'esterno ma l'attentatore ha fatto in tempo a dileguarsi.
Grifo si ferma a riflettere stringendo le labbra e trae il pallettone dalla bacinella.
L'arma con cui ha sparato, e lo deduco dal proiettile, non  comune e occorrono braccia addestrate all'uso. Si tratta di certo di un professionista. Credo che non volesse uccidere il doge ma solo ferirlo.
A che scopo? Chiede Lucio.
Per rosolare il reggente nel fuoco della paura.
Il doge lo richiama a s.
Scoprite chi mi vuole uccidere e fate che non mi penta d'avervi accordato la mia fiducia, la fiducia di un doge.
Lo far, vi ripeto, ma in mia assenza attorniatevi solo di guardie di completa fiducia e non birri anziani.
Sono pi corruttibili, hanno meno da perdere e se possono avere una vecchiaia tranquilla, non si fanno scrupoli.
Il medico tira le tende della finestra per affievolire il chiarore, portare sollievo agli occhi del doge e indurlo al sonno.
Il sacrestano lascia la stanza a passi lunghi.
Qualcuno presto pagher.
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COMPLICE.
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Ormai  sera e nel borgo di Boccadasse le barche prendono il largo con l'unico occhio acceso, la lampara, a illuminare i volti marcati e bruniti dei pescatori.
Sulla spiaggia, una coppia di giovani amanti si bacia e si promette amore.
Il sacrestano scaccia con una pedata un cane, con la coda corrosa dalla rogna che gli annusa i piedi, e sgattaiola all'interno della rimessa delle barche.
Mirna  intenta a ultimare le pulizie. Ha lavorato sodo per rendere quello spazio pi ospitale.
Grifo ne  stupito.
Pare un altro posto. Sa di... casa.
Come immagino, dovremo stare qui per un po', meglio che sia il pi confortevole possibile.
Con un gesto, lo invita a sedersi su un rotolo di gomena. Un asse sopra un cavalletto serve da tavola. Sopra c' ci che l'uomo aveva comprato al mattino. Lei non ha mangiato nulla, ha preferito aspettarlo.
Consumano il pasto frugale in silenzio con l'allegria negli occhi. Il cibo  poco e termina in fretta.
Mirna si sistema il vestito appianando le pieghe con i palmi delle mani per disporsi a parlare.
Credo che mi dobbiate delle spiegazioni, se non altro per questo esibisce la mano con l'indice mozzato.
Quei maledetti sapevano quanto tenessi a voi ed erano sicuri che sarei accorso in vostro aiuto. Mi dispiace. Avrei dovuto tenere conto del rischio che potevate correre. Devo ammettere che chiunque sia a volermi morto  ben informato.
La donna stira il collo di scatto.
Quando vi siete allontanato da Camogli, un uomo andava in giro chiedendo di voi. Me lo ha raccontato quello stesso giorno una comare. Non vi ho dato peso. Pensavo a un vecchio amico di passaggio che vi era venuto a trovare. Di pettegole ce n' una a ogni finestra e magari qualcuna gli avr parlato della nostra relazione.
Quello che credevamo un segreto ben custodito non era tale. Lo sospettavo da qualche tempo senza dirvelo.
Mirna lo scruta nel profondo degli occhi, ma non trova la risposta e chiede: Chi siete o cosa siete?
Io sono un sacrestano come mi avete conosciuto.
Un tempo, infinitamente lontano, ero qualcun altro che stento a riconoscere
io stesso ma di cui non mi pento. Troppo tardi per avere rimorsi. E forse mi
compiacevo di ci che ero.
Andate avanti.
Grifo si macera a lungo nel dubbio se metterla al corrente di ogni cosa e porla ancora pi in pericolo.
Poi decide di dirle la verit.
Io sono stato per anni, nell'ombra, al servizio dei dogi. Ero il loro sicario e ho ucciso molte persone.
Persino innocenti che avevano l'unica colpa di essere invisi ai reggenti.
Mirna si alza di scatto per l'inaspettata rivelazione, poi si risiede subito, vergognandosi della reazione.
Il doge Giorgio Centurione mi ha chiesto di tornare a essere quello che ero perch sospetta che qualcuno voglia usurparne il potere uccidendolo. Io ho il compito di scoprire e rendere inoffensivo il colpevole.
Con tutti i birri al suo servizio perch ha bisogno proprio di voi?
Perch crede che io abbia delle capacit speciali, anche se non sono sicuro di possederle ancora.
Le parole gli escono come se avessero aperto la diga che le tratteneva e la informa dell'uccisione per avvelenamento del precedente doge, Ambrogio Doria, senza tacere alcun particolare. La donna ascolta allibita.
Di certo  in atto una congiura. Stamattina hanno attentato alla vita del doge.  rimasto ferito,
non gravemente, ma poteva morire. Devo affogare i cospiratori nel loro sangue.  l'unico mezzo che conosco.
E ora?
Devo trovare una donna.
Che donna?
Quella che probabilmente ha comprato e poi rivenduto il veleno che ha causato la morte del doge.
Un venefico usato in particolare dalle mogli che vogliono sbarazzarsi anzi tempo del marito.
Mirna insiste per sapere di pi e lui l'accontenta spiegandole ogni particolare. Alla fine, risoluta, prende la lampada e la solleva vicino al volto per fargli capire quanto sia decisa.
Io vi aiuter.
No,  escluso. Vi voglio qui al sicuro.
Mirna si alza e cammina avanti e indietro nello spazio angusto.
Come pensate di trovarla?
Pare che siano molte le clienti che alimentano il suo commercio mortale. Spero di trovarne qualcuna che abbia la bocca larga.
Sar molto pi facile per una donna ottenere informazioni su un'altra donna. Inoltre, per ci che mi avete raccontato, questa mano offesa torna utile.
Potrei esibirla dicendo che  stata colpa di mio marito e che voglio vendicarmi.
Il sacrestano vorrebbe trovare un buon motivo per ribattere ma, non trovandolo, soccombe.
Avete ragione, ma voglio mi promettiate che non correrete alcun rischio inutile. Al primo sospetto di pericolo, mollerete la faccenda.
Ve lo prometto.
Mirna soffia e la fiamma svanisce proprio come la sua promessa.
...
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MERCATO.
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Saltimbanchi, mendicanti, cartomanti, acquaioli, un povero cristo che predica alla folla e stormi di popolane cariche come animali da soma animano la piazza del mercato. Un venditore di anguille ne tiene alcune, ancora vive, al collo e ne fa oggetto di scherzo verso le giovanette distratte. Le nobildonne soppesano la mercanzia esposta e quella che supera l'esame la pongono all'interno di borse capienti rette da servette lusingate dagli ammiccamenti dei giovani garzoni. Il vociare continuo si mischia agli aromi mutevoli a ogni passo.
Mirna si aggira tra i banchi di verdure, cercando di adocchiare i soggetti che fanno al caso suo. Non troppo giovani, non troppo vecchie. Si sofferma al banchetto di una venditrice di noci.  una donna sciupata, dai capelli prematuramente grigi, che la esorta ad assaggiare pezzi di frutto posti in un cestino di vimini.
Sentite che bont, madonna. Favorite pure.
Accetta l'invito e, badando a porre in evidenza il moncherino, si serve.
Che avete fatto al dito? Non pu fare a meno di notarlo.
Felice che abbia abboccato, e solo dopo essersi sincerata che altre persone si siano avvicinate al banco per sentirla, Mirna le racconta ci che  preparata a dire.
 stato mio marito, quella bestia. Convinto che l'abbia tradito, mi ha punita.
Dovete denunciarlo ai birri.
Signora mia, l'ho fatto, ma se ne sono fregati e mi hanno derisa dicendomi sconcezze sul dito mancante.
Uomini.
La venditrice sputa per terra.
In verit vorrei fargliela pagare, ma non so proprio come poter fare.
Spero di cuore che ci riusciate e che subisca ci che merita. Noci?
S, grazie. Per me sola.
Certo...
Ricevuto un cartoccio di noci grande come un pugno, paga e prosegue, lasciando dietro di s le donne che hanno origliato la triste storia e la commiserano sottovoce.
Davanti al banco gremito di una commerciante di mele, anch'essa rotonda e rossa come il frutto che offre, si lascia andare a dei lamenti reggendo la mano menomata.
Che avete, signora mia?
Sicura di avere un pubblico, racconta l'identica storia di prima e lo stesso proposito di vendicarsi del congiunto brutale.
Passa cos un paio d'ore, badando a prendersi una pausa per non destare sospetti e non apparire una moglie patetica che vuole solo farsi compatire.
Nel suo girovagare tra le merci, si trova davanti a una donna, seduta sull'ultimo gradino di una chiesa romanica, con lo sguardo fisso alla figlioletta che percorre la piazza con un cesto in mano mentre offre rose in cambio di un soldo.
Molto graziosa la vostra bambina.
Vi ringrazio. La fareste felice se le compraste una rosa.  cos orgogliosa quando vende qualcosa.
Come si chiama?
Fiammetta.
Bel nome. - commenta prima di chiamarla -
Fiammetta!
La ragazzina accorre subito, sorridendo e saltellando giocosa alla maniera dei bimbi.
Vorrei una delle tue rose.
Per voi, signora, la pi bella.
Dopo averla scelta con cura, gliela porge e in cambio riceve il dovuto, che subito consegna nelle mani della madre, prima di tornare tra la gente in cerca di altri clienti.
Proprio una brava bambina. Chiss come sar orgoglioso di lei suo padre.
La madre ha un moto di disgusto.
Ah, quel vigliacco non l'ha neppure voluta vedere.  scappato prima che nascesse, ma io non lo rimpiango. Veniva da me solo per sfogare le voglie da maschio e battermi se era troppo ubriaco per riuscirci.
Spero che gli abbiano tolto la pelle a morsi.
Mirna  certa di aver trovato terreno fertile.
Guardi cosa mi ha fatto il mio uomo.
Allunga verso di lei la mano menomata.
 una cosa orribile. Dovete strappargli il dito cui tiene di pi, quello in mezzo alle gambe.
La vendetta  la cosa che voglio, ma non so come fare. Non posso avere la meglio su un uomo.
Dopo l'amore o quando  sbronzo e russa. Quello  il momento buono.
Per apparire afflitta senza speranza, scrolla la testa.
Non voglio finire in prigione. E non ho soldi abbastanza per un mercenario. Un modo lo trover.
La donna  colta da un eccesso di tosse malsana.
Scusate, la salute non mi accompagna.
Mirna capisce che il dialogo  terminato. Fa un accenno d'inchino e prosegue nel suo peregrinare tra la folla che gremisce la piazza. Si sofferma ancora un paio di volte a gettare l'esca della disperazione, senza ottenere nulla. Dispiaciuta, si arrende e lascia il mercato.
Prende per il carruggio degli argentieri, quando si sente tirare per una manica. Voltandosi quasi non vede chi l'ha fermata.  una nana vestita da bambola alla moda spagnola.
Ho io ci che cercate.
Che ne sapete voi dei fatti miei? Lasciatemi in pace.
So quello che andate dicendo da stamattina.
Volete regolare i conti con vostro marito.
Regge la parte per far venire allo scoperto la nana.
E come mi aiutereste?
Se vi ha fatto ci che dite, merita di morire. Vi coster caro ma ne varr la pena.
A Mirna scappa una parola che non doveva sfuggirle, non cos presto almeno, ma non  esperta in certe schermaglie.
Veleno?
Con gli occhi furbetti la donnina assente.
La mia padrona ne ha in serbo per voi, signora.
Ditemi il prezzo e io corro a casa a procurarmi subito il denaro. Dove vi trover?
Vedete quel balcone con le teste di mostro che lo reggono? - indica il secondo piano della casa di fronte - Saremo l ad aspettarvi.  la padrona a fare i conti, io non tratto. Portate parecchio pi di ci che pensate e non sbaglierete.
La nana sparisce nell'androne e Mirna solleva la gonna sopra le caviglie per correre pi speditamente.
Come d'accordo, raggiunge Grifo che l'aspetta con ansia seduto a uno dei tavoli all'aperto di una sordida taverna.
Trafelata, appena lo vede, gli comunica la notizia.
Ho trovato la donna del veleno delle vedove.
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DONNA IN NERO.
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Dopo aver lasciato passare un po' di tempo, per non generare sospetti e frenando l'impazienza, si recano alla casa del veleno.
Bussano.
Ad aprire la porta  la nana, ma appena vede un uomo, spaventata, vorrebbe richiuderla. Mirna  lesta a frapporre un piede tra i battenti.
Non datevi pena.  un mio cugino. Lui ha il denaro necessario.
Pi che la prudenza pu la cupidigia. Con una certa riluttanza, li fa entrare. L'ingresso ha un aspetto lugubre.
C' un puzzo quasi palpabile, un insieme d'incenso esausto, di stando e aria stagna. I mobili sono coperti da teli scuri. Basculando sulle gambe corte, la nana s'infla in un corridoio, seguita dappresso. Li ferma con un cenno della mano e sparisce dietro una tenda.
Passano un paio di minuti, in cui i visitatori origliano voci di donne che bisbigliano senza afferrarne il significato.
La nana riappare e, con un gesto teatrale, cede loro il passo all'interno di una stanza circolare. Assisa su una sedia dallo schienale lungo
e stretto c' una donna vestita di nero.  alta, magra e ha il volto coperto da una veletta da prefica. Con una voce tediosa e stridula viene subito al dunque.
Avete con voi i soldi per concludere la faccenda?
S, certo rispondono insieme.
Il sacrestano le consegna la scarsella con le monete.
Spero bastino.
La donna in nero conta il denaro due volte per essere certa poi muove il mento verso l'alto. La nana apre un cassetto e ne ricava una boccetta di vetro alta quanto un uovo, la regge con due mani e si avvicina a Mirna.
Ecco a voi. Fatene buon uso.
Grifo s'impossessa della boccetta, ne rovescia una goccia sul dorso della mano.  di un colore rosso spento. L'annusa e poi intinge la lingua.
Senza dire altro, si avventa sulla donna e le strappa il velo. Ha un volto orripilante, come se fosse stato dilaniato da una bestia. Un occhio  bianco e l'altro  fisso con cattiveria sull'uomo.
Questo non  veleno, e ve lo dimostro le soffia in faccia.
Grifo beve d'un fiato il contenuto della boccetta, spaventando Mirna che non  riuscita a impedirglielo.
Succo di ciliegia.
La donna in nero e la nana sono pessime giocatrici e sui loro volti si legge l'ammissione di aver barato.
Voi siete solo volgari imbroglione dice mostrando la cintura da cui spuntano i manici dei coltelli.
Le complici non osano fiatare, per istinto capiscono che hanno davanti un uomo brutale.
Come avete fatto a sapere che cercavamo del veleno?
Le truffatrici tacciono e allora Mirna confessa il suo errore.
 colpa mia... mi sono lasciata scappare la parola veleno e...
... e la nana ne ha subito approfittato per offrirvi ci che prima ignorava.
La piccola lestofante si fa sotto e lo guarda dal basso stirando al massimo il collo.
Siamo delle donne meschine di cui neppure Iddio ha avuto compassione.
Viviamo di qualche inganno agente sprovveduta, ma non facciamo male ad alcuno. Avremmo potuto vendervi del vero veleno ma non lo abbiamo fatto.
Non siamo assassine si difende la donna seduta.
Il sacrestano va da lei e le tira fuori le mani, celate dalle lunghe maniche del vestito. Non ha il doppio pollice.
Non abbiamo nient'altro da fare qui dice.
Prima di seguirlo, Mirna si riprende dal grembo della donna in nero la scarsella con i soldi e le sussurra una tediosa filastrocca, imparata da bambina, per scacciare i sortilegi delle streghe.
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TERZA ASSAGGIATRICE.
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Sotto un pergolato di canne si scorge l'ingresso di un magazzino la cui porta  spalancata per far entrare aria fresca. All'interno c' un'arazziera che pigia sul pedale del telaio detto basso. Nello stesso tempo sposta i licci e le cordicelle necessari per formare l'ordito. Ogni tanto controlla il cartone del disegno da riprodurre, grande esattamente come l'arazzo da eseguire. Il ritmo con cui procede  impressionante. Deve badare a non commettere errori nel porre i fili nella giusta posizione e a cambiare ogni qualvolta vi sia un'alternanza di colore.
Inoltre, la trama non deve essere troppo fitta, col rischio che l'arazzo risulti poi orribilmente arricciato, n lasco poich si vedrebbero delle fessure e presto si sfrangerebbe.
Sa che il padrone non le perdonerebbe il minimo sbaglio. Il committente  una persona importante. Non lo conosce, ma ha scelto un arazzo in fili di seta, dunque deve essere un gran signore, ricco di certo.
Lo sfregamento delle asticelle contro l'intelaiatura e la frizione del pedale producono un sentore di legna appena tagliata. L'arazziera lavora dal sorgere del sole senza fermarsi perch il lavoro va consegnato alla scadenza
pattuita. Alcune gocce di sudore si sono formate tra naso e labbro. Canticchia un motivetto giusto per darsi tempo e favorire la coordinazione dei molteplici movimenti.
Il sacrestano la guarda da sotto la tettoia, affascinato dalla capacit della donna di compiere cos tante azioni insieme.  piccola, tutta nervi, un volto piatto, labbra sottili come fessure di salvadanaio e capelli raccolti in una crocchia attraversata da uno spillone d'osso per trattenerli. Ha un seno grosso e pieno da cui deve affacciarsi per vedere il lavoro su cui  china.
Quando si ferma per essere certa di seguire in modo corretto il disegno da riprodurre, Grifo decide di entrare.
Buongiorno.
Buongiorno a voi risponde senza distogliere l'attenzione dal telaio.
Fate un lavoro parecchio difficile.
 cos, certo, ma tutto s'impara, specie se si comincia da piccoli. Io avevo cinque anni e da allora non ho mai smesso.
Penso che un'opera cos portentosa dia soddisfazione quando  terminata.
Noi fatichiamo con i fili per mesi e poi  l'artista che ha fatto il disegno a prendersi meriti e fama.
Senza chiedere il permesso, Grifo si siede su uno sgabello accanto a lei. Ora che l'ha vicino, la donna si volta a guardarlo.
Io non vi conosco. Siete qui per ordinare un arazzo? Dovete parlare con il padrone. Lo potete trovare a piazza Banchi e...
 proprio con voi che voglio parlare, Anna.
Udire il proprio nome, scandito con intenzione, ha il potere di farle tralasciare il lavoro.
Con me? Che potete mai volere? E vi dico che sono gi sposata. A vedervi direi che  un peccato e ride di cuore per la facezia, mentre riprende a pedalare e tirare fili con ancor pi lena per recuperare gli istanti persi.
Devo chiedervi alcune informazioni.
Sentiamo di che si tratta. Mi farete un poco di compagnia e scusate se continuo. Chi mi paga  molto esigente.
Certo, fate pure. Non ci vorr molto se collaborerete.
All'arazziera non sfugge la velata minaccia.
Ditemi.
Voi eravate una delle assaggiatrici del doge Ambrogio Doria, vero?
La domanda all'apparenza non le pare nasconda insidie e risponde sollevata.
S,  cos.  cosa risaputa. Un'occupazione che rimpiango. Guadagnare per mangiare come un re non capita spesso. Mi rammarico che sia durata cos poco.
Ditemi, quante eravate?
Il sacrestano conosce gi la risposta ma vuole verificare che la donna sia affidabile.
Eravamo tre. Io, Beatrice e Stella. Tra di noi solo lavoro, non eravamo amiche. Per quanto possano esserlo delle donne.
Come avveniva l'assaggio?
Ci accomodavamo al tavolo della cucina, poi toglievano una piccola porzione presa dal vassoio di portata destinata al doge e dovevamo mangiarla. Ci alternavamo con i cibi. Per esempio, se una assaggiava la minestra, il giorno dopo toccava a un'altra. Cos con la carne e i dolci.
Il suono cadenzato del telaio riempie il silenzio.
Chi vi ha scelte?
L'assistente del reggente, messer Lucio. Era molto severo e non tollerava scherzi o distrazioni o che cambiassimo i turni. A volte usava persino un frustino e ci batteva sui glutei per punirci. Non faceva male, avevamo gonne spesse e l'astuzia di un cuscino sottile, ma era umiliante.
Trattava tutte allo stesso modo?
Le scappa una risata mentre controlla l'ordito.
Stella era la sua preferita perch era di certo la pi carina. Spesso faceva la modella per dei dipinti. Aveva un debole per i pittori.
Come il Prete Genovese, Strozzi.
Siete ben informato. Ma non solo per lui. Se andate per chiese, vedrete molte Madonne con il suo volto.
Grifo si fa serio e vuol vedere che effetto far sulla donna l'inaspettata verit.
Credo non sappiate che Stella  morta.
Le asticelle si accasciano sul telaio e il pedale si ferma sotto ai piedi.
Come... come... poveretta. Mi spiace aver sparlato di lei. In fondo era una brava ragazza e io non ho il diritto di giudicare.
Che altro potete dirmi di lei?
Ben poco. Non ci conoscevamo prima e non ci frequentavamo. Ognuna aveva il suo daffare.
Agitata, la donna riprende il lavoro.
Vi saluto, signore.
A voi, e grazie.
Quando  ormai sulla soglia, sente che il telaio non fa rumore. La donna si  fermata.
L'uomo si volta e torna indietro.
A cosa state pensando?
L'arazziera ha un particolare da condividere con lo straniero.
Mi  venuta in mente una cosa stupida forse.
Stella era ghiotta di carne d'oca. Le piaceva cos tanto, che Iddio l'abbia in gloria.
Non ha altro da aggiungere e torna alla sua occupazione.
I fili di seta continuano a unirsi nell'ordito. La composizione che decorer la parete della casa di un uomo facoltoso  a un terzo dalla conclusione.
Solo ora il sacrestano guarda il disegno dell'arazzo.
Si tratta di un uomo con indosso un mantello porpora nell'atto di colpire con la spada un dignitario vestito alla moda d'Oriente. Alcune donne, un uomo anziano e un soldato cercano di trattenerlo. La rappresentazione lascia un'incertezza angosciante: l'uomo diventer un omicida?
La vista dell'opera gli annoda lo stomaco. Non sa dire se sia un puro caso oppure no, ma una situazione simile l'ha vissuta lui stesso il giorno in cui smise di essere il sicario del doge, un assassino.
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11 SETTEMBRE 1602.
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Nell'esteso cortile a cielo aperto di Palazzo Ducale tutto era pronto per ricevere la visita dell'ambasciatore di Persia. L'intera corte del reggente, la nobilt genovese, i notabili facevano ala attendendo l'ingresso dell'illustre ospite a Genova per la prima volta.
Il doge aveva al suo fianco un giovane rampollo e un nobile di notevole stazza, Piero Durazzo, che da tempo svolgeva il compito di consigliere.
Arginato da alcuni soldati in alta uniforme, al popolino era concesso di assistere addossato alle pareti.
Tra questi si celava Grifo. Da una spia prezzolata aveva saputo che un gruppo di fanatici voleva attentare alla vita del doge approfittando dell'evento istituzionale quanto mondano. Per questo il palazzo era sorvegliato da tanti birri quanti non se n'erano mai visti tra quelle mura. Il sicario scrutava le persone convenute per captare ogni segno di una potenziale minaccia.
Sancita dal suono delle chiarine, l'attesa fin.
Per fare colpo sul doge, il diplomatico apparve assiso su una portantina sostenuta da quattro mori vestiti con panni ricamati con fili d'oro. Infilate nei fascioni in vita portavano delle scimitarre
con i manici intarsiati di pietre preziose.
Depositato con delicatezza a terra, il dignitario persiano, oltre a un abito sfarzoso, ostentava anch'egli al fianco una scimitarra dall'impugnatura tempestata di smeraldi. La meraviglia collettiva era palpabile.
Persino il doge pareva impressionato.
Ambrogio Doria gli and incontro con un magnifico dono tra le mani, una Bibbia rilegata in pelle, scritta interamente a mano e con disegni a ogni capolettera.
Quando il dignitario straniero allung le braccia per ricevere il dono, Grifo spost di malagrazia le persone accanto, scatt verso lo straniero e, senza avvisaglia alcuna, gli conficc un genovesino in pieno petto. Il doge arretr pi per lo stupore che per il pericolo. L'ambasciatore cadde in ginocchio e appoggi la testa alla portantina. I mori sguainarono le scimitarre, che non sembravano solo belle a vedersi ma anche micidiali. I birri fecero scudo al doge lance in resta. Uno dei portantini mulin la spada per farsi largo. Grifo lo affront scivolando sul pavimento lucido e colpendolo alle caviglie. Il moro perse l'equilibrio e fin pesantemente al suolo battendo la nuca.
Il pi lesto ad alzarsi fu Grifo. Gli afferr il collo e, con un movimento rotatorio, lo spezz. Gli altri portantini cercarono di sfruttare il momento e raggiungere l'uscita menando dei fendenti che tagliavano
l'aria intorno. I soldati del doge si davano ordini l'un l'altro gridando. Serrarono i ranghi per impedirne la fuga. Le lance si conficcarono nelle carni dei cospiratori continuando a infierire, uccidendoli pi volte.
Emettendo un rantolo sofferente, il falso ambasciatore cerc di rimettersi in piedi aggrappandosi a un'asta della portantina.
Il nobile Piero Durazzo sguain la spada col rumore di seta strappata.
Morte al traditore.
Cal sull'attentatore deciso a mettere in atto il proposito di carnefice. Quando la lama della spada stava per infilzarsi con un affondo al cuore, un coltello si frappose e ne mut la traiettoria. A impugnarlo era Grifo.
Siete un suo complice, miserabile.
Durazzo rivolse verso di lui la spada e men una stoccata. Un secondo coltello par il colpo, mentre il primo gli entr dritto appena sotto l'ascella. Il nobile ebbe il tempo di guardarsi intorno, sgomento, prima che la vista gli si offuscasse, crollando a terra.
Un rivolo di sangue s'insinu tra le fughe delle mattonelle scorrendo via da sotto il corpo.
Uno di meno.
Il doge impart un ordine silenzioso quanto rapido e le lance dei soldati attorniarono la gola di Grifo come una gorgiera mortale.
Voi avete ucciso un ospite sotto la mia protezione e un rispettabile e fedele nobile della Repubblica gli disse irato il doge.
No, io ho ucciso dei traditori.
Come potete affermare una tale bestialit. Ne avete le prove?
Grifo si mosse verso il cadavere di Piero. I soldati lo lasciarono fare pur sorvegliando ogni gesto sospetto.
Badando a non fare movimenti bruschi, con la lama tagli i bottoni della giubba, strapp la camicia svelando sul petto un marchio a fuoco, due brevi linee parallele. Poi fece la stessa cosa con l'attentatore moribondo. Anche lui aveva impresso sulla pelle lo stesso marchio.
Che significa tutto questo? Chiese il doge con impazienza rancorosa.
Un gruppo di uomini intenzionati a portare il caos nella Repubblica e a delegittimare il potere del doge si sono marchiati con due righe, per significare
sempre avanti, sempre insieme, nessuno  solo o qualcosa di simile.
E voi come sapete tutto ci?
Da tempo stavo indagando su questa accolita.
Un delatore pagato dalla Repubblica ha spiato una loro riunione dove marchiavano a fuoco un nuovo membro. Mi ha poi raccontato tutto.
Il reggente rumin pensieri, non del tutto persuaso.
Come facevate a sapere che Piero Durazzo avesse lo stesso marchio?
Non lo sapevo, infatti.
Chiunque nel cortile emise un raschio in gola di sorpresa e incredulit. Grifo riprese la parola.
Non aveva alcun senso che si avventasse contro l'attentatore moribondo con quella veemenza, se non con un unico scopo: sopprimerlo. Sapeva benissimo che se non fosse morto lo avreste affidato al boia, cui avrebbe confessato ogni cosa, compreso il nome del complice.
Il doge raggiunse il falso ambasciatore, lo agguant per il colletto e pretese certezza.
Era quest'uomo in combutta con voi?
Tossendo sangue, l'uomo ammise muovendo la testa, prima di crollare a occhi sbarrati nell'abbraccio della morte.
Il reggente si volt verso il sacrestano. Voleva sapere altro.
Come avete fatto a comprendere che l'ambasciatore era in realt un infame?
Quando ha allungato le braccia per accogliere il dono della Bibbia, ho notato che sul polso aveva un tatuaggio, una conchiglia con una croce. Il marchio distintivo di chi ha affrontato il cammino di Santiago di Compostela. Un segno di devozione cristiana che di certo non avrebbe un musulmano.
I soldati si adoperarono per portare via i cadaveri e la corte abbandon Palazzo Ducale commentando l'accaduto e maledicendo il nome di Piero Durazzo.
Rimasti soli, il doge pos la mano sulla spalla di Grifo.
Credo che abbiate fatto un ottimo lavoro, ma condannando voi stesso.
Comprese bene ci che intendeva, anche se si era espresso in modo sibillino.
Il reggente si avvicin all'orecchio del suo sicario.
Ormai non appartenete pi all'ombra. Tutti sanno chi siete realmente. Non mi servite pi.
Cos dicendo si allontan verso la scalinata principale.
Signore.
Il richiamo risuon solenne e grave, costringendo il doge a tornare indietro di qualche passo.
Grifo arm i pugni con i coltelli, l'espressione del volto tradiva l'intenzione di usarli. I soldati rimasti di guardia si mossero verso di lui, pur sapendo di non poter fare in tempo a salvare Ambrogio Doria.
Il sicario dei dogi sollev le braccia sopra il tavolo e conficc con forza le lame nella Bibbia, affondandole per almeno met nelle pagine del volume.
Si volt e si allontan, grato della libert che gli era stata concessa. Aveva da tempo ripagato il debito con la Repubblica che si era presa la briga di allevarlo.
Era stanco da tempo. Stanco di uccidere.
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IL TORO.
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All'imbrunire, mentre il sacrestano sta per lasciarsi alle spalle le mura custodite di Porta Soprana, un toro sfugge al padrone. Le persone cercano di mettersi in salvo, ma alcuni non fanno in tempo e vengono incornati.
Persino i carri e i cavalli sono presi di mira dal portentoso animale fuori controllo. Neppure le donne si salvano e volano in aria come foglie in un mulinello di vento. Una giovane rimane impigliata per la gonna nelle corna e trascinata dal toro fino a che la stoffa si lacera. Disperato, il padrone della bestia, con le mani tra i capelli, gli corre dietro cercando di rabbonirla gridando di fermarsi. Non ottiene risultato, e allora raccoglie la traversina di un carretto distrutto e rincorre il toro picchiandolo sul muso o dove capita ogni volta che  a tiro. Non patisce neppure le botte e corre in tondo, madido di sudore, calpestando con gli zoccoli frutta, sacchi, verdure e cristiani, senza distinzione.
Una madre infila il neonato in un'edicola mariana giusto un attimo prima che il toro carichi attaccandola al muro con un corno infilato nel costato.
Due soldati di guardia accorrono per aver udito urla,
strepiti e trambusto. Puntano gli archibugi e solo un colpo va a segno, ma l'animale, pur ferito, non  domo. Sfrega gli zoccoli posteriori sul terreno e galoppa contro i birri infilzandone uno per la coscia.
Il sacrestano sa che  inutile soccorrerlo: il soldato  segnato e morir dissanguato in pochi istanti. Il toro soffia forte dalle narici emettendo il rumore di un grosso mantice per attizzare il fuoco. Il padrone decide di fuggire, abbandonando l'animale, per non essere punito per tanto scempio. Alcuni temerari cercano di prendere al laccio il toro. Sfortunatamente ci riescono e la bestia li trascina con s fino a che mollano la presa e rotolano sul lastricato. Gettandosi dall'alto del pianale di un carro, un giovane gli salta in groppa e lo colpisce pi volte al collo con un coltello a serramanico, ma la lama  troppo corta e la pelle troppo spessa. Scalciando e sollevando la gobba, il toro si libera del suo aguzzino che cade non troppo lontano, e per vendetta  calpestato sul petto e sull'addome.
Il sacrestano decide d'intervenire. Attira l'attenzione della bestia, gridando e agitando le braccia. Il toro accoglie la sfida e gli corre incontro. Quando le corna puntute sono a tre braccia da lui, l'uomo colpisce con un calcio un carretto che si sposta di quel poco che basta per distrarre l'animale. Approfitta dell'attimo per ficcarsi tra le zampe anteriori e tagliargli la gola, l'unica parte molle del corpo possente. Il
sangue schizza investendo Grifo. Il toro barcolla, scivola sul proprio
liquido vitale, scalcia l'aria prima di crollare pesantemente al suolo. Ora che  inoffensivo, la gente gli si raduna attorno fino a vederlo spirare voltando gli occhi al bianco.
Mentre si presta soccorso ai feriti e si piange il soldato morto, il sacrestano prosegue il cammino verso Boccadasse.
Preoccupata, Mirna lo aspetta con la lanterna accesa appena fuori dalla rimessa.
Quando vede nel buio una figura affrontare la breve discesa che porta alle onde, riconosce subito il suo uomo e va verso di lui. Si accorge che  coperto di sangue, sbianca.
Cosa... come...
No, non  sangue mio, ma di un toro. Poi vi racconto.
L'abbraccia per le spalle e la tira a s mentre procedono verso il nascondiglio. Lei appoggia il volto alla giubba umida del petto.  una posizione scomoda per camminare, ma non se ne lamenta.
Una volta dentro, Grifo percepisce l'agitazione nell'animo della donna e le chiede: Vi  accaduto qualcosa? Vi hanno scoperta? Sono venuti e...
Niente di tutto ci. Oggi sono tornata al mercato.
Vi avevo ben detto di non farlo.  pericoloso farsi notare ancora. Troppo sospetto per chiunque.
 vero, ma vi assicuro che ho bazzicato altri banchi e sono stata alla larga da chi poteva avermi gi veduta.
Non dovevate correre un rischio cos.
La donna si siede sul rotolo di cordame, con la smania che non sa pi trattenere e le agita le mani.
Quando credevo di non avere ottenuto alcun risultato, si avvicina la bambina che vende le rose.
L'avevo vista il giorno prima e le ho comprato un'altra rosa. Lei mi ha preso la mano e mi ha condotta dalla madre.
Vi ha parlato del veleno? Era lei la donna che cercavamo?
No, ma mi ha dato un biglietto dicendomi: A
questo indirizzo troverete ci che vi preme.
Mirna tira fuori dalla fascia in vita un biglietto dalla grafia stentata, scritto col carboncino.
Scettico, il sacrestano ha la domanda urgente.
Siete certa che vi abbia detto la verit? Potrebbe essere un altro imbroglio.
No, ne sono sicura. Noi donne abbiamo un sesto senso, lo sapete.
Va bene... domattina andr a quell'indirizzo.
Solo una cosa gli dice giungendo le mani.
Ditemi.
Si  raccomandata di stare pronta perch non posso neppure immaginare chi mi trover di fronte.
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VELENO.
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Il sacrestano ha impedito a Mirna di andare con lui a caccia della venditrice di veleno, nonostante le proteste.
Arrivato in zona, per averne certezza, d un ultimo sguardo al biglietto con l'indirizzo. Non ce n' motivo, giacch due passanti glielo hanno indicato con sicurezza e volentieri. L'edificio  squadrato, essenziale, spigoloso e discosto dalle altre case. La porticina d'ingresso  anonima e non tradisce la natura di cosa vi si celi oltre. Niente targhe, stemmi, insegne, nulla. Bussa forte, mentre l'altra mano  prudentemente al genovesino nascosto dietro la schiena.
Gli apre una donna. Nel vederla, ora comprende la frase detta dalla madre della piccola fioraia che li metteva sull'avviso di chi andavano a incontrare.
 una suora.
Indossa una tunica azzurra, un soggolo bianco le incornicia il viso dolce e una cuffia le copre per intero la testa. Al collo porta un semplice crocefisso di legno e un ciondolo tondo di quelli che di solito contengono un ritratto dipinto. Ai piedi, lunghi per una donna,
indossa dei sandali da frate. Dimostra una trentina d'anni e si potrebbe dire bella.
I due si osservano.
Dal volto, lo sguardo del sacrestano scende a scrutare la mano che regge la maniglia: ha il doppio pollice.
Alla suora non sfugge l'interesse dell'uomo per le sue dita.
Entrate, prego.
Appena dentro il chiostro, vede una ventina di bambini che giocano, si rincorrono, urlano. Alcune giovanette di non pi di dieci anni reggono in braccio dei neonati e li allattano con tettarelle di budella di vacca. Bambolotti vivi con cui giocare.
Questi sono i figli che il Signore ha voluto donarmi. Ogni giorno mi benedice con qualche nuovo orfano. Qui trovano l'amore e il pane che non hanno mai avuto.
Di fretta, arriva una contadina e lascia ai piedi della suora un paiolo colmo di latte e una raccomandazione prima di andarsene: Ridatemi la pentola, mi raccomando. Buona giornata, sorella.
E qualche volta latte, come vedete.
Sapete perch sono qui?
S, e sapevo che questo momento sarebbe arrivato.
Anche se mi aspettavo un birro, e voi non lo siete.
Inutile tergiversare. Voi spacciate veleno.
La suora fissa negli occhi il sacrestano e ne comprende la risolutezza. Decide che  inutile mentire a un uomo cos.
Non lo nego.
Siete una suora, come potete?
Ve lo spiego, anche se non ho ancora compreso le vostre intenzioni, signore.
Infila le mani nelle maniche ampie della tunica e si prepara a confessare.
Soldi, lo faccio per i soldi che mi servono per allevare queste creature.
Voi siete complice di assassini.
Faccio i conti ogni istante con la mia coscienza.
A volte mi consolo che a morire sono degli uomini infami che meritano la fine che gli riservano. Sono solo lo strumento di Dio che li punisce come meritano.
Altre volte mi sento ardere di rimorso come fossi gi all'inferno.
Io sono la persona meno indicata a giudicarvi.
So che finir sotto i ferri roventi dell'inquisizione e supplicher il Signore che mi brucino presto.
Non sar oggi e non sar io a denunciarvi.
La suora fa un piccolo passo indietro per la sorpresa.
Si era rassegnata a essere persa, e con lei i bambini.
Che volete, dunque?
Voglio sapere a chi avete venduto l'acqua toffana che avete comprato circa due mesi fa.
Io non posso dirvelo. Se lo facessi, confesserebbero a loro volta e io sarei perduta.
Ho modi davvero persuasivi per strapparvi quei nomi. L'inquisizione non mi starebbe alla pari.
Se non ho paura del rogo, non ho paura neppure di voi. Il dolore pu essere una redenzione.
Non parlavo di voi, ma di loro.
Col braccio compie un gesto ampio a indicare i bambini.
Voi non oserete toccarli.
Siete certa di volermi mettere alla prova?
Il sacrestano raggiunge la bimbetta pi vicina a lui, le accarezza i capelli castani e lei fa le fusa come una gattina.
Quanti ne sacrificher il vostro silenzio?
La suora vorrebbe gridare ma si trattiene per non spaventare la piccola. La toglie dall'attenzione dell'uomo e la nasconde dietro la schiena per proteggerla.
D'accordo, entriamo.
La religiosa preferisce andare altrove e tenere l'uomo distante dagli orfani. Si siedono su uno dei banchi della cappella spartana, adorna di un solo quadro di pessima fattura: Ges morente in braccio alla Madre sul Golgota.
Non ho nomi da darvi perch non li conosco, ve lo giuro su Nostro Signore e sui bambini.
Datemi qualcosa affinch io non debba mettere alla prova il vostro giuramento.
Ogni volta che la nave dell'Apostolo fa la sua comparsa nella banchina del porto, le clienti sanno che il giorno seguente avr del veleno per loro. Ormai si  sparsa la voce e la merce non arriva a sera.
Finir che vi scopriranno, sapete?
La suora gingilla il ciondolo che ha al collo.
Lo so e qui dentro conservo il veleno necessario per me. Spero che i Santi misericordiosi mi concedano il tempo per farne uso prima che mi denudino e mi portino alla Torre Grimaldina, le carceri della Repubblica.
Continuate.
L'ultima volta ho ceduto il veleno a tre donne.
Non mi mettono mai a parte dei loro nomi e io non li voglio sapere, perch conoscerei anche le vittime.
Avete notato qualcosa di strano in qualcuna di esse?
Dopo averci riflettuto un attimo, gli rivela un particolare al quale sul momento non aveva dato importanza.
Una cosa anomala c' stata ora che ci penso.
Sono sempre mogli quelle che si rivolgono a me.
Quella volta due donne avevano la fede da sposa, mentre la terza no. Portava al dito un anello costoso.
Sono nata in una famiglia aristocratica e conosco il
lusso. Il prezzo contrastava con l'abito e l'aspetto della ragazza.
Sapreste descrivere il gioiello?
Aveva una particolarit. Vi era incastonato uno smeraldo puntuto, fatto a piramide.
Assodato che conoscete cos bene i gioielli, saprete anche dirmi il gioielliere.
Non ne ho la certezza, ma vi consiglio di bussare alla bottega dell'Armeno.
La suora si alza per significare che non ha altro da aggiungere.
Vi sono grata se non mi denuncerete ai birri come avete detto poc'anzi. Non so quale scopo abbiate, ma per quanto valga la benedizione di una suora maledetta, l'avete, signore.
Far in modo che non mi serva.
Una campanella trilla con insistenza.
I miei piccoli devono mangiare.
Il sacrestano e la donna tornano nel chiostro e ognuno se ne va per assolvere i propri compiti.
Non si salutano. Non ne hanno motivo.
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L'ARMENO.
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Un drappello di soldati a cavallo presidia la via degli orefici. Nelle ultime settimane ci sono state delle rapine e alcune con spargimento di sangue. Gli artigiani hanno chiesto, e ottenuto, protezione dal reggente. Ogni persona che transita in questa zona  guardata con sospetto. Gli sconosciuti o i gruppi sono fermati e a volte perquisiti.
Il sacrestano assume un'aria d'innocente stupidit e non desta l'attenzione dei soldati. Andato oltre il presidio, guarda distrattamente le vetrine delle botteghe sfilare vanitose come vecchie matrone che mostrano un'opulenza sfacciata.
A met del carruggio, entra in un negozio dall'aspetto pi discreto e che espone pochi oggetti preziosi posti su cuscini di velluto. Appena apre la porta a vetri, un armonico battere tra loro di canne di metallo, annuncia all'uomo all'interno, chino a sistemare la chiusura di un braccialetto, che  entrato un cliente. Il gioielliere  un signore anziano, con una berretta larga che fa sembrare la testa ancora pi piccola di quello che , una barba bianca sfilacciata e
lunga fin oltre lo sterno, occhi vispi che spuntano da occhiaie livide e rughe profonde come crepe nel muro su guance e fronte.
Buongiorno.
Buongiorno a voi e benvenuto nella mia umile bottega.
Grifo lo conosce da tempo immemore, ma non pensava di trovarlo ancora in vita. Dopo tanti anni ancora conserva l'accento della sua terra, l'Armenia.
Alle pareti sono appesi dei manufatti e dei quadri che gli ricordano ci che si  lasciato alle spalle.
Un'icona dai riflessi d'oro ha il posto centrale sulla parete. Il sacrestano si guarda in giro, osserva i gioielli esposti sotto un vetro poi chiede: Sto cercando un anello splendido che ho veduto in giro. So che probabilmente  stato creato in questo negozio unico.
Vi ringrazio per il complimento. Mi potete descrivere l'oggetto?
 un anello d'oro.
Io lavoro solo l'oro. L'argento lo lascio ai vigliacchi che non hanno il coraggio di osare. Continuate.
Vi  incastonato uno smeraldo a forma di piramide.
Non  roba mia, mi spiace gli dice sbrigativo, forse troppo perch non sia sospetto. L'armeno cerca di dissimulare, ma il sacrestano percepisce sul volto un'ombra di preoccupazione.
Ne siete sicuro? In un tempo lontano, bazzicavo queste strade e so che l'anello di cui parliamo  nello stile della terra da cui provenite, fertile di smeraldi.
Vi prego di uscire o chiamo le guardie.
Non farebbero neppure in tempo a scendere da cavallo che voi sareste gi morto.
Il vecchio gioielliere arretra e impugna da sotto il bancone una pistola. Non alza neppure il cane che il sacrestano gli afferra la mano e schiaccia le dita contro il manico fino a obbligarlo a mollare l'arma, gemendo.
Non istigatemi a farvi del male.
L'armeno si rassegna a essere pi collaborativo.
Che volete, al dunque?
Voglio risposte certe.  possibile che l'anello in questione sia uscito da questa bottega?
Forse.
Il sacrestano gli preme pi forte la mano ossuta, venosa e trapuntata da macchie di vecchiaia.
Vi prego. S,  un mio gioiello.
A chi l'avete venduto?
Non posso rivelarvi il nome. Se lo facessi, sarei un armeno morto.  gente potente e cattiva, ve lo assicuro.
Tanto vale che accada ora.
Se non volete dirmi l'acquirente, ho un altro modo per indurvi a dirmi ci che voglio sapere.
Non oserete fare del male a un povero vecchio fragile e disarmato.
L'idea mi solletica, ma faremo in un altro modo.
Pi onorevole e pi proficuo per voi.
L'orefice, sollevato dall'ultima frase, tocca il braccio del sacrestano che allenta la presa.
Cosa intendete?
Dovrete solo far sapere a chi ha comprato il vostro anello che sono venuto da voi per chiedere del gioiello.
Niente altro? Chiede dubbioso.
Aggiungerete che, dalle chiacchiere tra noi, avete saputo che bazzico spesso L'Osteria del Vichingo.
Non vi sar difficile descrivermi.
Con la mano aperta indica la cicatrice sulla fronte.
Pare...
S, una corona di spine. Me l'hanno detto spesso.
Cos sembra anche a me.
Il vostro committente apprezzer senz'altro la vostra discrezione, e ne gioverete.
Il gioielliere pensa ai vantaggi che ne potrebbe trarre, ma soprattutto sa che non ha scelta.
Va bene, d'accordo.
Se non ubbidirete, torner. E non ve lo auguro.
Immaginando ci che potrebbe subire, abbassa la testa e la barba supera la cintola.
Vi prometto, inoltre, che a cose fatte verr da voi a comprare un anello identico. Cominciate l'opera.
Il sacrestano se ne va e l'armeno ripone con lentezza l'inutile pistola.
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IL BAGNO.
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Nuda, Mirna si lava immersa fino ai seni in una tinozza di acqua tiepida.  un uso improprio del contenitore che in realt serve per il ricovero temporaneo dei pesci e dei polpi pescati che si vogliono conservare vivi. Per fortuna  inutilizzata da anni e non puzza di
rinfrescume. Con un pezzo di gomena strofina la schiena e le braccia per togliere non solo il sudiciume ma anche la sensazione delle mani dei carnefici che l'hanno torturata e che ancora sente addosso. Si pettina davanti a una scheggia di vetro trovata accanto a un barile di pece secca. Esce dalla vasca improvvisata e si asciuga con una pezza di lino che ha avuto l'accortezza di portarsi da casa. Guarda il suo corpo. Non le sono mai piaciute le gambe per via dei polpacci robusti, n le ossa delle anche troppo evidenti.
L'unica cosa che trova apprezzabile  il seno, pieno, sodo e voluminoso, da balia. Per rendersi presentabile agli occhi di Grifo ha anche lavato i vestiti, ma il sole oggi non si  visto e li indossa ancora umidi. Spera che si asciughino a contatto con la pelle. Si pizzica le gote per dar loro un poco di rossore. Nel farlo, vede
lo scempio alla mano e si rammarica ancora una volta d'essere piombata nell'incubo. Ha la sola colpa di appartenere a un uomo che si  rivelato un estraneo, coinvolto in faccende che non solo non la riguardano ma che neppure comprende fino in fondo.
Il sacrestano tarda ad arrivare e lei  in apprensione.
Sistema alcuni oggetti, cammina avanti e indietro nel piccolo spazio con una mano sul fianco, rassetta senza bisogno, beve non avendo sete.
Finalmente sente armeggiare alla porta della rimessa. Si muove appena per andare incontro a Grifo.
La porta si apre con fragore.
Non  lui.
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L'ATTESA.
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 sera anche all'Osteria del Vichingo, l'ora in cui il locale  stracolmo. Le donne che vendono ci che poi rimane a loro stanno in braccio agli uomini all'apparenza pi benestanti e stimolano le loro voglie con carezze, moine e inequivocabili ondeggiamenti dei deretani voluminosi.
La solita cameriera serve da bere, senza fermarsi un istante, portando boccali colmi di sidro, cervogia e vino.  come versare acqua in mare.
Con un calcio alla porta vai e vieni, l'oste esce dalla cucina con scodelle fumanti di carne di capra affogata nel sugo.  la moglie che cucina, sempre in silenzio e accaldata, col volto che avvampa come in una perenne caldana. Nessuno l'ha mai veduta lontana dal focolare. Pare viva in simbiosi con esso.
C' chi protesta perch ha fame e non ha ricevuto nulla, chi maledice le carte, chi  cos ubriaco da parlare con un gatto che lo ascolta paziente acciambellato sul tavolo. Un cliente beve con un compare seduto su un angolo di sedia perch la prostata gli duole e conversano di questo e dei rimedi. Un gruppo
assiste alla disputa alla morra tra un giovane garzone e un fabbro che battono i pugni sul tavolo e gridano un numero a ogni giocata.
Il sacrestano entra nel locale e sceglie di accomodarsi in un posto che gli permetta di stare spalle al muro. Ora non gli resta che aspettare per verificare se l'armeno ha fatto l'ambasciata. Senza attendere la comanda, la cameriera gli serve una bottiglia tozza di vino spesso e gli fa la cortesia di riempirgli il bicchiere fino all'orlo. Una goccia bagna il tavolo, cos la donna intinge il dito e se lo passa dietro le orecchie. 
di buon auspicio, ma suscita un certo interesse anche il suo chinarsi in avanti per mostrare le grazie che la scollatura trattiene a stento. Civettuola, la cameriera si volta e, sculettando, va in cerca di estimatori pi sfacciati.
Si fa tardi e alcuni avventori se ne vanno. Non molti si reggono sulle proprie gambe e si puntellano a vicenda. Alcuni, vinti dal vino, dormono con la testa sul tavolo, russando. Grifo capisce che sta per succedere qualcosa poich s'accorge di un'occhiata d'intesa tra due compari e scorge l'oste e la cameriera eclissarsi attraverso la porta che d sul retro. Con noncuranza, pone le mani sotto il ripiano. Quattro forestieri sembra si siano alzati per andarsene, ma in prossimit dell'uscita si voltano verso Grifo col chiaro intento di nuocere. Con un calcio, il sacrestano
rovescia il tavolo per procurarsi una barriera. Uno di loro si libera facilmente dell'ostacolo. Armati di bastoni, si gettano su di lui. Il pi intraprendente riceve un pugno micidiale con poca rincorsa che gli rompe il naso. Solo ora si accorgono che Grifo indossa dei tirapugni di ottone lucido in entrambe le mani. Il malnato con il viso butterato dal vaiolo cala il bastone, ma il colpo  parato dalle nocche protette.
Gli altri due si gettano a peso morto sulla vittima, ma con una finta, seguita da una rotazione del busto, finiscono lunghi distesi. Si alzano con il conforto di bestemmie e rabbia. Un altro riceve il tirapugni in un'arcata sopraccigliare e sanguina come un capretto sgozzato.  un uomo che ne ha viste e sa che non  una ferita grave, non ci bada. Quando il sacrestano pensa che non sar difficile avere la meglio su di loro, vede due uomini nerboruti, che sembravano schiantati dal vino, sollevarsi dalle sedie perfettamente lucidi.
Si aggiungono agli aggressori. Altri due rientrano nel locale roteando minacciosi delle catene arrugginite.
Non s'immaginava di trovarsi contro un numero cos cospicuo di delinquenti. Il primo che si fa avanti  colpito dalla lampada a olio che gli incendia le braghe.
Urla e impreca perch le fiamme incontrano presto la pelle. In due gli si avventano contro tempestandolo di bastonate. Molti colpi vanno a segno, alcuni li schiva e altri li para con il tirapugni. Riceve un calcio che gli
piega il ginocchio. Mette mano alla tasca e ne ricava un fazzoletto che lancia per aria. Un diversivo che distrae per un istante il pi vicino ma che  sufficiente per punirlo con un calcio all'inguine. Il sacrestano si rialza appena in tempo per frapporre il braccio a una catena diretta alla faccia. Risponde con un pugno allo sterno e si sente nitido il rumore di un paio di costole che si rompono. Gli aggressori lo circondano e lo attaccano congiuntamente. Calci, pugni, randellate gli arrivano da ogni lato. Una bastonata gli apre il lobo di un orecchio e il sangue gli scende lungo la basetta.
Per quanto si difenda, sta per soccombere. Improvvisamente appare Lucio armato di due pistole.
Fermi! Urla.
I sicari smettono di picchiare il sacrestano.
Lasciatelo in pace, altrimenti due di voi moriranno di sicuro. Chi si offre alle mie pallottole?
Gli aggressori capiscono che fa sul serio e si allontanano dalla vittima.
Direi che per stasera avete fatto abbastanza. Andatevene.
Dopo un attimo d'indecisione, con un cenno di resa, l'accolita sfila verso l'uscita. L'ultimo, tentando di sorprendere Lucio, gli si avventa contro riuscendo solo a colpirlo di striscio alla spalla con una coltellata.
L'assistente del doge lo tramortisce col calcio di una pistola. I capelli si bagnano di rosso. Un compare
torna indietro e lo sorregge. Se ne vanno imprecando e maledicendo.
Lucio si porta la mano sulla ferita e la ritrae insanguinata.
Poco pi che un graffio rassicura.
Grazie dice semplicemente il sacrestano.
Forse erano troppi anche per voi.
Ho brigato perch succedesse, ma non ne aspettavo cos tanti. Non mi hanno sottovalutato.
Dovrei esserne fiero.
Dolorante, Grifo si tampona la ferita con un tovagliolo che trova sul primo tavolo e stira le membra per capire i danni al proprio corpo. Sa per esperienza che sotto ai vestiti  di certo pieno di lividi che passeranno in un paio di settimane, ma sa anche che poteva andargli peggio.
Il vichingo e la cameriera tornano nel locale. Senza dire una parola, si mettono a riordinare e a raccogliere la roba caduta sul pavimento durante la rissa.
Il sacrestano ha una domanda per Lucio.
Come mai eravate da queste parti?
Non  un caso. Ero venuto a cercare voi. Ho girato un paio di osterie e per vostra fortuna vi ho trovato in tempo.
Che succede?
Il doge mi ha ordinato di rintracciarvi e dirvi che vuole vedervi immediatamente. Andiamo.
Zoppicando, il sacrestano segue l'assistente per i carruggi deserti.
Dalle finestre ancora accese si sentono urla sommesse, il suono di un violino maleducato, pianti di bimbi e di donne costrette. Grifo si arrovella sul perch il doge l'abbia chiamato con tanta sollecitudine.
Cosa vorr a quest'ora? Chiede.
Lo scoprirete presto. E non vi piacer.
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L'ESCA.
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Nell'anticamera della stanza da letto del doge, Lucio e il sacrestano sentono gridare, poi il rumore indiscutibile di uno schiaffo e di tacchi in avvicinamento.
I battenti si aprono e s'imbattono nel capitano del popolo, il capo dei birri. Ha il volto terreo e le mascelle tanto contratte da non riuscire a rispondere al saluto dei due.
Il reggente ha la mano sulla fasciatura della ferita che gli hanno inferto nell'attentato. La parte gli fa male. Dando lo schiaffo, d'impulso, si era dimenticato della menomazione. Indossa delle braghe alla moda orientale, delle babbucce e ha il capo scoperto.
Non riesce a placare l'ira che lo attanaglia.
Dovevano solo badare a proteggermi, invece sono degli inetti. Li punir tutti, tutti.
Non vi ho mai veduto cos, signore. Non  da voi.
Sono degli idioti, come il capo che li comanda, ma lo sar ancora per poco.
Per l'agitazione non riesce a stare fermo e compie dei passi nervosi per la stanza. La ferita pulsa dolorosa
e lo costringe a sedersi. Entra la cameriera con della minestra calda. Centurione nota che ha il pollice affondato nel brodo. Con una manata dal basso manda in aria il vassoio.
Quante volte ve lo devo ripetere? Non voglio che mettiate le vostre luride dita nel mio cibo.
La poveretta stringe forte le mani come per punire le dita dell'errore, poi rinculando esce farfugliando delle scuse di cui il doge non sa che farsene. Dopo la sfuriata, il sacrestano gli chiede: Cosa vi angustia?
Perch mi avete fatto chiamare?
E voi non siete da meno di loro. A quest'ora potevo essere morto.
Che dite? Si agita l'assistente.
Il doge si sposta nell'altra stanza, lo studio privato, sicuro d'essere seguito dai due, e resta in silenzio.
Sulle prime non vedono nulla di particolare, ma un semplice sguardo indicativo del padrone spiega ogni cosa. Appesa a un gancio sul soffitto, dondola la scimmia impiccata.
Qualcuno  riuscito ad arrivare a un passo da me.
Tanto da uccidere la mia bestiola. Io stavo dormendo, cos come i soldati di guardia che erano con me nella stanza. Non si sono accorti di nulla, nulla.
Credo che non volessero uccidervi, ma solo darvi un avvertimento. Possono arrivare a voi quando vogliono, ecco il messaggio.
Il doge congeda l'assistente con un movimento stanco del mento.
Andate dal medico, voi. Vedo bene che siete ferito.
Lucio s'inchina e ubbidisce chiudendo la porta senza far rumore. Grifo estrae un coltello dalla cintola, sale su uno sgabello e recide la corda che regge il cadavere della scimmia. L'animale morto cade a terra ai piedi del letto con un rumore cupo, emanando un forte odore di urina. La vescica si  svuotata quando ha esalato l'ultimo respiro. Ha gli occhi fuori dalle orbite e la lingua penzoloni.
Proprio come un cristiano, constata. Il doge inspira aria fino a colmarne i polmoni perch la voce gli esca chiara e rancorosa.
Prima mi hanno sparato, ora questo. Non siete all'altezza dell'uomo che ricordavo.
Come risposta all'affermazione, il sacrestano scuote la testa, affranto. Giorgio Centurione prosegue.
Forse siete ormai un uomo imbolsito, che si approfitta di vedove e tace i vizi dei preti. Fino a ora un un inutile ingombro e una delusione. Credo non siate in grado di darmi l'aiuto che mi occorre.
Il doge si gira sdegnato, convinto che la sua decisione sia rispettata. Invece, il sacrestano gli prende le spalle e lo volta verso di lui con prepotenza. Il reggente fa un'espressione di sconcerto ma soprattutto di
paura. In un attimo, si rende conto che potrebbe essere lui l'uomo che vuole ucciderlo. Grifo gli legge nella mente.
Non temete, non sono io l'assassino.
Non del tutto rincuorato, fa un passo indietro cercando di mantenere un briciolo di autorevolezza.
Che volete alla buonora?
 evidente che chi complotta contro di voi tenter ancora di uccidervi. E noi gli offriremo l'occasione giusta per farlo. L'unico modo che abbiamo per stanare chi attenta alla vostra vita.
Spiegatevi meglio.
Attirando i cospiratori in un tranello. E voi dovrete fare da esca e contare solo su di me, fidandovi all'estremo, fino a rischiare la vita.
Il doge si siede sul letto dal coltrone imbottito di piume e riflette a lungo.
Solo un pazzo aderirebbe a una proposta cos.
Lo so. Decidete.
Ci deve pur essere un altro modo.
Questo  il pi spiccio, non ne conosco altri.
Il doge gira la testa da una parte per meglio considerare la proposta, i vantaggi e pericoli. Poi dice, risoluto: Non so se fidarmi ancora di voi, ma non ho scelta. Preferisco risolvere questa faccenda subito.
Non voglio sentirmi in ogni momento in pericolo.
Che cosa volete che faccia?
Fate sapere che domani mattina vi recherete nella cappella della vostra famiglia a pregare da solo per ringraziare i Santi di essere scampato all'attentato.
E che succeder poi?
Io star nascosto ad attendere, con la speranza che scatti la tagliola.
Potremmo assicurarci la presenza di alcuni soldati.
No, non  prudente. Potrebbero essere in combutta con i nemici.
Ditemi tutto ci che dovr fare e come mi dovr comportare.
Ora vi spiegher ogni particolare e voi dovrete attenervi a esso con scrupolo. Ne va della vostra e della mia vita.
Fate che non mi penta di voi. Anche da morto verrei a tormentarvi ogni notte.
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PERLUSTRAZIONE.
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 notte inoltrata quando il sacrestano arriva alla lussuosa dimora che appartiene da secoli alla stirpe dei Centurione.  composta da quattro piani e un terrazzo col perimetro abbellito da merli in muratura.
All'esterno delle finestre sono poste delle tende rette da barre rotabili di metallo brunito. Sopra l'ingresso  riprodotto lo stemma famigliare, uno scudo a strisce blu e gialle sormontato da una corona d'ulivo. Si sentono vaghi rumori provenienti dall'interno ma la cosa lo lascia indifferente, poich il suo obiettivo  un altro e passa oltre. Ha solo poche ore prima che il doge, al mattino, comunichi l'intento di ritirarsi subito a pregare nella cappella privata della tenuta di famiglia. Il sito  discosto dalla casa nobile e circondato da un muro coperto di edera rampicante.
Si comporta come se fosse lui l'assassino, per intuire e anticipare le sue mosse. Non passa per l'ingresso principale ma da una porticina secondaria.
Entra e si ritrova a fianco dell'altare adorno di una tovaglia di pizzo e un crocefisso alto poco meno di un uomo. Accende alcune candele poste davanti al tabernacolo e altre su candelabri a stelo lungo da terra illuminando lo spazio intorno. Un grande dipinto, San Giorgio che uccide il drago, occupa l'intera parete dietro l'altare. Di certo un omaggio al doge, che si chiama appunto Giorgio. Pensa che domani anche lui dovr affrontare il suo drago, ma non sar solo. La cappella  spaziosa come un salone da ricevimento.
I soffitti a volta sono affrescati con angeli assisi sulle nuvole mentre guardano le bassezze degli uomini. Al centro c' un santo barbuto che, con le braccia aperte, accoglie chi si pente dei propri peccati.
Alle pareti sono addossati gli scranni per accogliere una ventina di famigliati. Altri posti non ve ne sono.
Facile dedurre che i domestici di casa seguano la messa in piedi, sempre che sia loro concesso almeno nelle feste comandate. Davanti all'altare fa mostra di s un inginocchiatoio con i cuscini. Sulla parete di sinistra, in alto,  appeso un pulpito da cui si accede da una porticina raggiungibile salendo una scala a chiocciola posta all'esterno. Il portone principale ha un solo battente e non ha serrature. Non vi  motivo per averne. In alto si trovano due finestre dal telaio intarsiato. Dalla polvere e dalle ragnatele, Grifo capisce che non le aprono mai. Ispeziona ogni anfratto, valuta ogni ingresso. Sa bene, per esperienza passata, che  importante conoscere il campo dello scontro per avere un vantaggio e prepararsi al meglio.
Si avvicina all'acquasantiera, alimentata da una botticella sovrastante con un rubinetto di legno. Mentre sfiora la superficie dell'acqua, un rumore improvviso lo induce a girarsi di scatto. Un topo lungo come un braccio lo guarda, squittisce e s'infila in un buco nel muro, la tana. Dopo aver visto il ratto sparire, il sacrestano torna a concentrarsi. Nota dei vasi di vetro con dentro della cera giallognola rappresa e li sistema a distanza uno dall'altro lungo il perimetro del muro.
Si toglie la giubba e la getta sull'altare. Apre la capiente bisaccia che portava su una spalla e ne ricava diversi arnesi. Meticoloso, si mette all'opera.
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L'INASPETTATO.
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All'alba il sole esce dai monti dove  rimasto nascosto tutta la notte, compagno di briganti. Una carrozza nera con lo stemma della Repubblica, una croce rossa su campo bianco, si ferma davanti alla dimora avita di Giorgio Centurione. Dietro di essa la scorta composta da quattro soldati a cavallo. Il cocchiere si affretta ad approntare la scaletta per permettere al doge di scendere con agio. Appena posa i piedi sul suolo impartisce un ordine perentorio.
Voi aspettate qui e vigilate l'ingresso della villa.
Fermate qualunque persona sospetta. Vi chiamer in caso di bisogno. State allerta.
Insieme, i birri abbassano militarmente la testa e alzano i frustini per assicurare che hanno ben compreso e sar fatto come desidera. Davanti al portone principale sono schierati i servi della casa per salutare il padrone, ma il doge li ignora. A passi lenti e sofferti, come quelli di un condannato verso il patibolo, si reca alla cappella. Entra, percorre il breve tragitto per arrivare all'altare, prende posto sull'inginocchiatoio e prega. Con gli occhi rivolti all'alto dei
cieli si pente, non dei suoi peccati ma di aver deciso di fidarsi del sacrestano. Si sente solo e fragile tra quelle mura, spesse tanto da non far entrare il tepore del giorno.
Passano almeno due ore e il doge ha le membra indolenzite, ma sa che non deve assolutamente muoversi e rispetta le consegne.
D'un tratto si sentono degli scricchioli provenienti dall'esterno, in prossimit dell'ingresso secondario.
Per un attimo cessano, per poi riprendere fino a che la porta non si apre. Il sacrestano, con i coltelli serrati nei pugni, spunta con la testa dal pulpito dove  nascosto e scorge l'aggressore. Sbarra gli occhi e i muscoli si contraggono. Ci che vede lo sconvolge. A pochi passi dal doge c' Hakim armato di lunghi pugnali col manico protetto da un'elsa.
Venite fuori. So che ci siete, amico mio dice l'algerino all'aria.
Grifo salta gi e si frappone tra il doge e l'attentatore che ben conosce. Il reggente si rintana in un angolo.
Una volta vi chiamavo maestro, ora vi pianger.
Ho apprezzato l'idea di nascondere del vetro sotto la polvere per sentire arrivare qualcuno.
Credevo foste tornato al vostro paese.
Ho capito per tempo che Genova  un buon posto, se ne conosci i segreti.
Intanto cominciano a girare in tondo per studiarsi.
I coltelli si sfiorano e si assaggiano ripetutamente in una danza reticente.
Eravate al servizio dei dogi e ora ne volete uccidere uno.
Un sicario non ha padroni. Chi mi ha assoldato voleva essere certo dell'esito dello scontro, cos si  rivolto a me, che vi ho insegnato molto ma non tutto.
Grifo continua a muoversi stando a distanza.
Andatevene ora e io vi risparmier per rispetto della nostra antica amicizia.
Stavo per suggerirvi la stessa cosa. Sappiate che l'allievo che batte il maestro  una frottola. Non capita mai.
Con uno scatto, Hakim gli si avventa contro. Comincia una schermaglia di affondi e parate. Sembra il combattimento di una persona allo specchio, tanto le mosse sono identiche.
Vedo che gli anni non vi pesano celia il sacrestano.
Voi mi siete sempre piaciuto. Peccato uccidervi.
Usando entrambi i coltelli, Hakim disarma una mano di Grifo e poi gli entra nella guardia e lo trafigge a una spalla. Quando ritrae la lama, il sacrestano lo colpisce con un calcio alla base del mento procurandogli uno sbocco di sangue. Hakim sputa e torna
a farsi sotto, cogliendo Grifo nel solo pugno ancora armato e privandolo del secondo coltello. La botta  innaturalmente pesante. Il sacrestano guarda il polso dell'algerino e vede che ha dei bracciali di piombo, capaci di accrescere la pesantezza dei colpi. Ora che  a mani nude, l'attentatore si scaglia contro di lui per finirlo. Il sacrestano arretra fino all'acquasantiera.
Come se ne andasse della vita, apre il rubinetto della botticella. L'algerino rimane interdetto per un attimo, non capendo la mossa, che di certo deve avere uno scopo. Grifo approfitta dell'indecisione per afferrare un candelabro a stelo da pavimento.
Il maestro lo deride: Mi volete bruciare con quella candela?
Con aria di sfida, estirpa la candela e gliela getta contro. La fiammella si spegne gi in volo. Ora il sacrestano  di nuovo armato: il tratto dove s'infilza la candela  acuminato come la punta di una lancia, frutto del lavoro della notte. Pu cos offendere tenendo nel contempo il nemico lontano, che non ha modo di difendersi o di contrattaccare con dei coltelli. L'algerino prova a lanciarli, ma Grifo li schiva con facilit e gl'infligge un affondo di lancia che gli apre la coscia poco sotto l'inguine. Barcollando all'indietro, batte contro i banchi addossati alle pareti.
Solleva l'inginocchiatoio e con quello para i colpi di lancia. In un
momento favorevole, coglie il sacrestano tra collo e spalla
e abbranca l'asta del candelabro con entrambe le mani. I due si spingono separati dal ferro.
Il sacrestano  pi forte, lo attacca al muro e gli calca l'improvvisata lancia contro il collo. Il volto di Hakim  congestionato e la rabbia gl'incendia gli occhi. Sente che la carotide  sul punto di cedere. Come se si arrendesse all'inevitabile, toglie le mani dal ferro e non oppone pi resistenza. Grifo continua a premere sulla gola. L'algerino porta una mano alla cintola, dove tiene nascosto un coltello a lama corta, e colpisce il sacrestano al fianco, come gli aveva insegnato, per spaccargli il cuore. Invece  la lama a spezzarsi a contatto con il corpo.
Cosa... come  poss...
Grifo lo coglie con dei pugni al volto finch non stramazza a terra. Si toglie la giubba e rivela una piastra di ferro a protezione del fianco sinistro.
Come vedete rammento ancora i vostri insegnamenti.
Afferra la lancia bilanciandola perch sia pi micidiale.
Mentre sta per essere infilzato, da terra, l'algerino lo colpisce nel basso ventre con un calcio, procurandogli un dolore fortissimo che gli porta via ogni energia. Hakim si rialza e lo tempesta di cazzotti con una forza mai doma. Grifo non pu che assistere al massacro, cercando di arretrare e di rimanere sulle gambe. Sbatte contro una parete e si accascia. L'algerino
lo prende per il bavero per rialzarlo e finirlo a forza di pugni, ma non si accorge che l'avversario mette la mano all'interno dell'acquasantiera, dove ha nascosto un pugnale che si conficca nel solo punto in cui pu arrivare: il polpaccio.
Hakim urla e impreca nella sua lingua. L'ultimo sforzo pare abbia tolto ogni vitalit al sacrestano, che sanguina dalla ferita alla spalla, da bocca e naso, e ha un occhio tumefatto e quasi chiuso. In segno di resa completa, lascia cadere le braccia in grembo.
Mi spiace, amico mio, ma ora  tempo che voi andiate tra le braccia del vostro demonio.
L'algerino solleva il coltello per aprirgli il petto, ma proprio in quell'istante sente il freddo di una lama entrargli alla base dietro del collo. Un dolore inimmaginabile lo coglie squassandolo, ma gli fa ancora pi orrore sentire che il corpo si rifiuta di rispondergli in preda alle convulsioni. Cade sul pavimento a peso morto, con la faccia di profilo che gli permette di scoprire che a pugnalarlo  stato il doge, con ancora l'arma stretta da entrambe le mani.
Voi? Mormora con la lingua che gli ubbidisce malamente.
Il sacrestano avvicina il volto a quello di Hakim, che non pu fare altro che ascoltarlo cercando di cogliere, boccheggiando a labbra spalancate, gli ultimi aneliti di vita.
Mi spiace che siate caduto nell'inganno preparato per altri. Non avevo certo idea che foste voi l'avversario di questa notte. Se lo avessi immaginato, mi sarei preparato ancora meglio.
Hakim sorride a denti insanguinati al complimento.
Non volute, gli cadono alcune lacrime dall'occhio sinistro.
Sapevo che l'assassino sarebbe stato troppo concentrato su di me per considerare il doge. Vi ho fatto credere d'essere l'unico pericolo per voi, ma avevo gi predisposto tutto. Lui sapeva come e quando colpirvi.
Ho sfruttato l'attimo giusto, come mi avevate raccomandato tanto tempo fa.
Grifo toglie il coltello dalle mani tremanti di Centurione.
Chi vi ha mandato a uccidere il doge? Ditemi il suo nome.
Come risposta riceve un accenno di no, pi con le palpebre che con il capo. Grifo gli afferra la mano, gl'infla la punta del coltello sotto l'unghia di un dito e spinge.
L'algerino digrigna i denti ed espira forte eruttando saliva. Il sacrestano ripete la tortura con il pollice, ma niente.
Non parler.  un uomo d'onore a suo modo.
Lo afferra per il bavero.
Voi sapete come vanno queste cose, mi spiace.
Con uno svolazzo della mano, Grifo gli taglia la gola che gorgoglia sangue scuro.
Uno di meno.
Il doge guarda la scena, inorridito.
Voi andate pure e fatevi scortare a palazzo. State in guardia perch non  ancora finita. Io vi raggiunger presto. Qui ho ancora da fare.
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RISPETTO.
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Per rispetto verso il maestro, Grifo decide di preparare il cadavere al trapasso com' d'uso tra i musulmani.
Se non se ne curasse, verrebbe seppellito in una fossa comune o dilaniato dai cani del doge o, peggio, dato in pasto ai maiali per dileggio alla religione islamica.
Molte volte nelle sere d'inverno, alimentando il fuoco con rami spezzati e chiacchiere, gli aveva raccontato gli usi del suo popolo, la fanciullezza, le sorelle, gli amici, i compagni d'armi e di preghiera.
Non ne parlava con tristezza ma con l'allegria di chi vuole conservarli vividi dentro di s.
Per prima cosa gli toglie gli abiti e lo denuda.
Strappa la stoffa che riveste uno dei cuscini dell'inginocchiatoio e l'inzuppa nell'acquasantiera. Con scrupolo, lava il cadavere per ben tre volte. Priva l'altare della tovaglia bianca per usarla come sudario.
Non gli sembra per niente inopportuno o addirittura blasfemo usare proprio quel panno dedicato a Cristo per fasciare un musulmano. Nel caso non fosse lo stesso Dio, se la vedranno tra loro in cielo. Con uno
sforzo, solleva il morto tra le braccia, lo posa sull'altare per poterlo caricare in spalla spingendo sulle gambe.
 meno pesante di quanto credesse. Esce all'aperto e va verso il monte. A poca distanza, per prudenza, aveva legato il cavallo a un albero. Mette il corpo di Hakim di traverso sulla sella. Ora che non porta pi il peso, si accorge di quanto gli facciano male le botte e le ferite subite. Un colpo di talloni sui fianchi e l'animale trotterella verso il cimitero che per fortuna  piuttosto vicino.
Una volta arrivato, gira le redini attorno a un ramo e si allontana. Il cavallo  nervoso e infastidito dal carico sbilanciato che ha in groppa. Dei tafani gli ronzano intorno pungendolo, cos li scaccia a colpi di coda e scrollando la criniera. Grifo sa bene che un figlio dell'Islam non pu essere sepolto in un cimitero cristiano e non ha intenzione di farlo. Solo che l potr trovare l'occorrente per scavare una fossa. Entra nel camposanto come un visitatore qualunque e individua subito il posto che va cercando. Torna con una pala rubata dal capanno degli attrezzi del custode.
Sceglie un buon posto ombreggiato, distante dalle mura del cimitero, e scava una buca storta rispetto al terreno. Decine di volte ha visto Hakim inginocchiarsi verso la Mecca e prostrarsi fronte a terra per pregare. Anche lui conosce la direzione verso il luogo in cui Allah si  rivelato.
Il terreno gli  amico poich si lascia violare con facilit. Quando ha terminato, scarica il cadavere dal cavallo e lo trascina fino a porlo dentro la fossa.
Come se lo sapesse, il corpo si pone in modo corretto, sul fianco. Cos deve essere. Le palate si susseguono veloci e il corpo del maestro scompare per diventare anch'esso parte del tutto.
Ora non gli resta che una cosa da fare. Sceglie due pietre levigate, grosse come pugni, e le posa agli estremi della tomba per significare che l  sepolto un uomo. Per una donna occorrono tre pietre.
Onore a te, amico. Questa non  la tua terra ma  l'unica che posso darti.
Il sacrestano sale a cavallo. Getta un ultimo sguardo alla tomba su cui nessuno mai pianger. Sprona l'animale perch lo porti lontano il pi lesto possibile.
A Genova si nasconde un vigliacco che uccide prezzolando qualcuno perch abbia il coraggio che lui non possiede.
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VENDETTA.
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Nel suo studio in penombra, il doge sta ancora riflettendo sull'uomo che ha barbaramente ucciso.
 la prima volta che toglie la vita a qualcuno con le proprie mani e deve confessare a se stesso, nonostante abbia il dominio su un intero popolo, che  stata una sensazione di potere mai provata prima, un piacere sottile e oscenamente perverso.
Il piano del sacrestano ha funzionato, ma i sicari sono infiniti, pensa. In un accesso d'ira, con l'avambraccio, spazza il ripiano dello scrittoio gettando a terra ci che vi  sopra. Per il rumore, la cameriera si precipita nella stanza.
Mio signore...
Ester, pulirete in un altro momento. Lasciatemi ora, andatevene.
Con un inchino, sollevando le pizze del grembiule, si volta per non far vedere un ghigno di scherno sul volto. Centurione si muove per cercare d'abitudine la scimmia.  solo un istante e si ricorda che  stata impiccata.
Senza bussare, entra Grifo. I due si guardano a lungo.
Mi avete usato come fossi uno dei vostri coltelli
dice il doge.
Il migliore dei miei coltelli, visto il risultato.
La vostra astuzia ha funzionato ma non ha portato a molto. Ancora non sappiamo chi vi sia a capo dei manigoldi che mi vogliono morto.
Avete ragione, ma ormai sono vicino alla soluzione.
Ho dei sospetti. Vorrei discuterne con voi e Lucio, il vostro assistente.
Centurione fa trillare una campanella e la cameriera accorre.
Andate a chiamare Lucio, presto.
L'urgenza del tono la spaventa e di corsa va a esaudire la comanda.
Non avendo nulla da dirsi, i due uomini tacciono, ognuno guardando una porzione diversa di muro.
Sentono dei passi in avvicinamento e si voltano verso la porta. Con grande sorpresa, invece di Lucio, vedono entrare Mirna con indosso la sola sottoveste, i polsi legati appoggiati allo stomaco e un bavaglio lercio in bocca, tanto stretto da scavarle le guance.
Mirna! Urla il sacrestano andando verso di lei, ma subito si ferma.
Dietro la donna, un uomo barbuto, di bell'aspetto e ben vestito la tira per i capelli per tenerla avvinta a
s nell'incavo del gomito. Un pugnale di traverso al collo  pronto nella mano per sgozzarla.
Non un passo o sporcher la lama del suo sangue caldo.
Chi siete? Chiede il sacrestano.
L'uomo non parla, ma la risposta gliela d il doge.
 Francesco Durazzo.
La fisionomia gli sembrava famigliare ma ora il nome spiega tutto.
Siete il figlio di Piero Durazzo.
S, l'uomo che voi avete ucciso. Mi avete costretto a crescere senza un genitore e nella miseria.
Vi ho cercato per anni e ora finalmente siete alla mia merc.
Vostro padre era un traditore della Repubblica.
Voleva attentare alla vita del reggente, era mio compito farlo.
Io sono qui per punire in identico modo chi l'ha assassinato a sangue freddo, per uccidere il doge e continuare l'opera di mio padre.
Centurione urla collerico con le parole che si accalcano tanto da incespicare una sull'altra.
Voi... miserabile... assassinare me... usurpare il potere... sterminer ogni membro della vostra maledetta famiglia fino alla terza generazione.
Invece Grifo rimane calmo per timore che l'uomo faccia del male a Mirna. Per dimostrare che non
vuole nuocergli, solleva piano i coltelli e li posa sullo scrittoio, ma in cambio riceve una frase che lo sorprende.
Tenete pure i coltelli. Vi serviranno.
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L'UCCISIONE DEL DOGE.
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Grifo comprende subito perch l'uomo vuole che impugni i coltelli, a differenza del doge, che infatti chiede: Cosa intendete dire?
Non sar io a uccidervi, Centurione, ma lui.
Francesco Durazzo guarda il sacrestano con perfidia.
Se non mi ubbidirete, taglier la gola alla vostra cagna.
Grifo rivolge uno sguardo miserevole al doge, il quale si rende conto che nella scelta se sacrificare lui o la donna il sacrestano non avr dubbi.
Voi non... non potete. Uccidete questo miserabile.
Siete un uomo d'onore. In fondo  solo una femmina. Che aspettate.
Grifo ha gi preso la sua decisione. Solleva i coltelli all'altezza della cintola, li fa roteare tra le dita e si volge verso il doge a passi cattivi. Quando lo ha di fronte, lo afferra per la nuca e lo tiene avvinto a s per un breve istante prima di affondargli i coltelli nello stomaco.
Il reggente si accascia sul tappeto e resta immobile. Il sacrestano mostra le sue mani che grondano sangue.
Ho fatto ci che volevate, ora lasciate la donna.
Durazzo spinge Mirna con violenza e lei ruzzola tra i piedi di Grifo che l'aiuta a rimettersi ritta, le toglie il bavaglio e le accarezza il viso incrostato di polvere e lacrime rapprese. Quando rivolge lo sguardo all'aguzzino, s'accorge che impugna due pistole col cane alzato pronte a far fuoco.
Uccidere il doge  una premura per il bene di Genova, ma ora voglio assaporare la mia vendetta.
Vendicher mio padre.
Mirna si rassegna a morire con il suo uomo.
Quando il grilletto delle pistole ha gi percorso met del tragitto, alle spalle dell'uomo spunta Lucio che gli cala sulla testa una mazza ferrata. Schizzi di sangue, di cervello e frammenti d'ossa si spargono per la stanza.
Durazzo muore in un lampo bianco senza neppure sapere come. Lucio, il sacrestano e Mirna guardano il cadavere ai loro piedi.
Sono arrivato in tempo, ma non abbastanza per salvare anche il doge.
E io voglio ringraziarvi come si conviene.
Grifo allunga la mano per una stretta ma, senza la minima avvisaglia, sferra un pugno alla mascella di Lucio, che non essendo preparato all'impatto stramazza a terra. La mazza ferrata gli sfugge dalla mano e rotola accanto al cadavere. Un secondo colpo alla tempia e Lucio precipita in una vertigine buia.
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IL PERDONO.
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Legato alla poltrona preferita del doge, Lucio  ancora privo di coscienza. Il sacrestano gli getta in faccia un bicchiere d'acqua, poi lo schiaffeggia senza risparmiarsi perch si riprenda. Appena apre gli occhi, l'assistente sente le corde mordergli i polsi e si scuote come un tarantolato per liberarsi.
Inutile.
I nodi costrittori si comportano come devono.
Non potendo fare altro, protesta rabbioso.
Perch mi avete colpito e ora mi tenete legato?
Che siate maledetto. Che volete da me? Volete ammazzarmi perch non riveli che avete ucciso il doge?
Diremo che lo ha assassinato Francesco Durazzo, ve lo prometto.
Ma il doge non  morto.
Come?! Che dite? Io l'ho ben visto...
Il reggente entra nella stanza a passi lenti come il boia sul patibolo. Lo sconcerto di Lucio gli permette solo un balbettio e lo sbattere incessante delle palpebre.
Con compiacimento, Grifo gli concede di sapere.
Quando Durazzo mi ha ordinato di uccidere il doge, mi sono inferto di nascosto delle ferite alle mani. Poi mi sono avvicinato, e mentre lo trattenevo per la nuca, gli ho ordinato sottovoce di fingere la morte. Per ingannare l'aguzzino ho poi mostrato le mani insanguinate. Sangue non suo ma mio.
Io vi ho salvati, non dimenticatelo. Potevo lasciarvi morire.
Avete ucciso Francesco Durazzo per sbarazzarvi di un complice scomodo e inutile dopo aver tolto di mezzo il reggente.
Avrei potuto accoppare anche voi, allora.
Noi vi servivamo per testimoniare che era stato il giovane Durazzo a uccidere il doge e che voi vi eravate comportato da eroe. Inoltre, un patto scellerato ci avrebbe legati al silenzio essendo io l'assassino materiale del reggente. Ben congeniato, non c' che dire.
Voi siete pazzo.
Mirna geme esausta e si passa una mano sul volto sfatto. Centurione si avvede di quanto sia provata e le propone: Andate di l, nelle mie stanze. Ripulitevi e riposate, ve ne prego.
La donna  stremata, si regge malferma sulle gambe che le tremano e, grata, accetta l'invito.
Sacrestano, siete certo che quest'uomo fedele a me e ai miei predecessori sia un meschino traditore?
S,  lui che ha ucciso Ambrogio Doria e ha tramato per farvi fare la stessa fine. Il perch  facile immaginarlo. Era stufo di servire il potere, voleva essere lui stesso il potere e incoronarsi doge.
Le parole non producono alcun effetto sull'accusato e allora si rivolge a lui con calma esibita.
Io vi accuso di aver cospirato per attentare alla vita del Signore di Genova in combutta con Francesco Durazzo.
Lo sguardo dei tre corre al corpo devastato che giace a terra. Lucio rabbrividisce temendo di fare identica fine.
Ma se sono stato io a chiedere al doge di farvi venire qui per scoprire se il suo predecessore fosse stato assassinato, e inoltre per proteggere sua signoria.
 vero,  stata un'idea sua conferma Centurione.
Rincuorato da quelle parole, Lucio rincalza.
Sentito? Sono innocente.
Voi mi avete risvegliato dall'oblio di decenni perch avevate promesso al giovane Francesco che si sarebbe vendicato di me, assassino di suo padre. Lo avete fatto per convincerlo a unirsi a voi per sopprimere Centurione e prenderne il posto.
Il doge ha ascoltato restando in apnea, tanto  concentrato nel seguire l'esposizione. A corto di fiato, respira a lungo e sonoramente come se avesse corso.
Lucio forza ancora sulle corde con identico risultato: non si smollano, e allora torna a difendersi.
Voi siete un cane spergiuro. Non vi ho forse anche salvato dai manigoldi che vi volevano assassinare all'Osteria del Vichingo? Se non fossi intervenuto sareste morto, morto, morto.
A proposito, siete stato voi a impiccare la scimmia.
Mia la colpa di ogni peccato nel mondo.
Avete ucciso quella povera bestia per far credere al doge di essere in pericolo, ed eravate certo che vi avrebbe comandato di venirmi a cercare, fornendovi un alibi.
Con uno scatto isterico, vendicando la scimmia, il doge colpisce Lucio con un manrovescio che lascia il segno tra guancia e tempia.
Sapevate che mi trovavo in quell'osteria in attesa degli uomini che voi stesso avevate mandato. Vi siete persino accordato per farvi ferire, sebbene in modo lieve, per dare credibilit al vostro piano.
State farneticando. Perch mai avrei dovuto espormi cos quella sera?
Il vostro scopo non era quello di farmi accoppare, ma di salvarmi per sviare i sospetti da voi e magari diventare amici. Credendovi tale, avreste potuto ottenere la mia complicit, come poi avete tentato di fare.
Accaldato, il doge allarga la gorgiera.
Un momento... perch era cos certo di trovarvi nell'osteria, sacrestano? E lo dice col tono di averlo preso in fallo.
Era stato avvisato che io mi sarei trovato l dal gioielliere armeno che ha bottega nel sestiere degli orefici.
Che c'entra ora quel vecchio malfidato? Chiede Centurione.
Ci arriveremo. Permettetemi di proseguire con ordine.
Grifo prende dal tavolo una bottiglia di vino, ne versa un paio di dita e beve. Raccontare cose cos gravi gli rende la gola arida. Prende Lucio per un orecchio e tira forte.
Voi avete ordinato a dei malacarne di tagliare un dito alla mia donna per tendermi una trappola.
Ho visto anche un uomo fuggire. Credo si trattasse di Durazzo, cui avevate di certo promesso di potermi finire una volta catturato dai vostri sgherri.
Fantasie di un folle.
Grifo lo incalza.
Non fidandovi di altri, siete venuto voi stesso da me alla locanda a consegnarmi l'involucro con l'indice mozzato.
Come potete provare una cosa simile? Mi avete veduto? Avete testimoni? Eccellenza, io vi scongiuro di non credere a questo miserabile.
Il sacrestano lo interrompe e continua.
Quella notte pioveva e io, appena ricevuto il macabro messaggio, sono corso da voi perch riferiste al doge che sarei andato via per un giorno. Il tempo che mi occorreva per raggiungere Mirna, ben sapendo che era un tranello.
E non ero forse a casa? Ricordo di avervi accolto appena uscito dal bagno.
 cos, infatti. Avete ben simulato, ma, ripensandoci, ho notato un particolare: le scarpe erano bagnate. Nessuno fa il bagno calzato. Nella fretta avete dimenticato di toglierle e vi hanno tradito.
Eravate appena rincasato dopo la consegna.
Il prigioniero scrolla il capo senza convinzione cercando altri argomenti di difesa, ma non ne trova e allora si rivolge alla misericordia del doge che, a giudicare dell'espressione del viso, nutre ancora dubbi.
Io sono un uomo fedele alla Repubblica. Ho servito con dedizione assoluta molti dogi.
Come fosse una freccia, il sacrestano gli scaglia contro l'accusa.
Voi avete avvelenato il doge Ambrogio Doria mettendo del venefico nel suo cibo, l'acqua toffana.
Ride amaro per ostentare sicurezza, poi replica.
Vi compatisco perch siete un mentecatto. Lo sanno tutti che avevo assoldato per prudenza tre donne perch assaggiassero le pietanze destinate al reggente.
Un'astuzia niente male. Le donne si alternavano e mangiavano un solo boccone, dunque la quantit di veleno era minima. Invece il doge ingurgitava l'intero piatto e ogni giorno. Non poteva accorgersi del veleno. Avete scelto l'acqua toffana perch non ha odore, sapore e colore.
Sono solo assurdit.
E sapete cosa vi ha tradito?
Immagino me lo direte.
L'oca.
L'oca?! L'ho detto che siete un folle.
Il doge ascolta con le mani dietro la schiena reggendosi i polsi.
Stella era ghiotta di oca e cos il doge. Non vedendoci nulla di male, le compagne, contravvenendo ai vostri ordini di alternarsi nell'assaggiare le pietanze, le lasciavano mangiare questo piatto che non mancava mai sulla tavola di Ambrogio Doria. Infatti, anche Stella  morta avvelenata.
Ora tocca al reggente bere vino per inghiottire la gravit di ci che sente.
Grifo ha una richiesta che suona strana.
Signore, potete chiamare la vostra cameriera?
Un trillo di campanella insistito e dopo un attimo giunge Ester asciugandosi le mani nel grembiule.
S, eccellen...
Le parole le si strozzano in gola nel vedere il cadavere di Francesco Durazzo e, ancor pi, Lucio legato alla poltrona con la faccia cinerea.
Cosa...
Il sacrestano si avvicina e la sospinge per il gomito fino a una sedia perch si riprenda. La donna lo guarda con le sopracciglia alzate per lo sconcerto e la paura.
Grifo le parla come fanno i preti: con una domanda di cui conosce gi la risposta.
Voi vi siete procurata del veleno per assassinare Ambrogio Doria, vero?
Quale veleno?
Lo avete acquistato da una suora.
Prende la mano sinistra della serva e la mostra al doge.
Vedete? C' il segno di un anello.
Centurione assente, aspettando di apprendere la spiegazione di quella che pare una bizzarria senza importanza.
Chi vi ha venduto il venefico aveva notato un anello piuttosto originale. Voi lo nascondevate sotto i guanti che non vi toglievate mai, neppure quando l'altro giorno vi siete scottata col brodo. Spontaneamente chiunque li avrebbe tolti perch bruciavano, ma voi non volevate che il doge vedesse l'anello. Un gioiello troppo prezioso per una serva. Volete che vi dica chi ve lo ha donato?
La donna abbassa la testa ma non riesce a impedirsi di guardare Lucio per un istante.
S, voi siete l'amante di quest'uomo. E lui vi ha regalato l'anello anche per ricompensare il vostro silenzio.
Ester tace e la frangetta sulla fronte comincia a colare sudore.
Quando sono venuto dal doge e lui vi ha sgridata per il pollice nel suo brodo, ho notato che non portavate i guanti. E da allora mai pi. - poi torna a rivolgersi a Lucio - Con uno stratagemma ho convinto il gioielliere ad avvisare chi gli aveva commissionato l'anello che mi sarei trovato all'Osteria del vichingo.
Cos ha fatto. E siete giunto voi, Lucio.
Ester confessa con semplicit, come non fosse una colpa grave. i
S,  vero, ho comprato il veleno dalla suora.
Lucio sobbalza sulla sedia e grida.
Ecco la colpevole.  lei che ha avvelenato il doge, non io. Che importanza ha se mi sollazzavo nel suo letto?
La governante spalanca la bocca come se avesse udito la pi grande delle eresie. Poi comincia a tremare, non solo di timore ma di rabbia.
Miserabile. Voi mi ricattavate minacciando di cacciarmi via.
Poi si rivolge al reggente.
Signore, io ho fratelli e sorelle e un padre malato.
Non avevo scelta. Non sapevo a cosa gli servisse il veleno. Io l'ho solo accontentato. Ve lo giuro, non vi avrei mai fatto del male. Io non ero a parte di niente.
Non credete a ci che dice.  una spudorata puttana.
Il reggente punta il dito contro la governante.
Andatevene per sempre da questo palazzo e ringraziate Iddio che per un istante ho creduto a ci che avete detto.
Ester si alza e corre via singhiozzando, inciampando nei suoi piedi per la fretta.
Con passi misurati e distanti, il doge si avvicina a Lucio e gli afferra la barba del mento per sollevargli la testa cos che lo guardi bene.
D'accordo col sacrestano, ho detto solo a pochi che mi sarei ritirato in solitudine nella cappella. E
voi eravate tra questi. Abbiate il pudore di tacere, infame.
Con uno strattone molla la presa e, con il volto di profilo, Lucio comincia a singhiozzare con la bocca sulla spalla.
Grifo ha un'ultima cosa da aggiungere.
Avete assoldato Hakim convinto che quello che era stato il mio maestro mi avrebbe sconfitto. Cos mi avete costretto a uccidere un uomo che rispettavo, un amico. Questa per me  la pi grave delle vostre colpe.
Spazientito, il doge va verso la porta per chiamare le guardie, ma Grifo lo blocca per l'incavo del braccio.
Aspettate... vorrei sapere quale sar la sorte che avete deciso per questo traditore.
Lo affider alla giustizia. Voglio che marcisca in prigione per la vita e che ogni istante si penta delle sue colpe.
Il sacrestano impugna i coltelli.
Un amico tanto tempo fa mi ha detto di non lasciare mai nemici indietro. Potrebbero tornare a nuocervi.
Si volta verso Lucio ed emette la sentenza.
Io sono la vostra giustizia.
Senza fretta, perch l'uomo legato veda avvicinarsi la morte che ha le sembianze di un sacrestano.
No, aspettate tuona il doge, ignorato.
Le lame del giustiziere si posano poco sotto le costole ed entrano con lentezza nella carne del condannato che prova un dolore assurdo. Il respiro si fa risacca di onda che non torna e muore portando il capo all'indietro.
Uno di meno.
Grifo sfila i coltelli dal corpo di Lucio, si avvicina alla scrivania dove  ancora posata la Bibbia con i fori.
Con forza, pianta le lame insanguinate bucando la copertina e gran parte delle pagine.
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L'ANELLO.
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Il consueto suono delle cannule metalliche avverte il gioielliere armeno, occupato nel laboratorio retrostante, che c' gente in negozio. Tralascia la limatura di un medaglione incastonato di rubini, dono per un futuro matrimonio, e va a vedere chi  entrato.
Mirna tiene a braccetto il sacrestano che mostra le mani aperte in segno di non bellicosit. L'orafo non ha alcun timore e allarga le braccia per riceverli con cordialit.
Benvenuti dal miglior artigiano dell'oro della Repubblica, e solo per essere modesto.
Sono qui per mantenere la promessa. Vorrei ordinarvi un gioiello come quello di cui abbiamo parlato.
Non si  vecchi per nulla. Sapevo che eravate un uomo di parola.
L'armeno apre un cassetto lungo quanto il banco, infila le mani e mette sul ripiano intarsiato un anello d'oro con uno smeraldo a forma di piramide.
Ci ho lavorato appena ve ne siete andato.
Aspettavo solo di consegnarlo. Immagino sia lei la
donna cui va l'oggetto tangibile del mio impareggiabile talento.
La sbruffoneria fa sorridere la coppia. Il sacrestano allunga il braccio per prendere l'anello, ma il gioielliere gli schiaffeggia bonariamente la mano.
No, devo farlo io. Al mio paese non  l'uomo che infila l'anello al dito, ma chi l'ha creato. Porta molta fortuna.
Grifo lo lascia fare e la donna gli porge allegra la mano offesa. L'armeno ha visto gi da prima la menomazione e fa come se fosse normale mettere l'anello nel dito sbagliato secondo usanza. Prende la mano di Mirna tra le sue e, come fosse un cerimoniale, con grande lentezza infila l'anello.
In confidenza, - sussurra complice il gioielliere
- quella che vi ho raccontato  una bugia. Non esiste questa tradizione.  che volevo almeno per un attimo tenere tra le mie le mani di una donna cos bella.
Mirna arrossisce per il complimento cos ben portato. Il sacrestano paga il dovuto, compresa la galanteria.
 bellissimo, non ho mai avuto, n immaginato di possedere, un simile gioiello e lo dice con la gioia negli occhi venati dai riflessi verdi della pietra preziosa.
Sono felice che vi piaccia e che possa sostituire degnamente quello di ossidiana che non ci ha portato molta fortuna.
La bacia sulla tempia.
Non  una spesa troppo grande per un sacrestano?
 vero, sono un sacrestano, ma in questi giorni l'avevo dimenticato.
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FINE.
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NOTE. MA INTERESSANTI.
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Il doge Ambrogio Doria  rimasto in carica dal 4 maggio 1621 al 12 giugno dello stesso anno. La causa della morte resta ancora oggi un mistero.
Giorgio Centurione e gli altri dogi citati sono personaggi reali.
Bernardo Strozzi, detto il Cappuccino o il Prete Genovese,  considerato uno dei maggiori esponenti della pittura barocca. Dopo l'accusa di praticare illegalmente la pittura, fu costretto a riparare a Venezia dove mor il 2 agosto 1644.
Il quadro dipinto dal Prete Genovese, La cuoca, si trova nella galleria di Palazzo Rosso a Genova.
Il coltello genovese, o genovesino, era un fiore all'occhiello degli artigiani coltellieri della Superba.
Pi volte ne fu vietato l'uso perch ritenuto micidiale e disonorevole.
Ambrogio Fiorone era considerato il miglior maestro coltelliere. Teneva bottega nel carreggio dritto della Maddalena. Ebbe parecchi problemi con la giustizia perch fabbric coltelli fuorilegge, armi usate per commettere dei crimini. Non poteva negare, il suo marchio apposto sulla lama ne indicava la provenienza e lo condannava.
Camillo Baldo o Baldi (Bologna 1547-1634)  ritenuto il precursore della grafologia grazie alla sua opera Il trattato come da una lettera missiva si conoscano la natura e qualit dello scrittore. Raccolta dagli scritti del sig. Camillo Baldi cittadino bolognese, e dato alle stampe da Gio Francesco Grillenzoni. Pubblicata nel 1622  la prima ricerca dettagliata sull'argomento.
Fu tradotta anche in latino e francese.
Thofania D'Adamo invent il veleno chiamato
acqua toffana. La donna fu giustiziata a Palermo il 12 luglio 1633. Giulia Tofana, figlia (o forse una parente) di Thofania, fece un gran commercio del venefico diventando un'assassina seriale. Il 5 luglio 1659 fu condannata e giustiziata a Roma, a Campo de' Fiori, insieme alla figlia o sorella Girolama Spera e ad altre tre donne colpevoli di aver avvelenato i propri mariti.
Le confraternite delle Casacce o Casacce de' i disciplinanti sono presenti ancora oggi, non solo in Liguria ma esportate anche in Argentina. Durante le processioni, i cristezanti si sfidano come allora.
Il sacrestano  un personaggio di fantasia, ma ora vive.
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RINGRAZIAMENTI.
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Uno di meno desidera ringraziare Giada Scandola, Giulio Girondi, Sara D'Aniello e la loro passione, Alberto Salaroli, la mia agente Vicki Satlow e Luca Crovi, il braccio armato dei libri.
Un pensiero a Pistarello, Mav, India, Lorenzo, Alessandro, Silvia, Alessandra, Vittoria, Francesca e Antonio.
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FINE.